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domenica 24 gennaio 2021
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Un dibattito surreale

A che ora nasce Gesù?

In foto: nascita
di Andrea Turchini   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
mer 2 dic 2020 18:04
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In queste settimane abbiamo assistito ad un confronto vivace sull’ora della prossima messa della notte di Natale, confronto che si è trasformato in un dibattito “teologico” surreale sulla “vera ora della nascita di Gesù”, un dibattito – peraltro – senza interlocutori ecclesiali. Inutilmente, infatti, preti, vescovi e teologi di ogni regione d’Italia si sono sforzati di far comprendere che per la Chiesa anticipare la messa della notte di Natale non costituisce alcun problema dal punto di vista “teologico”.
Ma ormai il “treno” era partito: tra coloro che dovevano difendere la verità della fede cattolica e l’assoluta indipendenza della Chiesa rispetto alle leggi dello Stato, e coloro che devono difendere la salute pubblica contro qualsiasi scriteriato (preti compresi), si è scatenato il solito confronto tra sordi, perché probabilmente gli interessi soggiacenti sono ben altri.

Ovviamente non voglio entrare in questo dibattito perché è assolutamente inutile, ma voglio spendere qualche minuto – cogliendo l’occasione – per ricordare cosa significhi per noi cristiani celebrare la nascita di Gesù e dare un breve contributo alla riflessione sulla libertà della Chiesa.

A Natale noi non festeggiamo il compleanno di Gesù; tantomeno facciamo finta che Gesù non sia nato, pensando che nasca realmente ogni anno (a mezzanotte ovviamente). Occorre affermare con determinazione che questo modo di pensare, sebbene sia diffuso, è errato rispetto alla fede cristiana.
Nella celebrazione liturgica di un evento come la nascita di Gesù (che per noi rappresenta l’incarnazione del Figlio di Dio), la comunità dei credenti fa memoria di quanto è accaduto irripetibilmente nella storia (più di duemila anni fa) e, mediante la liturgia, si rende presente a quell’evento diventando così partecipe del bene (della grazia) che Dio ha realizzato in quel momento della storia. E’ il rito che ci conduce a Betlemme, per contemplare insieme a Giuseppe e Maria, insieme ai pastori e ai magi la manifestazione del Figlio di Dio nella carne. Celebrare il Natale per noi significa ripartire da ciò che è accaduto in quel momento in cui Dio ha voluto diventare partecipe della nostra vita quotidiana nascendo a Betlemme.
Questo fatto non è legato ad un’ora. Infatti anche chi partecipa alla messa del giorno di Natale celebra lo stesso evento diventando partecipe della medesima grazia.

Sul tema della libertà della Chiesa nei confronti dello Stato vorrei semplicemente ricordare che, come ogni persona, anche la Chiesa è chiamata a coniugare libertà e responsabilità; che non esiste una libertà senza la responsabilità e che la seconda ci obbliga in coscienza a riconoscere e a scegliere cosa sia il bene attraverso il percorso del discernimento.
E’ vero che la Chiesa è libera, ma è anche vero che questa libertà si declina nella responsabilità di scegliere quello che, in una determinata circostanza, appare come il maggior bene possibile. Se la Chiesa riconoscesse che il bene da custodire e da promuovere è quello di difendere la salute delle persone, collaborando con le disposizioni dello Stato, facendolo non è prona all’autorità civile, ma esercita la sua libertà con responsabilità, riconoscendo e perseguendo il maggior bene possibile, scelta che, a volte, implica la rinuncia a cose importanti.
A questo proposito mi è piaciuto l’intervento di mons. Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, che richiama l’attenzione a non liquidare frettolosamente elementi simbolici, contenuti anche nel modo di celebrare la festa del Natale, che sono importanti sia per le persone che per la collettività. Anche questa attenzione deve far parte del discernimento e condurre ad una scelta responsabile per il maggior bene possibile.

In ogni caso non è questo tempo di crociate, e chi le ingaggia, anche in questo caso come in altri della storia passata, non è detto che lo faccia per difendere la fede o la Chiesa.

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