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inno alla bellezza

Museo Fellini e piazza. Gnassi: ora possiamo scegliere, prima no

In foto: L'interno di una delle sale del Fellini Museum
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 8 minuti
ven 20 ago 2021 18:04 ~ ultimo agg. 18:26
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Cita “I cento passi” di Marco Tullio Giordana e la memorabile frase pronunciata da Peppino Impastato. Andrea Gnassi, ieri sera nel discorso inaugurale del museo Fellini, si è lasciato condurre da un tema: la bellezza. Ha ripercorso la storia del castello e della piazza: “per molto tempo abbiamo costretto i nostri figli, e noi, a vivere in una camera brutta. Abbiamo chiuso gli occhi”. Il primo cittadino rivendica il coraggio e la capacità di avere cambiato il volto di un luogo dove prima finiva la città e anche la possibilità di scegliere, di essere sostenitori ma anche detrattatori, una libertà di scelta che prima non era concessa.

Nella prima giornata di apertura a varcare le porte del museo anche Vittorio Sgarbi che ha voluto lasciare sul libro dei visitatori un particolare pensiero: “Sopraffatto da ciò che Gnassi ha fatto (e) io sto giù sotto

Il discorso di Andrea Gnassi

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.

E’ un brano del film ‘I cento passi’, di Marco Tullio Giordana. A pronunciarlo Peppino Impastato, il giornalista assassinato da Cosa Nostra. Con parole diverse insiste sullo stesso concetto espresso molti decenni prima nei suoi scritti dall’educatrice Maria Montessori: la bellezza deve essere parte fondamentale dell’educazione ai bambini.

Potremmo cominciare da qui per raccontare una serata speciale ma allo stesso tempo normale da ora in poi. Potremmo cominciare dai bambini e dalla bellezza, non per ricevere l’applauso facile, ma per discutere tra noi su cosa sia e debba essere una città.

Oggi apre il Fellini Museum, che non è un allineamento di teche con qualche cimelio o memorabilia a far bella mostra di sé, non è una scatola, un contenitore, nuovo o antico che sia. ‘Nulla si crea, tutto si immagina’ è la sintesi dell’autobiografia felliniana. Lo scrittore Milan Kundera andava oltre: ‘Quella di Federico Fellini è la storia di un’immaginazione portata verso cime inaccessibili, che tuttavia ci ha dato un’accessibile bellezza, forte e pura’. Accessibilità e bellezza che stanno insieme nella stessa frase. La bellezza è un diritto primario di cui tutti devono godere nello stesso modo. Vale per un’opera d’arte, un film, un Paese. Una città.

Qui per 70 anni c’è stato un parcheggio. A toccare, a invadere gli spazi storici e architettonici di un teatro, di un castello, di una chiesa, di almeno due palazzi medievali. Ci siamo abituati alla bruttezza, alla inaccessibilità di luoghi belli; all’impossibilità di vivere di questi luoghi tirati su dai nostri antenati nella convinzione di fare una cosa anche per noi, che saremmo venuti molti secoli dopo. Sapete come si dice? Fareste mai la camera dei vostri figli brutta? No. Eppure in tante città, e anche in questa città, per molto tempo abbiamo costretto i nostri figli, e noi, a vivere in una camera brutta. Abbiamo chiuso gli occhi. E abbiamo permesso che lamiere, caos, gas di scarico, degrado prendessero in ostaggio questo spazio che è storia e futuro allo stesso tempo. Ma soprattutto abbiamo negato che la bellezza, l’accessibilità a questi luoghi, rimanessero beni primari di comunità. Abbiamo negato un diritto. Senza motivo, abbiamo consegnato ad altri una cosa che ci apparteneva. La bellezza è un bene comune, la bellezza è un bene primario.

Nel libro ‘Il mio paese’, Federico Fellini- in un periodo di crisi personale e creativa, rifletteva sulla sua infanzia e giovinezza a Rimini, con i personaggi tipici di una provincia sonnolenta e disincantata. Dedicava qualche riga al Castello Malatestiano, all’epoca- siamo negli anni Trenta- usato come penitenziario, come prigione. ‘La Rocca- scriveva Fellini-, la prigione di Francesca, era, allora, piena di ladruncoli di sacchi di cemento e di ubriachi. Quel tozzo e tetro edificio m’è sempre rimasto in testa come una presenza nera, nel ricordo della mia città. Davanti alla Rocca c’era un piazzale polveroso, sul quale sostavano le carovane: un piazzalone sbilenco, dove finiva la città’.

Lì finivano, fisicamente e forse moralmente, i confini di Rimini.

