Controcorrente: è rischioso accalcare migliaia di persone per un evento?
L’informazione non prevede la ricerca del consenso, ma il coraggio di porre delle problematiche, se necessario, anche ponendosi controcorrente, semplicemente, per indurre delle riflessioni. Parto da una premessa, sicuramente indispensabile: siamo una provincia turistica per eccellenza, generalmente, tutto ciò che porta affluenza di persone, può aiutare l’economia. Di certo, però, l’economia e l’immagine non sono gli unici fattori esclusivi per agire. Esistono problematiche da valutare con molta attenzione, anche se si opera nella totale legalità. Ecco allora la domanda piuttosto antipatica, ma credo pertinente: è necessario accalcare svariate migliaia di persone in uno stadio, in una piazza o comunque in luogo più o meno limitato? Prima di esporre il mio pensiero, rammento ciò che accadde a Torino il 3 giugno del 2017. In estrema sintesi: piazza San Carlo, finale della Champions League, maxi schermo in piazza, presenti circa 30.000 persone, spazio a disposizione, circa 12.000 metri quadrati. Un disastro. Estremamente banale l’elemento scatenante: l’utilizzo improprio di uno spray anti aggressione. Estremamente grave il risultato finale: tre persone decedute, oltre 1.600 feriti. La folla impazzita, le corse per fuggire, l’impossibilità di trovare ripari, gli schiacciamenti, le persone calpestate, una scena orribile. L’inferno. Immaginiamo cosa potrebbe accadere in un contesto simile, con un “innesco” leggermente più complesso. Non necessariamente un attentato, anche se i tempi che viviamo non escludono certo l’ipotesi, molto più semplicemente, uno dei tanti soggetti “insani” di mente, che circolano in ogni dove. Una banale scaccia cani, per i più attrezzati un’arma vera, o ancora peggio, un ordigno da “piazza”, come una bomba carta, o una molotov, realizzabili da chiunque, con un costo di pochi euro. Non entro in merito a ciò che può portare migliaia di persone ad accalcarsi, per loro, evidentemente, le emozioni superano i disagi: le ore di attesa, le necessità di bisogni fisiologici, le file, i malesseri da gestire in mezzo a migliaia di persone. Eppure, stare in mezzo al gruppo, sentirsi parte di un contesto, scattare selfie, raccontare successivamente agli amici, sono fattori che per alcuni potrebbero compensare i disagi. Non entro neppure in merito agli organizzatori, è il loro lavoro, ma anche se tutto sembra perfetto, Torino insegna che sono le indagini a stabilire le responsabilità, se malauguratamente si crea un “dopo”. Potrei aggiungere le problematiche per i residenti, gli ammalati, gli anziani, i bambini, ma evito per non innescare le solite polemiche diversamente interpretabili, in funzione delle varie “percezioni”. Mi domando invece in conclusione: è indispensabile tutto questo? Certo, organizzare dieci serate anziché una, magari in un bel teatro seduti sulle poltrone non è la stessa cosa a livello d’immagine, cambiano forse i costi, di certo i tempi, l’impegno, forse persino le emozioni per gli appassionati, minori, come i disagi sopportati. Certamente, però, i rischi sarebbero molto contenuti. Permane comunque la domanda: ne vale la pena? Il mio articolo termina con questo interrogativo. Il mio dovere di giornalista era quello di offrire spunti sulle problematiche, uscendo dal coro, solo per indurre attente riflessioni. Spero di esserci riuscito, indipendentemente dal pensiero in merito, che sicuramente non sarà univoco, in funzione delle sensibilità e forse, delle necessità.










