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Al FAR in mostra la “Pet island” di Matteo Peretti

AmbienteCulturaRimini

15 febbraio 2018, 14:28

ualche anno fa la FAR (Fabbrica Arte Rimini) allestì un'importante mostra legata a tre generazioni di artisti appartenenti alla medesima famiglia. La trilogia affettiva partiva dagli inizi del Novecento e da Primo Conti, proseguiva con la figlia Maria Novella Conti Del Signore per concludersi col giovane nipote Tommaso Del Signore. Fu l'occasione per riflettere sulla persistenza della vocazione artistica e, in qualche misura, anche sugli schemi e i luoghi comuni secondo i quali a un artista di genio segue una prole che ne affievolisce il portato espressivo. Eppure gli esempi che indurrebbero a smentire i preconcetti su una ridotta 'eredità del pennello' vengono offerti in ogni epoca e in ogni geografia artistica. Non risulta nemmeno necessario andare alla scoperta di fatti minori per raccogliere casi illuminanti. Da Raffaello ad Artemisia Gentileschi, da Elisabetta Sirani ad Alessandro Magnasco esiste una lista di personalità che hanno marcato una forte autonomia stilistica dall'arte del genitore e non di rado l'hanno superata per energia e statura. Dal Novecento, con la chiusura delle botteghe e la fine del tramando stilistico, l'autonomia della filiazione si è definitivamente affermata e quella mostra sui Conti-Del Signore segnava anche vari passaggi epocali e di linguaggio: dalla pittura, alle istallazioni, fino al video che documenta un'azione. Torniamo oggi sul tema del legame affettivo tra due generazioni di artisti nella mostra Arcipelago Peretti. Oltre a rimandare al nome di famiglia, la presenza nel titolo del termine “Arcipelago” sembrerebbe marcare ulteriormente quella separazione di stile e di azione tra un artista che si è formato negli anni Sessanta ed il figlio che ha iniziato a produrre le proprie opere dall'ultimo scorcio del Novecento. Ma, in particolare, la titolazione raccoglie, quale filo conduttore, il tema insulare che è alla base della rispettiva selezione di opere compiuta per questa mostra riminese. Non è raro che la vita insulare, per un artista, si traduca in un'ideale dimensione creativa. Quella particolare fibrillazione dello spirito indotta da una prossimità del mare, che dona una vacanza del pensiero e del corpo, predispone in molti casi l'attitudine alla libertà dai trattenimenti, dalle briglie della ragione o da quelle della professione. Per Ferdinando Peretti i soggiorni a Cuba e quelli a Giannutri hanno ispirato serie di opere tra loro differenti per materia e tema. La fisicità della terra caraibica ha portato l'artista a comporre sculture, anche di grande formato, che mettono in dialogo il corpo con la materia, dove l'immanenza delle forme geometriche trova impasto con lo spirito dell'umano. Il ciclo più recente di dipinti e disegni realizzati a Giannutri, l'isola più meridionale dell'arcipelago toscano, è invece interamente dedicato alla parola come forma simbolica. Entro strutture aperte, che evocano faglie del terreno, si accatastano i caratteri e i fonemi di una lingua smarrita, da ritrovare. La dimensione comunicativa che ha caratterizzato l'alfabeto pittorico della Pop italiana ed europea, riemerge ora in un gioco di memoria, in una danza dei segni e dei significati. Per Matteo Peretti l'isola è un tema sociale, politico. La sequenza delle istallazioni, che occupa tutto il piano terreno della FAR, traccia la sua coordinata spaziotemporale sull'immensa isola di plastica che si è formata nell'oceano Pacifico (chiamata anche Pacific Trash Vortex), ormai grande quanto la Francia. Attraverso un innesto di oggetti che produce metafore, veri e propri aforismi filosofici, la sfinge dell'artista ci accompagna a riflettere sulle ipocrisie del mondo contemporaneo. Le strutture enigmatiche, quasi a rebus, che si dispiegano lungo la visita, assumono esse stesse la forma di un arcipelago significante. Come un Edipo che dopo la cecità si trasforma in un oracolo, in un profeta, anche il nostro predatorio consumo, ci spingerà a una coscienza postuma. (Massimo Pulini) Negli anni Sessanta Ferdinando Peretti ha vissuto a contatto, ha condiviso scelte e ha operato con i protagonisti della Pop Art romana. La scelta di una postazione defilata non gli ha impedito di vivere pienamente e di contribuire a una stagione che ha cambiato le sorti dell'arte italiana. La pittura di Ferdinando si è spesso collocata sul crinale tra una gestualità che impagina simboli e una materia informale che li disgrega. Mentre la scultura, più episodica, ha trovato espressione nella tecnica del calco e di un modellato plastico che torna a rigenerarsi nella compressione materica, Per lungo tempo Ferdinando Peretti si è dedicato a una parallela e intensa attività artistica e storica, quella di antiquario, di ricercatore e collezionista di pittura, non solo antica, ma anche moderna e contemporanea. Il suo nome è tra i più stimati di questo particolare e affascinante campo dell'arte e sono note le sue altissime qualità di connoisseur, che gli hanno permesso di scoprire, collezionare e far conoscere una quantità incalcolabile di opere di importanti artisti del passato. In particolare le sue ricerche si sono concentrate sulla pittura italiana dal XVI al XIX secolo. È stato ideatore e promotore della Walpole Gallery di Londra, che negli anni Ottanta e Novanta è stata un punto di riferimento assoluto nel settore dell'arte antica.