La Rocca, bastione di difesa verso i campi e le terre fino al Montefeltro, la via Marecchiese, è stata poi caserma, carcere, poi parcheggio con di fronte rovine diventate palestra sportiva temporanea (per 75 anni). Tutta una malintesa concezione di quello che serviva alla città con il trascorrere del tempo. La città storica finiva qui. Castello abbandonato, palestra, parcheggio. Il ‘The End’, il ‘fine città, il sipario di Rimini che ha continuato a chiudersi nel posto dove siamo ora. Nel silenzio. Nell’accettazione. Senza proteste o raccolte di firme. Che fosse caserma,  prigione, parcheggio, mercato ambulante, che fosse un’area di sosta, che il castello ospitasse il raduno annuale degli abiti da sposa e il teatro una partita di basket senza spogliatoi, andava bene così. Un furto alla comunità accettato e magari applaudito

In questi giorni, senza dire nulla o essere spinti da alcuno, i riminesi con curiosità sono tornati ad avvicinarsi a questi posti. A sentirlo, ad annusarli, a viverli, a emozionarsi, qualcuno a piangere. Prima non gli era permesso: prima le auto, prima la confusione, prima lo smog, prima una strada. Tutto veniva ‘prima’. Ma quando il vento soffia impetuoso, quelli che prima apparivano ostacoli insormontabili crollano come se fosse la cosa più naturale del mondo. In un gioco, tipico non solo dello sport ma anche della politica, si chiede: ‘chi ha vinto?’. C’è un vincitore! Sì c’è! In questo caso hanno vinto i bambini che adesso possono muoversi liberi là dove non potevano, possono correre in uno specchio d’acqua come i coetanei di Bordeaux, o al Guggenheim di Bilbao, possono chiedere ai genitori o ai nonni chi siano quegli strani personaggi in bianco e nero proiettati sul teatro e cosa ci sia in quel castello. Perché a Rimini ci sono l’elefante e il rinoceronte. Sigismondo e Fellini. Possono. Possono chiedere. Il punto è proprio questo. Rinunciare per tanti, troppi anni, alla bellezza, alla storia, a passeggiare e godere di questi spazi è stato prima di tutto una privazione di ‘potere’ della persona, dunque di libertà. Chi aveva deciso, e per quale motivo, che questa piazza dovesse esercitare la sua tirannia con l’auto o nel castello, il nulla travestito da niente? Potere scegliere. Scegliere di dire ‘mi piace’, scegliere di dire ‘non mi piace’, scegliere di attraversare una nebulizzazione d’acqua, scegliere di non togliersi le scarpe e scegliere di scuotere la testa. Ma oggi possiamo scegliere: prima no. Oggi restituiamo a Rimini non solo un unico, straordinario omaggio di valore internazionale al suo figlio e genio, ma sopra ogni cosa la possibilità di esercitare liberamente un diritto primario, un diritto civile, indispensabile come l’aria, come l’acqua. C’è chi obietta: non si può ridurre il dibattito sul Fellini Museum a ‘mi piace’ o ‘non mi piace’. Sul piano culturale una risposta di qualche autorevolissimo intellettuale è stata: e perché no? Ma io penso che la novità, la strada nuova è che oggi possiamo farcela questa domanda, dandoci le risposte che riteniamo. Ma prima, santo Dio, quando c’era una piana di catrame e PM10 qualcuno poteva chiedersi ‘mi piace’ o ‘non mi piace’? Poteva scegliere? Poter scegliere è il primo esercizio di democrazia. E di libertà. E’ poco?

E poi nel mentre: il Fellini Museum, non un sacrario, un omaggio statico all’opera di Fellini. E prendere di Fellini la chiave, l’insegnamento universale molto italiano che si può sognare.

Il Fellini Museum è dentro, è parte del primo Polo Culturale Museale Italiano senza i paradigmi di tempo e spazio a cui eravamo abituati, si entra a teatro alle 21 e si esce alle 23, in un museo alle 9 e così via. I tre assi del Fellini Museum sono uniti dalla piazza che passa dentro il teatro che sarà sempre aperto e attraversa il PART anche con il suo giardino, un dentro e un fuori senza tempo. Uno spazio culturale e creativo molto particolare. E’ stato realizzato intorno a un’idea: l’eredità di Fellini, i semi che ha lanciato in ogni settore creativo del mondo e che germogliano e germoglieranno nel mondo contemporaneo e in quello futuro. Il Fellini Museum sarà una piattaforma che invita artisti e talenti del mondo a portare ed esprimere la loro creatività utilizzando gli spazi e le tecnologie del Castello e del Fulgor, la Piazza che dialoga con il teatro. Da Antonioni a Wes Anderson, da Cagnacci alle eccellenze di settori diversi. Talento italiano. Approfondito con la Sovrintendenza, le maestranze, i curatori che hanno con noi avviato un progetto di rigenerazione urbana puntigliosamente scandagliando ciò che il passato ci ha lasciato davvero e cosa no. Dentro e fuori il castello. Investire con visione, appropriatezza, sulla cultura. Innovazione e tradizione. Riscoprire la tradizione è alimentare il fuoco, non adorare la cenere. Le città con un buon ambiente culturale, creativo, musicale, le città creative, solide nelle radici, aperte nella curiosità, sono città più forti, con più anticorpi. La creatività è contagiosa e si allarga al territorio, lo influenza, si miscela con il mondo imprenditoriale, sociale, della scuola e delle università. Capisco, investirci vuol dire voler bene al futuro di Rimini, 6% è il contributo della dimensione del patrimonio artistico culturale  e creativo al valore aggiunto italiano. 17% è dato da questa dimensione culturale e che fa da leva ad altri settori, servizi della tecnologia e della manifattura. Con la cultura insomma si mangia, si crea lavoro, economia. Con la cultura si nutre anima, identità, comunità di una città.

