Indietro
menu
I fatti risalgono al 2019

Agente sanzionato per un post anti-politici. Il Consiglio di Stato lo riabilita

di Redazione   
Tempo di lettura 4 min
Gio 12 Feb 2026 11:16 ~ ultimo agg. 12:34
Tempo di lettura 4 min

Il Consiglio di Stato ribalta la sentenza del Tar dell'Emilia-Romagna che, il 19 marzo 2024 aveva respinto il ricorso di un agente di Polizia contro la sanzione ricevuta dalla Questura di Rimini il 28 maggio 2020, con una multa pari a un sesto dello stipendio. La causa erano le sue esternazioni contro i politici sui social. All'epoca dei fatti l’uomo aveva la qualifica di assistente capo coordinatore alla Questura di Rimini ed era addetto al servizio di vigilanza dell'edificio. Il 27 novembre del 2019 nelle pagine del gruppo Facebook "Noi santarcangiolesi" condivise senza esplicitarne la provenienza la citazione: "Basta con questi politici nemmeno laureati che non hanno mai lavorato in vita loro (cit.)". Aggiungendo una "emoticon" sorridente e il curriculum vitae di Stefano Bonaccini, allora candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna. Ne nacque un dibattito virtuale con l’agente a replicare al commento di un altro utente, "ognuno è libero di pensarla come meglio crede, intanto che in Italia c'è ancora un po' di democrazia", con un sibillino "lei crede che in Italia ci sia democrazia?". La Questura venne informata dell'episodio a gennaio 2020 e il 18 febbraio scattò il procedimento disciplinare: il poliziotto provò a spiegare che il profilo Fb in oggetto è "privato", e quindi accessibile solo a utenti autorizzati, senza nessun riferimento alla Polizia di Stato, né al suo impiego. E dunque usato da privato cittadino. Nelle sue osservazioni difensive aggiunse che contenuto e linguaggio del post non erano "offensivi né volgari né mistificatori e comunque tanto meno lesivi della dignità e del decoro dell'Arma". Il procedimento disciplinare si chiuse il 28 maggio con la sanzione nella misura massima di "5/30 della retribuzione" per "grave" violazione delle norme di condotta attraverso "un comportamento non improntato a riserbo e cautela".

A quel punto l’agente ricorre al Tar invocando il diritto di libera manifestazione del pensiero e di critica garantito dall'articolo 21 della Costituzione. E sostenendo in sostanza che da privato cittadino un agente di Polizia ha diritto a partecipare a dibattiti su circostanze rilevanti per la vita politico-sociale. Il Tar respinge il ricorso e l’uomo si appella, con successo, al Consiglio di Stato. Come si legge nella sentenza, sia la frase sia l'emoticon vanno "ricondotti pienamente all'interno del perimetro del diritto di manifestazione del pensiero". Le esternazioni inoltre sono "nel rispetto di tutti i limiti e canoni richiesti dalle norme di legge e dalle prescrizioni della circolare ministeriale che la Questura di Rimini assumerebbe essere state violate". Appunto si tratta di un "gruppo chiuso, nel quale non è palesata la qualifica di agente della Polizia di Stato"; le espressioni utilizzate sono "improntate alla moderazione e alla continenza, per nulla recanti valutazioni offensive e correlate a modalità divulgative semmai ironiche". Insomma, è "impossibile" ricondurre il post a un agente di Polizia di Stato, per cui non si possono applicare le norme di legge che si sono ritenute violate. Da qui la richiesta di riforma della sentenza del Tar e l'annullamento del provvedimento impugnato in primo grado dato che "non si comprende" come l’uomo avrebbe potuto essere identificato come agente. La circostanza di abitare in un centro non molto grande a solo 15 chilometri di distanza "non può consentire una immediata individuazione" e le espressioni utilizzate nel post "non possono considerarsi non pacate o irrispettose e finiscono soltanto con l'esprimere una considerazione di un elettore, nel pieno rispetto di quelle libertà costituzionali garantite anche a un agente della Polizia di Stato". Hanno una connotazione "constatativa, piuttosto che valutativa e, a tratti, addirittura ironica, ma non offensiva o incline al dileggio o, ancora, tale da determinare comportamenti lesivi della dignità e del decoro dell'Arma". Nemmeno sembra, prosegue il Consiglio di Stato, che il post abbia generato "un vero e proprio dibattito", per cui non emergono "profili di gravità della condotta" "tali da poter ritenere, al di là di ogni ragionevole dubbio, che sia stata posta in pericolo la dignità delle funzioni proprie di un agente". Né tanto meno emerge che l'indagine sia stata accuratamente svolta e che il provvedimento abbia "adeguata motivazione". Pure in base ai precedenti giurisprudenziali delle Corti europee esiste uno "zoccolo duro" di tutela delle esternazioni del proprio pensiero anche per il militare o l'agente di Polizia che deve essere salvaguardato. Per il Consiglio di Stato "non si manifesta evidente nella condotta” dell’agente “un superamento dei canoni di prudenza e continenza nell'esprimere il proprio pensiero su un social network che sia punibile".

Da qui la riforma della sentenza del Tar dell'Emilia-Romagna e l'annullamento del provvedimento della Questura, con spese del doppio grado di giudizio a carico del ministero dell'interno e della stessa Questura, nella misura di 7.000 euro a favore dell'agente.

Altre notizie