in foto: Family Pool

FAR | fabbrica arte rimini | moderna e contemporanea presenta PET Island dell’artista Matteo Peretti (Roma,1975), esposta dal 17 febbraio all’1 aprile. L’apertura sabato 17 febbraio alle 16.

La presentazione:

PET Island si compone di numerose installazioni, alcune create site specific per l’esposizione romagnola, altre di pregressa produzione. Il materiale plastico risulta essere il filo rosso di tutta la mostra, sia in quanto componente principale di tutte le installazioni, sia concettualmente come tematica che riconduce ad altri temi caldi a sfondo sociale come l’inquinamento, il consumismo e la facile mercificazione.

Peretti per creare la sua PET Island gioca con spirito ironico e allo stesso tempo critico sulla notizia dell’enorme isola nell’Oceano Pacifico creatasi interamente dagli scarti plastici mondiali, costringendo lo spettatore ad intraprendere una riflessione critica dal punto di vista umano e sociale, oltre che artistico. C’è nel lavoro dell’artista romano una svalutazione dell’essenza elitaria e individualista dell’arte in direzione di una dimensione allargata e collettiva, del tutto attualizzata, capace di veicolare nel gesto artistico un intento sociale.

Per mezzo del lavoro di Matteo Peretti lo spazio museale del trecentesco Palazzo del Podestà e dell’Arengo diventa, come l’isola di plastica, una realtà alternativa che permette una considerazione più acuta sulle tematiche proposte, suggerendo la necessità di ristabilire una più forte e diffusa consapevolezza a livello sia individuale che collettivo. L’attuale stato del nostro pianeta, della società e dell’individuo, impongono un messaggio globale non nichilista o pessimistico, bensì educativo e portatore di speranza per un cambiamento radicale, possibile solo se operato da tutti noi.

La mostra a cura di Massimo Pulini si inserisce nell’evento espositivo Arcipelago Peretti, con la presentazione in contemporanea della mostra di Ferdinando Peretti Cuba-Giannutri al piano superiore del Palazzo.

Il FAR prosegue così le sue iniziative di eventi espositivi incentrati sul confronto generazionale tra artisti all’interno della medesima famiglia, iniziata con “Trittico famigliare”, mostra che riuniva le opere di tre generazioni di artisti, Primo Conti, Maria Novella del Signore e Tommaso del Signore.

L’evento terminerà con l’inaugurazione della terza edizione della Biennale del Disegno, importante rassegna dedicata alle opere su carta dall’antichità ad oggi.

Si ringrazia il gruppo ALIPLAST S.p.a. sponsor tecnico dell’evento, precursore e leader europeo nella raccolta e nel riutilizzo dei materiali plastici e dei rifiuti di imballaggio.


