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Sogni (di carta) a fine anni ’50

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5 agosto 2001, 12:11

in foto: Quando leggevamo Montanelli e Bo
NEL PENULTIMO anno delle Magistrali, avevo un compagno molto intelligente e ribelle (avrebbe poi fatto il politico). Anziché soffocare in aula nei caldi pomeriggi primaverili di quel 1959, a cui ci obbligavano i doppi turni, lui faceva puffi frequentando il bar Diana, lungo via IV Novembre, il tempio dei giocatori di biliardo (almeno nella fantasia di chi lo aveva visto solamente dall’esterno).

Le rare volte che veniva in classe, sfoggiava provocatoriamente tutta la sua capacità di apprendere. Durante un’interrogazione di latino (con traduzione alla lavagna), mi suggerì un congiuntivo presente del verbo essere ricorrendo alla marca di un liquore, il “Cavallino rosso”, prodotto dalle aziende “Sis”, utili nella sigla alla mia coniugazione. Era un gustoso inganno che sfuggì alla nostra insegnante, terribile nel suo inappagato istinto materno e soprattutto utilmente inesperta delle cose ordinarie del mondo (io non bevevo, ma guardavo le pubblicità).

Un giorno con il compagno di classe, durante la ricreazione, il discorso cadde su quello che avremmo voluto fare da grandi, e lui disse il giornalista, “magari scrivere sul ‘Corriere della Sera’”. Lo leggevamo in pochi, forse in quell’aula soltanto noi due. Ma sapere di conoscerlo, instaurava una complicità intellettuale, se gli altri ci avessero ascoltato, ci avrebbero preso in giro.


(Un altro che lo leggeva, era un frate di Santo Spirito, professore di Filosofia. Quando la domenica arrivavo per la Messa, se non celebrava lui, mi sottraeva il “Corriere”, ed alla fine me lo restituiva con un sorriso amaro: “Giornale eclettico”, disse una volta. Un’altra spiegò alla predica che i professori materialisti potevano rovinare noi giovani, per fortuna che noi non capivamo niente e non potevamo così essere guastati dai loro strampalati ragionamenti.)


In quei tempi, dire “Corriere della Sera” voleva dire Indro Montanelli, che era già un mito, un maestro di stile. Quando il 22 luglio ho appreso la notizia della sua scomparsa, ho subito ripensato a questi semplici episodi, che però ci restituiscono un po’ del clima della nostra giovinezza, in quella Rimini solenne nelle sue dimensioni provinciali dell’inverno, ma che poi, da giugno ad agosto, diventava una città del mondo.
I veicoli del nuovo, per noi che avevano solamente diciassette anni, erano (oltre al “Cineforum” di fantozziana memoria), i giornali ed i libri, come le “Poesie” di Federico García Lorca, con traduzione e prefazione di Carlo Bo e testo a fronte, editore Guanda di Parma, stesso anno 1959. Ed anche Carlo Bo se n’è andato, precedendo nella volata d’un soffio Montanelli.

Il gusto della lettura dei libri non era molto alla moda per i nostri coetanei. (Con quell’amico ribelle, si parlava anche di musica jazz, un’eresia per molti). L’insegnante di Lettere non imponeva nulla, suggeriva con quella ostentata indifferenza che soltanto una mente bizzarra, ma dalla raffinata e scettica intelligenza, poteva sfoggiare davanti a molti maschi beceri (ed aspiranti vitelloni), ed a tante ragazze attente ad un apprendimento utilitaristicamente mnemonico, con una parsimonia più adatta alle virtù domestiche che a quelle scolastiche.

A muovere le acque della città, ci pensava un giornale che offriva servizi provocatori anche sul mondo dei giovani studenti, “La Provincia” diretta da Mimmo Mainardi che una volta alla settimana faceva da contraltare all’ufficialità quotidianamente servita a benpensanti e conformisti dal “Resto del Carlino”, ribattezzato “Il Rino del Carlesto” in una parodia fatta sul periodico degli universitari riminesi “Il Goliardo” che una volta all’anno, per Pasqua, suscitava innocenti scandali ma anche comiche querele.

Sono i tempi in cui Fellini, se arrivava in città a salutare la mamma, lo faceva di notte, per non farsi vedere. Era già una celebrità (proprio nella primavera del ’59, comincia a girare “La dolce vita”). Ma nessuno voleva ammetterlo.


Antonio Montanari

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