giovedì 13 dicembre 2018
In foto: Martedì a Rimini sarà presentata la bozza del primo documento del Piano Strategico di Rimini con la visione e gli ambiti di intervento previsti. Oggi, le aggregazioni laicali della Diocesi hanno presentato un proprio documento di contributo.
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sab 27 giu 2009 13:23 ~ ultimo agg. 00:00
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Diverse le proposte e le riflessioni partendo anche dalle tante criticità che Rimini presenta.

La sintesi del documento:

Aggregazioni Laicali Cattoliche

della Diocesi di Rimini

Riflessioni e proposte sul Piano Strategico

SINTESI PER LA STAMPA

Rimini, 27 giugno 2009

Premessa

Già in occasione del Corpus Domini del 2008, il vescovo Francesco Lambiasi aveva sollecitato i fedeli laici della Chiesa riminese a ripensare al nesso vitale tra Eucaristia e Città quale criterio guida di un vero e proprio “Piano Strategico”, che ha in Cristo il suo fulcro vitale: «Dalla cattedra dell’Eucaristia la comunità cristiana impara la grammatica di base dell’incarnazione e apprende la sintassi del rinnovamento della città, una sintassi che si articola in un “progetto” fondato su tre verbi principali e “reggenti”: condividere, trasformare, unire» (Discorso alla città – solennità del Corpus Domini, 22 maggio 2008). Di fronte al disorientamento e alla crisi che travaglia il nostro mondo, che è fondamentalmente crisi di una visione culturale e spirituale, crisi di una concezione antropologica e conseguentemente di “evidenze etiche”, i cristiani si sentono chiamati a ritrovare il loro “centro di gravità”, principio e meta di una storia nuova: «Dare un’anima alla città significa testimoniare una fede che genera una carità operosa e un impegno sociale che non può e non deve conoscere limiti, come non conosce limiti di spazio e di tempo la presenza di Cristo nell’Eucaristia» (Discorso alla città, cit.).

Quando i rappresentanti laici delle associazioni cattoliche sono entrati a far parte del “Forum Rimini venture”, per cercare di offrire il proprio contributo alla costruzione della città dell’uomo nei prossimi vent’anni, l’hanno fatto principalmente per due motivi:

prima di tutto perché sono cittadini di Rimini e ritengono che il futuro della loro città sia cosa che li riguarda e che sia indispensabile la collaborazione generosa e onesta con quanti cercano di realizzare il bene comune della città, cercando di risolvere i problemi più urgenti del presente;
in secondo luogo, perché, come cristiani, sentono che l’impegno per la città è un modo concreto di testimoniare la loro fede e vivere la logica eucaristica, che è logica di incarnazione.
Questo pur nella consapevolezza dei limiti del Piano strategico, a partire da un possibile utilizzo strumentale delle aspettative messe in atto e dal rischio che il coinvolgimento sociale allargato possa essere finalizzato alla legittimazione politica e culturale di ciò che è stato compiuto negli ultimi decenni.

Presupposti per un piano strategico

Riteniamo che i presupposti di ogni forma di ripensamento della città debbano essere almeno tre:

in primo luogo la preoccupazione della crescita culturale, intendendo col termine cultura la lotta contro l’appiattimento, la tensione verso la realizzazione di valori e la costruzione di un orizzonte di senso. Da ciò la necessità di investire più risorse sul fronte dell’educazione, (educazione all’interiorità, al dono di sé, alla libertà, alla responsabilità, capace di alimentare speranza affidabile e fiducia nella vita), evitando di ridurre la cultura a banale spettacolo ( vedi “notte bianca”, “notte rosa”, ecc.).
In secondo luogo l’attenzione alla persona, intesa come identità che si crea nella relazione, “con gli altri” e “per gli altri”. Da ciò la valorizzazione dei corpi sociali intermedi (famiglia, comunità, associazioni, cooperative…) e il loro coinvolgimento nella progettualità e nella gestione dei servizi alla città. Lavorare alla realizzazione del bene comune significa preoccuparsi della giusta distribuzione delle ricchezze e delle risorse, perché tutti abbiano il necessario per perseguire il proprio progetto di vita.
In terzo luogo la valorizzazione della bellezza, intesa come equilibrio e armonia nelle cose e nelle persone. Ciò comporta restituire il giusto valore al patrimonio storico e artistico della città, preservare l’ordine e la proporzione degli elementi che la compongono, edificare un ethos nel quale la comunità possa riconoscere la sua identità, ritrovare la sua memoria e costruire spazi di creatività.
La Rimini del presente: punti di criticità