Per questo il Fellini Museum ha spazi interni unici per atmosfera e unicità dell’esposizione. Un invito al sogno, un museo delle arti e del cinema,della storia italiana del ‘900, per prendere coordinate verso il terzo millennio, l’arte, il cinema, veri protagonisti di percorsi sensoriali, emotivi e multimediali dedicato all’opera di Federico Fellini. Poi c’è il Fulgor, il cinema in cui Fellini vide il suo primo film, rimanendone segnato per sempre. Quello è un luogo che, rigenerato, presenterà magia e documentazione, stanze del mago, cinemini anni Trenta ricostruiti e materiali di studio punto di riferimento degli studiosi di cinema di tutto il mondo. Quindi c’è lo spazio esterno, questa piazza a toccare idealmente tutti i punti di questo nuovo polo museale che, insieme al Fellini Museum, vede il PART, il teatro Galli, il Museo Civico. E’ un work in progress, che quando nelle prossime settimane sarà completato in ogni sua parte in realtà non sarà mai completo. Tonino Guerra, bosco urbano, la cultura, i campi della Valmarecchia che animano le piazze con le lanterne russe di Tolstoj. Perché da stasera vogliamo accarezzare il mistero della domanda piuttosto che la certezza granitica della risposta. Scriveva ai bambini Margherita Zoebeli, fondatrice del CEIS: non fermatevi alla prima impressione, vivete pienamente prima di esprimere un giudizio. Il dubbio non è mai debolezza ma precisione e rispetto.

Fuor da ogni retorica da inaugurazione, con Federico Fellini Rimini ha sempre avuto un rapporto bizzarro, neanche riconducibile alla classica categoria dell’amore/odio. E non solo per le fregature che questa città ha dato al Maestro, dalla casina sul porto promessa solennemente e mai donata, al ritorno del Rex mai avvenuto, perfino all’ignavia di non dedicare a lui mai nulla che non fosse poco più di uno stanzino, una via, un piazzale. E stiamo parlando del regista al mondo la cui fama e poetica sono più legate al paese d’origine, al pari forse di Woody Allen e New York. Famoso l’episodio di Fellini a passeggio per Rimini, freschissimo reduce dall’aver ricevuto l’Oscar alla carriera, che incontrando un amico d’infanzia sul Corso gli chiese in dialetto ‘Sa fet?’, ‘Cosa fai?’. E l’altro, subito ‘Me gnint. E te?’. Io niente, e te? Siamo dissacranti. Non ci facciamo mettere i piedi intesta di nessuno. Siamo irriverenti. Al regista fresco fresco di Oscar… Nel ritorno autobiografico di ‘Il mio Paese’, Fellini racconta di come una volta un riminese lo andò a trovare a Roma. ‘Fellini, come va? Sono Bissi. Mi hanno detto: dove vai?. Vado a Roma. Allora vai a salutare quel pataca di Fellini e digli che è un pataca’. Teniamoci l’irriverenza che non si piega a nessun potere. Ma ora Rimini si prende anche l’altra parte della sua anima: quella che porta l’irriverenza a sognare e a fare cose che gli altri si sognano e basta!

Adesso ci ritroviamo qui, senza tante parole da dire, tornando ad annusarsi, da veri riminesi, irriverenti e caustici su ogni cosa. Fellini è sempre stato qui,e da ora in poi non solo non se ne andrà ma lo incroceremo ogni giorno nella nostra quotidianità. Magari ci siederemo su quel gradino a guardare i bambini che corrono in mezzo all’acqua nebulizzata, come la nebbia di Amarcord. Faremmo forse una battuta sulla differenza tra questo velo d’acqua percorso dai piedi e dalle risate dei bambini e l’imponenza classica della Fontana di Trevi e dell’Anitona che vi si immergeva. Poi probabilmente staremmo in silenzio a guardare. Senza una macchina o un tubo di scarico a convincerci a sloggiare da questo piazzalone sbilenco. Poi ci verrebbe voglia di mettere il viso anche noi in quel velo fresco di nuvole d’acqua. Potremmo scegliere. Finalmente. Qui non finisce più la città. Ma riparte. Investendo su arte, bellezza, sogno che diventano però lavoro, emozione, pausa e vacanza.

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