Matteo Peretti è nato a Roma nel 1975. Figlio di una famiglia di rinomati conoscitori d’arte antica si trasferisce negli Stati Uniti dopo gli studi classici per conseguire una laurea in arti visive sotto la guida di Jhon Pearson ed Athena Tacha presso l’universita liberale di Oberlin. Nel 1998 la prima personale a New York dove lavora per un anno conoscendo grandi protagonisti come Richard Serra e Cindy Sherman e frequentando Exit Art, lo spazio espositivo di Jeanette Ingberman e Papo Colo. Dalla fine del 1999 è a Londra, nella capitale inglese ottiene un Master in Fine Arts presso la prestigiosa Central Saint Martins School of art, ha come compagni di corso artisti di odierna fama internazionale come Raqib Shaw ed espone in varie gallerie realizzando due personali e partecipando alla Biennale di Venezia del 2003 in un progetto curato da Angela Vettese. Nel 2005 è socio fondatore del GIGA (Gruppo Italiano Giovani Artisti), uno spazio dove espone e cura mostre ed eventi che tendono ad arricchire la proposta artistica italiana in collaborazione a diversi autori e giovani critici di rilievo come Barbara Martusciello e Gianluca Marziani. Negli ultimi anni i suoi lavori sono entrati in molte collezioni internazionali, ha partecipato a diverse colletive e mostre personali in sedi prestigiose come Palazzo Reale di Milano, Palazzo Venezia a Roma, Ex-Aurum di Pescara, Castel Ovo a Napoli, Biennale di Venezia, PAN di Napoli, Museo di Palazzo Chigi in Ariccia e Palazzo Collicola Arti Visive riscuotendo consensi molto favorevoli da pubblico e critica.

Nella sua produzione artistica, attraverso un metodo di creazione apparentemente giocoso, Peretti svela con sagacia, ironia e sarcastico realismo i meccanismi coercitivi e indotti in modo subliminare dalla società in cui viviamo. L’atmosfera ludica sempre presente nel lavoro dell’artista romano indica un immaginario post-pop tagliente, trasgressivo e assolutamente personale che lo rende uno degli artisti più originali e ricettivi del giovane panorama artistico contemporaneo.

FAR Fabbrica Arte Rimini

piazza Cavour, Rimini

17/2/2018-2/04/2018

orari di apertura 10-13 e 16-19, chiusi lunedì non festivi

tel. 0541 704416

http://www.comune.rimini.it/cultura-e-turismo/cultura/far


PET ISLAND

di Matteo Peretti

Esiste nell’Oceano Pacifico un’isola fatta interamente di plastica, grande quanto la Francia. 700.000 metri quadri di materiali di scarto, accumulatisi nei decenni per mezzo delle correnti oceaniche.

Date le enormi dimensioni quest’isola è stata denominata “The Great Garbage Patch”, e candidata presso le Nazioni Unite all’ ottenimento dello status di nazione, con tanto di bandiera, passaporto e valuta propria. Nel caso tale assurda ipotesi dovesse aver luogo, si configurerebbe la legittimazione di un luogo il quale per definizione è un non-luogo: un’isola che non c’è, o meglio, che non ci dovrebbe essere, nata artificialmente dalla prolungata incuria dell’uomo e del tutto disabitata, ma la cui effettiva esistenza reclama una più attenta riflessione sulle condizioni cui verte il mondo di oggi, e sulla sua necessità di salvaguardia.

Le opere presentate da Matteo Peretti (Roma,1975) in PET Island, prevalentemente in materiali plastici, vogliono condurre a simili riflessioni, ma il processo adottato dall’artista utilizza una metodologia opposta a quella appena menzionata. Egli, infatti, propone come base delle sue opere una de-legittimazione delle realtà geografiche e oggettuali. Mediante l’utilizzo di oggetti plastici l’artista intende negare l’originale essenza ontologica degli oggetti proposti, mettendo in atto una serie di scardinamenti logici al fine di riaffermare le tematiche in oggetto con più forza. Così l’isola composta da plastiche granulate si rivela una non-isola, antropica ma non antropizzata; le balle di fieno che normalmente costellano i nostri paesaggi si trasformano in balle di PET, che in maniera similare scandiscono il percorso espositivo invitando lo spettatore ad interagire con esse e a sedercisi. La forma socialmente accettata e conosciuta viene rimessa in discussione, tramite la sua modificazione artistica da naturale ad artificiale, da umana e umanizzata a non-umana, se non addirittura inumana.

