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di Stefano Rossini   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
lun 29 lug 2019 16:17 ~ ultimo agg. 5 ago 15:44
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Prima di passare per le aule della politica, l’integrazione avviene tutti i giorni per le strade della città. Non sempre è facile, quasi mai è lineare, ma in ogni caso va avanti, nonostante i proclami per la difesa delle patrie tradizioni. Le società cambiano, e lo fanno sia che ne prendiamo atto e cerchiamo di assecondare, guidare questo cambiamento, sia che lo osteggiamo fingendo che non accada.

L’integrazione comincia nella scuola, quando i nuovi arrivati o i ragazzi di seconda generazione cominciano ad apprendere la cultura locale e, in futuro, a trasformarla in qualcosa di personale. Ed è proprio la scuola la protagonista di questa storia. Il centro estivo di San Nicolò nasce nel 2016 per entrare in contatto con la numerosa comunità cinese, ad opera della comunità della Piccola famiglia dell’Assunta di Montetauro.

Siamo vicino alla stazione di Rimini, nella zona di Borgo Marina, il quartiere più etnico della città. Qui si trovano le scuole Ferrari, da anni vero laboratorio di integrazione, qui si trova la maggioranza dei negozi etnici, e qui si trova la moschea. A lavorare al centro estivo, che d’inverno diventa un doposcuola, Mattia, fratello di Montetauro, accompagnato da altri volontari, maestri in pensione, studenti delle superiori volontari e tirocinanti dell’università di Urbino.

Le attività che svolgiamo qui sono principalmente tre – racconta Mattia Amaranti, fratello di Montetauro –La prima è l’aiuto compiti, fondamentale per tutti i ragazzi. Poi c’è l’insegnamento della lingua italiana, sia per i nuovi arrivati, sia per chi è qui da due o tre anni, perché per apprendere bene la lingua italiana si richiedono almeno 3 o 4 anni, e parecchi ragazzi fanno ancora errori sia grammaticali, che nella sintassi. In più in questa scuola facciamo anche insegnamento della lingua cinese. Tutti questi bambini infatti parlano cinese ma non lo sanno scrivere. Per i genitori è molto importante che imparino la loro lingua perché nel caso il processo migratorio avesse un termine, potrebbero tornare in Cina con alcuni rudimenti della loro lingua”.

 Per quanto riguarda l’apprendimento della lingua italiana – dice Donatella Dell’Olmo, maestra e volontaria al centro estivo – se i bambini arrivano che hanno già sei o sette anni, e quindi vanno a scuola, le difficoltà non sono enormi, perché imparano con i loro compagni. Diverso è il discorso per chi ha già 13 o 14 anni, in parte perché alcune volte fanno fatica ad accettare di dover imparare una lingua nuova così difficile, e poi non hanno patrimonio lessicale, e ci troviamo a dover insegnare molte parole per permettergli di colloquiare con i compagni”.

Sono più di 100 i bambini di Rimini, Santarcangelo e del circondario che tutte le mattine si recano nel cortile di San Nicolò dalle 9 alle 12. Più una decina che viene da fuori: dall’Emilia Romagna, dal Veneto, dall’Abruzzo. Sono i figli di famiglie cinesi mandati dai parenti per l’estate e che vengono mandati al centro.

Un giorno alla settimana continua Mattia – facciamo un’attività alternativa sempre grazie all’aiuto dei volontari. Per le bambine delle elementari abbiamo proposto un corso di danza, mentre per quelle delle medie abbiamo organizzato un corso di cucina italiana in cui abbiamo preparato tagliatelle, strozzapreti, la piada, così imparano anche la nostra cultura e cucina italiana, che a molti di loro piace. I bambini delle elementari fanno invece un corso di calcio. Perché spesso tifano una squadra e giocano volentieri, ma soprattutto il calcio è un ottimo veicolo per integrarsi con i compagni italiani: quando un ragazzo gioca bene viene coinvolto dagli amici. Per i ragazzi delle medie è attivo un corso di basket”.

