Tik Tok. Generazione a scatti nella Riviera che consuma
C'è una Riviera che non si ferma mai. Scorre veloce, lucida, sincronizzata. Musica sparata, piscine al cloro, risate che rimbalzano tra i tavolini e le vetrine illuminate. Tutto sembra funzionare secondo un ritmo preciso, continuo, quasi perfetto. Un tempo lineare, senza inciampi.
Poi, a guardare meglio, qualcosa si incrina. Tik Tok nasce dentro questa crepa.
Dentro uno scarto minimo ma decisivo: tra il movimento apparente e quello reale. Perché mentre la Riviera corre, c'è una generazione che non riesce a starle dietro. O meglio: ci prova, ma lo fa a scatti. Come un video che si blocca, come una connessione instabile, come una lingua che cambia troppo in fretta per essere compresa.
La protagonista di questo racconto non ha un nome proprio. O ne ha uno che non le appartiene davvero. Tik Tok. Un soprannome. Un suono. Un difetto. Un
modo per dire: sei fuori asse, sei fuori ritmo, sei altro. E in questa etichetta c'è già tutto il cortocircuito: il bisogno di definirsi e l'impossibilità di farlo dentro categorie condivise.
Il disagio che attraversa Tik Tok non è improvviso. Viene da lontano, ma negli ultimi anni si è fatto più evidente, più esposto. Il lungo periodo di isolamento, la distanza forzata nelle stagioni del Covid, la scuola vissuta spesso come esclusione più che come spazio di crescita, le relazioni interrotte o mai davvero costruite. Tutto questo ha prodotto una frattura che non si è ricomposta. Ha generato un linguaggio nuovo, rapido, frammentato, fatto di abbreviazioni, suoni, immagini. Un linguaggio che funziona tra pari, ma che diventa muro verso l'esterno.
Non è solo differenza generazionale: è incomunicabilità.
E quando non si è compresi, si diventa invisibili.
O peggio: si diventa disponibili.
La Riviera, ancora una volta, non è semplice scenario. E' un dispositivo. Un sistema rodato che ha bisogno di corpi giovani, flessibili, adattabili. Corpi che
possano coprire turni, riempire vuoti, sostenere ritmi. Più sei fragile, più sei utile. Più sei marginale, meno hai strumenti per difenderti. Più sei marginale, meno fai domande. Più sei fuori posto, più puoi essere utilizzato senza lasciare traccia.
Tik Tok entra in questo meccanismo come tanti altri.
Fa tutto e niente: bagnina, animatrice, presenza intermittente. Respira cloro, ripete gesti, impara a stare dentro una routine che non lascia spazio. E mentre la giornata si riempie di compiti, la persona si svuota. Non c'è formazione, non c'è crescita, non c'è prospettiva. Solo permanenza. Sta dentro un
meccanismo che non si ferma mai, e che non si chiede mai chi tiene davvero in piedi la festa. Il racconto restituisce tutto questo con una lingua che è già racconto.
Spezzata, ironica, laterale. Una lingua che fa sorridere, perché intercetta tic, modi di dire, deformazioni del presente. Ma è una risata breve, trattenuta. Perché sotto quella superficie c'è un continuo slittamento: tra ciò che si dice e ciò che si sente, tra ciò che appare e ciò che si rompe.
La normalità, qui, è già deformata.
Un topo nell'idromassaggio. La paletta che torna al ghiaccio. Le canzoni per bambini ripetute fino a svuotarsi di senso. Gli adulti che non vedono, o fingono di non vedere. I bambini che capiscono più di quanto dovrebbero. E in mezzo, una ragazza che prova a restare in piedi, mentre tutto intorno
scorre senza fermarsi mai.
La Riviera consuma anche questo.
Consuma energie, corpi, linguaggi. Consuma il tempo giovane trasformandolo in servizio, in prestazione, in presenza continua. E quando qualcosa si rompe, quando il ritmo salta, quando il sistema non regge più, la risposta è sempre la stessa: sostituire, spostare, dimenticare.
Tik Tok a un certo punto si sottrae.
Esce. Scappa. Si sposta altrove. Ma non è una liberazione piena. è piuttosto uno spostamento del problema. Cambia il lavoro, cambia la città, ma il suono resta.
Tik. Tok.
Un ritmo che non coincide mai del tutto con quello degli altri.
Un tempo che non si allinea.
Un movimento che continua, anche quando tutto sembra fermo.
In questo racconto, più che una storia, c'è una condizione: quella di una generazione che prova a esistere dentro un sistema che la utilizza senza comprenderla.
Che le chiede presenza, ma non ascolto. Che le offre spazio, ma non riconoscimento. E allora la domanda, anche qui, torna inevitabile: cosa succede a una società che non sa più parlare con i propri giovani, se non nel momento in cui può usarli?
Perché se il linguaggio si spezza, se la relazione si interrompe, se tutto diventa prestazione, resta solo un suono di fondo.
Ripetuto. Ostinato. Irregolare: Tik. Tok.
Tik Tok esiste davvero. L'ho incontrata, ascoltata, raccontata. Anzi, ne ho incontrate molte.
Buon ascolto.
Maurizio M. Taormina
da "Chiamatemi Riviera"