Il gesto artistico è in questa maniera un gesto anche sociale, e un passo ulteriore rispetto a quello avanzato dall’Arte Povera, corrente artistica che come Peretti condivide la predilezione per materiali poveri, di scarto e/o di uso quotidiano: ma mentre in quest’ultimo gruppo di artisti, e come in Burri prima ancora di loro, vi è la necessità di questionare lo stato dell’arte per riportarlo ad una condizione più quotidiana ed intimista, nel lavoro dell’artista romano c’è una svalutazione dell’essenza elitaria e individualista dell’arte in direzione di una dimensione allargata e collettiva. Vi è un’attenzione verso temi più ampiamente sociali, quali i pericoli derivanti dall’inquinamento, dal crescente e rapido consumismo, dalla facile mercificazione, inclusa quella di riciclo che si estende anche all’arte, segnando il passaggio da un’idea di consumo veloce a una più ciclica di recupero dei materiali.

Dall’antica idea di arti plastiche, realizzata con materiali nobili e pregiati, si giunge ad una attuale e in parte ironica interpretazione di esse come arti DI plastiche: eppure il materiale plastico così versatile risulta dunque essere il nucleo concettuale e materico della mostra non solo come referente immediato delle tematiche sociali e ambientali appena menzionate ma anche e soprattutto come metafora-simbolo del nostro stesso essere al mondo, in senso sia individuale sia relazionale.

Queste considerazioni sono al centro delle opere presentate nella terza e quarta sala della mostra, che, rispetto alle prime due sale, prendono in esame l’odierna condizione umana, intesa sia nella sua accezione individuale sia come parte della società odierna, nelle relazioni e nelle gerarchie che si instaurano tra diverse persone ed intere popolazioni, al fine di arrivare a comprendere più a fondo quali siano i meccanismi che forse hanno portato l’uomo a creare quell’umanità autodistruttiva ed incosciente nella quale oggi ci troviamo a far parte.

Ad esempio, le implicazioni dell’inquinamento ambientale a livello umano si ritrovano espresse nell’opera Passaggio obbligato la quale, come suggerisce il titolo, si tratta di un percorso necessario che lo spettatore si trova a dover attraversare per passare da una sala all’altra: un tappeto di figurine umane in plastica che simboleggiano il calpestamento delle condizioni di vita e quindi della dignità individuale dei popoli meno abbienti per il solo soddisfacimento dei nostri elevati standard di vita: una lettura in chiave più ampiamente umana delle tematiche proposte dall’opera Volumes:Water, anch’essa una riflessione sul modus vivendi occidentale, sul valore di elementi per natura non commercializzabili, nonché su ulteriori tematiche sociali quali l’impatto a livello ambientale che il confezionamento industriale e il trasporto comportano. L’opera Baby Pool, nel contrasto tra la piscina per bambini, simbolo della condizione pura e naturale dell’infanzia e, per estensione, delle  future generazioni, e la nocività del suo contenuto in petrolio, paventa non solo una non troppo lontana condizione catastrofica a livello globale ma in senso più lato una corruzione più profonda del singolo individuo.

E proprio in questa direzione l’artista suggerisce nella quarta sala una ponderazione più approfondita su alcune dinamiche psicologiche che a livello singolare si estendono a uno più  diffuso, quegli erronei assunti e convinzioni sulle quali si poggiano molte delle nostre azioni e scelte quotidiane e quindi al rapporto che l’uomo intrattiene con se stesso e con la società in cui vive: gli assurdi standard di bellezza proposti dai media, raggiungibili grazie alla chirurgia, anch’essa curiosamente “plastica”, proposta nell’opera Beauty; l’illusorietà del concetto di benessere individuale simboleggiata dalle trappole dislocate nello spazio espositivo con una moneta d’oro come esca; la forzata convinzione che il benessere sia legato al consumo sfrenato di beni superflui, come nel pannello Shopping for Kids; il peso effettivo che viene dato alla nostra interiorità, ai nostri valori di Se la libertà avesse un peso.

Per mezzo del lavoro di Matteo Peretti lo spazio museale diventa, come l’isola del Pacifico, una dimensione tanto vicina a quella reale quando assurda, un luogo/non-luogo e dunque una realtà alternativa che permette una riflessione più acuta sulle tematiche proposte dall’artista, proponendo la necessità di ristabilire una più forte e diffusa consapevolezza a livello individuale e collettivo: l’attuale stato del nostro pianeta, della società e dell’individuo che lo vive, impone un messaggio globale non nichilista o pessimistico, bensì educativo, portatore di speranza verso un reale cambiamento, ma possibile solo se operato unanimemente.