Montetauro porta avanti il centro estivo e il doposcuola da tre anni, ed è solo l’ultima fase di un progetto che ha origini più lontane. È dal 2003 che sono cominciati i contatti con la comunità cinese.

Noi li consideriamo cinesi, senza distinzioni, ma in realtà tutti i cinesi presenti in Romagna, ma probabilmente in Italia, vengono dallo Zhejiang, una provincia orientale che si affaccia sul maredella Cina, a sud di Shanghai. Negli anni le famiglie si sono aperte e si ècreata una bella comunità. Oltre al lavoro qui ogni anno festeggiamo il capodanno cinese e partecipano sempre tantissime persone”.

L’attività scolastica è anche un modo per fare breccia nella comunità cinese, tradizionalmente chiusa. Il cortile di San Nicolò diventa così un luogo di ritrovo per le famiglie che si fermano a chiacchierare e aumentano, grazie alla conoscenza dei figli, la loro conoscenza della cultura locale.

Ma l’integrazione non è costituita solo dai buoni rapporti tra la comunità ospite e quella ospitante. Essenziale è il percorso scolastico e personale delle seconde generazioni. Ne sono un esempio le tante sorelle maggiori dei bambini che tutte le mattine a San Nicolò aiutano i più piccoli con i compiti, e che studiano al liceo, o sono già arrivate all’università. Parlano un italiano senza inflessioni e sono perfettamente italo cinesi.

Il rapporto con la famiglia è molto importante – aggiunge Donatella –perché la famiglia si deve fidare di quello che facciamo nel centro. Il rapporto passa attraverso Cosimo, il mediatore culturale, che è cinese ed imposta un ottimo rapporto con le famiglie, in lingua cinese. L’anno scorso abbiamo provato a fare un corso di italiano con le famiglie. Avevano aderito dieci genitori. Ma è stato difficile, perché è molto difficile, ma soprattutto perché le famiglie hanno poco tempo da dedicare allo studio della lingua”.

Cosimo passa la mattina tra i banchi, aiutando i ragazzi nei compiti e parlando con loro.

Ai bambini piace venire qui perché qui sono tutti cinesi – dice – Nella scuola italiana parlano poco, perché hanno problemi con la lingua e sono timidi. Qui corrono come vogliono. E anche ai genitori piace venire qui perché possono chiacchierare e stare bene”.

Ma come sono le famiglie cinesi, qual è il loro rapporto con la nostra cultura, le nostre tradizioni? Cosa pensano, cosa fanno?

Non è facilissimo entrare nella mentalità cinese – chiosa Mattia – ma col tempo si scopre una comunità ricca e vivace. Ricordano molto le nostre famiglie negli anni ‘50 e ‘60. Il rapporto con i figli è più autoritario e spesso chiedono ai ragazzi un aiuto a casa e al lavoro. Le bambine cucinano, e maschi e femmine aiutano spesso nell’attività di famiglia. Noi qui non facciamo attività di evangelizzazione, anche se festeggiamo le nostre feste, Natale e Pasqua. Loro hanno un rapporto molto distante con la religione. Sono curiosi e rispettosi, ma rimangono indifferenti. Sono interessati principalmente al lavoro e a poter guadagnare. Amano la Romagna anche per questo. Vedono in noi una popolazione che sa lavorare senza fare storie, anche se probabilmente ai loro occhi lavoriamo poco!”.

Le azioni rientrano nel progetto Apprendo, A.P.P.Rendo, acronimo diA Pancia Piena RENDO Meglio,selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, fascia di età 5-14 anni, cui partecipano 25 enti, istituzioni e associazioni delle province di Rimini e Forlì Cesena che operano nell’ambito educativo e del sociale. Capofila è la cooperativa Il Millepiedi.

Obiettivo prioritario: migliorare l’esperienza scolastica con un approccio cooperativo e innovativo, lavorare sull’inclusione, favorire l’integrazione e, attraverso di essa, le competenze.

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di Simona Mulazzani   
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