Ci permettiamo di rimarcare alcuni punti di criticità, che, per non essere stati affrontati negli ultimi anni, sono diventati dirompenti:

Il dissesto urbanistico e paesaggistico che le scelte politiche degli ultimi anni hanno favorito, in particolare col ricorso al modello di pianificazione contrattata (“motore immobiliare”, project financing) si rende evidente nello sviluppo disomogeneo della città, tagliata in due dalla ferrovia; negli inadeguati collegamenti con l’entroterra; nelle enormi strutture commerciali in zone appena periferiche che, oltre a stravolgere la fisionomia urbanistica hanno aggravato la situazione critica della viabilità; nella costruzione di quartieri-dormitorio, privi di infrastrutture e di aree verdi, che hanno alterato gli equilibri tra campagna e città e hanno contribuito a svuotare il centro storico; nella lentezza del recupero del patrimonio architettonico (vedi Teatro Galli, Palazzo Lettimi, ex Colonie marine); nella trasformazione degli alberghi in residence.
L’emergenza casa che coinvolge il 20% della popolazione riminese, impossibilitata a competere con l’aggressività del mercato edilizio, distorto da fenomeni speculativi ( delle 71.790 unità immobiliari abitative accatastate nel 2006 ben 13.506 risultavano non abitate!). D’altra parte a Rimini gli alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica non arrivano al 2% contro il 5% della media nazionale e il 16 % della media europea!
L’immigrazione dall’estero, che, pur sentita per lo più come risorsa, pone tuttavia alcuni problemi di ordine pubblico, che rischiano di alterare il clima di fiducia e convivialità, necessario per avviare un leale dialogo interculturale.
La gestione della politica culturale che ha evidenziato l’eccessivo centralismo istituzionale; il sostegno privilegiato ad alcune realtà culturali a scapito di altre; la scelta di iniziative a carattere prevalentemente di “immagine”; la scarsa valorizzazione dei beni artistici e paesaggistici dell’entroterra.
Pur essendo diventato piuttosto consistente negli ultimi anni ( 8 facoltà, 122 docenti, 6.000 studenti), il Polo Universitario continua ad essere marginale nella vita culturale della città: manca con esso una collaborazione strutturata che consenta una feconda ricaduta sul territorio della professionalità e delle competenze scientifiche di docenti e studenti.

L’industria turistica, che rappresenta il 25% del valore aggiunto complessivo (contro il 15% rappresentato dall’industria manifatturiera) continua a soffrire la crisi del modello tradizionale di tipo famigliare, subisce il “turismo di evasione” e “quello intermittente”, che risultano economicamente gratificanti, ma socialmente molto onerosi e sta investendo con fatica in proposte nuove (fiere, congressi ecc.)
Non vanno poi dimenticate le sacche di povertà che continuano ad essere presenti sul territorio: anziani soli, tossicodipendenti, lavoratori stagionali “in nero”, giovani senza lavoro, immigrati clandestini. Accanto ad essi vanno crescendo le “nuove “povertà, rappresentate dalle famiglie colpite dalla disoccupazione e impossibilitate a mantenere i consueti livelli di vita.
Proposte e prospettive