Bianca Catalano


Qualche anno fa la FAR (Fabbrica Arte Rimini) allestì un’importante mostra legata a tre generazioni di artisti appartenenti alla medesima famiglia. La trilogia affettiva partiva dagli inizi del Novecento e da Primo Conti, proseguiva con la figlia Maria Novella Conti Del Signore per concludersi col giovane nipote Tommaso Del Signore.

Fu l’occasione per riflettere sulla persistenza della vocazione artistica e, in qualche misura, anche sugli schemi e i luoghi comuni secondo i quali a un artista di genio segue una prole che ne affievolisce il portato espressivo. Eppure gli esempi che indurrebbero a smentire i preconcetti su una ridotta ‘eredità del pennello’ vengono offerti in ogni epoca e in ogni geografia artistica. Non risulta nemmeno necessario andare alla scoperta di fatti minori per raccogliere casi illuminanti. Da Raffaello ad Artemisia Gentileschi, da Elisabetta Sirani ad Alessandro Magnasco esiste una lista di personalità che hanno marcato una forte autonomia stilistica dall’arte del genitore e non di rado l’hanno superata per energia e statura.

Dal Novecento, con la chiusura delle botteghe e la fine del tramando stilistico, l’autonomia della filiazione si è definitivamente affermata e quella mostra sui Conti-Del Signore segnava anche vari passaggi epocali e di linguaggio: dalla pittura, alle istallazioni, fino al video che documenta un’azione.

Torniamo oggi sul tema del legame affettivo tra due generazioni di artisti nella mostra Arcipelago Peretti. Oltre a rimandare al nome di famiglia, la presenza nel titolo del termine “Arcipelago” sembrerebbe marcare ulteriormente quella separazione di stile e di azione tra un artista che si è formato negli anni Sessanta ed il figlio che ha iniziato a produrre le proprie opere dall’ultimo scorcio del Novecento. Ma, in particolare, la titolazione raccoglie, quale filo conduttore, il tema insulare che è alla base della rispettiva selezione di opere compiuta per questa mostra riminese.

Non è raro che la vita insulare, per un artista, si traduca in un’ideale dimensione creativa. Quella particolare fibrillazione dello spirito indotta da una prossimità del mare, che dona una vacanza del pensiero e del corpo, predispone in molti casi l’attitudine alla libertà dai trattenimenti, dalle briglie della ragione o da quelle della professione.

Per Ferdinando Peretti i soggiorni a Cuba e quelli a Giannutri hanno ispirato serie di opere tra loro differenti per materia e tema. La fisicità della terra caraibica ha portato l’artista a comporre sculture, anche di grande formato, che mettono in dialogo il corpo con la materia, dove l’immanenza delle forme geometriche trova impasto con lo spirito dell’umano.

Il ciclo più recente di dipinti e disegni realizzati a Giannutri, l’isola più meridionale dell’arcipelago toscano, è invece interamente dedicato alla parola come forma simbolica. Entro strutture aperte, che evocano faglie del terreno, si accatastano i caratteri e i fonemi di una lingua smarrita, da ritrovare. La dimensione comunicativa che ha caratterizzato l’alfabeto pittorico della Pop italiana ed europea, riemerge ora in un gioco di memoria, in una danza dei segni e dei significati.

Per Matteo Peretti l’isola è un tema sociale, politico. La sequenza delle istallazioni, che occupa tutto il piano terreno della FAR, traccia la sua coordinata spaziotemporale sull’immensa isola di plastica che si è formata nell’oceano Pacifico (chiamata anche Pacific Trash Vortex), ormai grande quanto la Francia.

Attraverso un innesto di oggetti che produce metafore, veri e propri aforismi filosofici, la sfinge dell’artista ci accompagna a riflettere sulle ipocrisie del mondo contemporaneo. Le strutture enigmatiche, quasi a rebus, che si dispiegano lungo la visita, assumono esse stesse la forma di un arcipelago significante. Come un Edipo che dopo la cecità si trasforma in un oracolo, in un profeta, anche il nostro predatorio consumo, ci spingerà a una coscienza postuma. (Massimo Pulini)

Negli anni Sessanta Ferdinando Peretti ha vissuto a contatto, ha condiviso scelte e ha operato con i protagonisti della Pop Art romana. La scelta di una postazione defilata non gli ha impedito di vivere pienamente e di contribuire a una stagione che ha cambiato le sorti dell’arte italiana.