Ripartire dalla propria identità e memoria

Ripartire dalla costruzione della nostra identità, riappropriandoci della memoria del nostro passato (artistico, culturale, storico, religioso) e ricostruendo luoghi “simbolo” dell’incontro tra cultura e città (teatro, auditorium ecc.), per evitare che la perdita della memoria diventi sradicamento e per metterci in condizione di educarci alla differenza e di aprirci al dialogo con le altre culture sempre più presenti sul nostro territorio.
Recuperare la vocazione internazionale, (adriatica in primis), della nostra città, rivolgendo anche a livello istituzionale, una particolare attenzione alla cultura dell’oriente bizantino e del mondo slavo, da cui sono giunti a Rimini i primi testimoni della cultura e della fede e i fermenti che hanno dato vita alle principali stagioni culturali del passato quali la grande pittura della “Scuola riminese del Trecento”.
Ripensare nuovi modelli turistici
Fare in modo che l’offerta turistica sia sempre più diversificata, che i vecchi e i nuovi modelli turistici trovino un loro comune denominatore nel turismo del “ben-essere”, a forte base relazionale ( tornando a puntare su un turismo che dia importanza alla qualità delle relazioni personali oltre che agli aspetti strutturali) e culturale, (mostre, esposizioni, convegni, sagre…) con una programmazione che copra tutti i mesi dell’anno; che valorizzi le risorse (enograstronomiche, paesaggistiche, storiche, artistiche, religiose) anche dell’entroterra. Per far questo occorre ristrutturare (per riqualificala) l’offerta ricettiva, ormai obsoleta e avviare le opere infrastrutturali di cui sta parlando da tempo: metropolitana di costa, recupero delle ex colonie, palazzo dei congressi, sistema dei trasporti. Sarebbe utile, a questo proposito, realizzare il Sistema Turistico locale, previsto dalla legge quadro sul turismo, per consentire una gestione del territorio sinergica e integrata tra i diversi prodotti offerti e tra i diversi attori protagonisti.
Università, ricerca, formazione
Consolidare il Polo accademico rafforzando l’area dell’educazione e della formazione oltre che del turismo e della moda; far diventare il Polo di Rimini un punto di riferimento del Mediterraneo nell’ambito della ricerca applicata al turismo; fare in modo che le risorse umane presenti nell’Università divengano un reale e costante fermento culturale della città. Si ritengono necessari per questo investimenti a medio e lungo termine oltre che reti di intese e collaborazioni scientifiche.

Cultura della sussidiarietà e lavoro
Potenziare i servizi (trasporti, asili, scuole, servizi alle persone non autosufficienti, attenzione ai soggetti a rischio di emarginazione), in modo che siano efficaci e accessibili a tutti senza esclusione. Ottimizzare l’impiego delle risorse costituendo network e puntando sulla cultura della sussidiarietà.
Avviare una politica della casa considerandola come un bene sociale primario – indispensabile alla salvaguardia dei valori della famiglia – e non semplicemente un bene-rifugio o un oggetto di mercato. Va dedicata quindi una nuova e diversa attenzione alle coppie giovani, alle famiglie monoreddito, agli immigrati (facendo in modo che non si creino ghetti, ingestibili anche dal punto di vista dell’ordine pubblico).
Promuovere la cultura del lavoro, riconosciuto non solo come risorsa economica, ma come possibilità di valorizzare le proprie capacità, strumento di integrazione sociale, servizio alla comunità. In quest’ottica bisogna puntare a curare la qualità del lavoro nei vari ambienti (lotta al lavoro in nero), a salvaguardare la possibilità di inserimento anche dei soggetti più vulnerabili e a rischio di marginalità sociale, a impedire che scompaiano i tradizionali mestieri legati alla marineria (vedi il cantiere navale)