La pittura di Ferdinando si è spesso collocata sul crinale tra una gestualità che impagina simboli e una materia informale che li disgrega. Mentre la scultura, più episodica, ha trovato espressione nella tecnica del calco e di un modellato plastico che torna a rigenerarsi nella compressione materica,

Per lungo tempo Ferdinando Peretti si è dedicato a una parallela e intensa attività artistica e storica, quella di antiquario, di ricercatore e collezionista di pittura, non solo antica, ma anche moderna e contemporanea.

Il suo nome è tra i più stimati di questo particolare e affascinante campo dell’arte e sono note le sue altissime qualità di connoisseur, che gli hanno permesso di scoprire, collezionare e far conoscere una quantità incalcolabile di opere di importanti artisti del passato. In particolare le sue ricerche si sono concentrate sulla pittura italiana dal XVI al XIX secolo. È stato ideatore e promotore della Walpole Gallery di Londra, che negli anni Ottanta e Novanta è stata un punto di riferimento assoluto nel settore dell’arte antica.


La plastica di Aliplast nelle opere di Matteo Peretti in mostra a Rimini

La società del Gruppo Hera, leader nel settore del riciclo della plastica, ha fornito il materiale per le opere realizzate dall’artista, che saranno in mostra dal 17 febbraio al 2 aprile presso Fabbrica Arte Rimini.

Per il Gruppo Hera sostenibilità continua a essere sinonimo di arte. Attraverso Aliplast, società del Gruppo che si occupa del trattamento della plastica volto al suo riutilizzo, Hera ha infatti fornito la materia prima su cui l’artista Matteo Peretti è intervenuto per realizzare le opere che comporranno PET Island, mostra visitabile presso la Fabbrica Arte Rimini (FAR), dal 17 febbraio al 2 aprile.

Sponsor tecnico dell’esposizione riminese di Peretti, Aliplast agisce quotidianamente in senso contrario all’inquinamento che ha prodotto la grande isola di plastica presente nell’Oceano Pacifico, e alla quale si riferisce – con ironia – il titolo stesso della mostra dell’artista romano. In questo senso, la proiezione civica dell’opera di Peretti, attento alle dimensioni collettive e sociali implicate dai temi che affronta, ha subito incontrato il favore del Gruppo Hera, attivo in progetti di educazione ambientale che coinvolgono ogni anno circa 100.000 studenti delle scuole del territorio servito.

Con questa iniziativa la multiutility intende così ribadire la cifra distintiva del proprio impegno sul fronte dello sviluppo dell’economia circolare, che da tempo contempla significative attività tese a coinvolgere il mondo dell’arte nella rigenerazione di materiali altrimenti destinati allo smaltimento. Si inserisce in questo ambito, ad esempio, il progetto SCART, che grazie alla collaborazione fra Waste Recycling – altra società del Gruppo – e gli studenti delle accademie di belle arti di Bologna e Firenze, ha portato alla realizzazione di vari interventi, fra cui una mostra itinerante composta di opere realizzate esclusivamente a partire dai rifiuti, parte delle quali hanno contribuito all’allestimento degli stand con cui Hera si è presentata proprio a Rimini in occasione delle ultime edizioni della fiera Ecomondo.

“Ci muoviamo inconsapevoli tra insidie accattivanti e, senza sapere, calpestiamo chi vive per il nostro benessere – dichiara l’artista Metteo Peretti – Copriamo, buttiamo ed a volte ricicliamo, non idee né speranze ma isole di sogni infranti; le trasformiamo in qualcosa che non c’è. Un piccolo  messaggio di puro eroismo, una visione utopica da tempo necessaria, un domani dove nulla è spreco, dove la vera libertà si pesa con la sola consapevolezza.”

“I cambiamenti più importanti devono attecchire in primo luogo a livello culturale – afferma Carlo Andriolo, Amministratore Delegato di Aliplast – Se vogliamo veramente orientarci a un futuro sostenibile, quindi, è proprio l’arte che può aiutare tutti noi a pensarne l’urgenza e chiarirne i concetti. In questo senso – prosegue Andriolo – l’opera di Matteo Peretti risulta straordinariamente efficace perché la forza del suo impatto è in grado di innescare un’attenzione superiore, che fa capire quanto sia importante accelerare la transizione verso l’economia circolare, un modello di sviluppo – conclude l’AD di Aliplast – che punta al recupero della materia e alla tutela delle risorse naturali e per il quale Aliplast e le altre società del Gruppo Hera lavorano con impegno ogni giorno.”

Redazione Newsrimini

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