Ripensare alla governance cittadina

Ripensare al “sistema di governo” attraverso una democrazia partecipata: per far sì che la Provincia non usurpi le funzioni dei Comuni, ma sia il soggetto titolare del coordinamento dei Comuni, dei servizi statali, degli interventi della regione; che il Consiglio comunale torni ad essere il luogo dove si decidono gli “indirizzi” politici e non semplicemente il luogo dove si ratificano scelte fatte in contesti extraistituzionali; che i Consigli di quartiere tornino ad essere ambiti nei quali affrontare le specifiche problematiche di un territorio.
Il sistema produttivo
Puntare ad una economia “reale”, basata sulle dinamiche della produzione–reddito-occupazione, contrastando la cultura della rendita di tipo finanziario, immobiliare, di “posizione” e fiscale o quella dell’appiattimento apatico, del “fin che dura”. Vanno previsti nuovi distretti industriali e/o artigianali a livello sovra.comunale, per mettere a disposizione delle imprese aree dove stabilire o allargare gli insediamenti produttivi, garantendo servizi, vie di comunicazione, infrastrutture.
Il terzo settore
Valorizzare il terzo settore, quello della cooperazione, dell’associazionismo, del volontariato
Va riconosciuta alla cooperazione la grande capacità di incontrare i bisogni dei cittadini e di impiegare le persone che non trovano spazio nel mondo tradizionale della produzione, per questo occorre addivenire al pieno riconoscimento da parte della Pubblica amministrazione delle cooperative come interlocutrici dirette, evitando il ricorso ai subappalti.

Va riconosciuta all’associazionismo la fondamentale incidenza sia sul versante della produzione ( vedi sindacati, organizzazioni di categoria…) sia su quello dell’educazione, dal momento che alle diverse associazioni è affidata di fatto la gestione delle attività sportive, culturali, ricreative, a tutela dell’ambiente a costo zero per l’Amministrazione. Non si può, quindi, non renderlo realmente protagonista delle scelte culturali e ambientali della Pubblica amministrazione. Così come non si può non ricorrere, nel momento delle scelte che hanno incidenza sul tessuto sociale, alla “sapienza operativa” del volontariato: educatori giovanili, gestori dell’assistenza, promotori di eventi culturali…

Osservazioni conclusive

A conclusione della nostra analisi ci sembra prioritario tornare a investire sulla formazione culturale per far si che alcuni valori imprescindibili per una crescita armonica del nostro territorio negli anni a venire divengano ethos condiviso:

Prima di tutto l’etica della responsabilità, all’insegna dell’ “I care”, per rivitalizzare il ruolo delle istituzioni con un impegno politico anche diretto, al fine di rinnovare la cura del territorio nei diversi aspetti: storici, paesaggistici artistici. Etica della responsabilità che significa anche consapevolezza delle proprie azioni e delle proprie scelte.
In secondo luogo l’attenzione al bene comune, che non deve essere inteso come la somma dei beni individuali, ma come il loro prodotto. Ciò implica un nuovo modo di vivere l’ospitalità e l’accoglienza, che chiede rispetto dell’ospite e delle altre culture, educazione al dialogo e all’ascolto per un costruttivo superamento di ogni forma di discriminazione etnica, culturale, religiosa. Richiede anche che si torni a pensare in termini di solidarietà verso le fasce più deboli e a rischio di emarginazione (vecchi, portatori di handicap, bambini, immigrati), con un’attenzione particolare al problema della casa e del lavoro, necessari alla persona e alla famiglia, “affinché vi sia un ambiente adatto che provveda ai servizi di base per la vita della famiglia e della comunità”.

Per raggiungere queste mete è fondamentale superare la separazione che in questi anni si è venuta determinando tra una società civile dinamica e creativa e la sfera politico-istituzionale. Bisogna che le Istituzioni comincino a valorizzare il capitale umano che opera sul territorio, sostenendolo, riconoscendogli il diritto di prendere parte alla vita culturale, economica, sociale e politica della città, ma soprattutto coinvolgendolo nella progettualità e nella gestione dei servizi.

Hanno collaborato:

Servizio Diocesano per il Progetto Culturale

Caritas Diocesana

Azione Cattolica

AGESCI

Associazione Papa Giovanni XXIII

ACLI

Centro Culturale “Paolo VI”

Comunione e Liberazione

FUCI

MASCI

MEIC

UCIIM

UCID

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