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Ric. pubblichiamo: la relazione al bilancio 2005 del Presidente Fabbri

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Redazione
   
Tempo di lettura 25 min
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Nelle Dichiarazioni Programmatiche di Mandato presentate all’insediamento della nuova Giunta provinciale, avevo avuto modo di evidenziare quelle che sono le coordinate sulle quali si intende sviluppare l’azione dell’Amministrazione provinciale. Ricordo ancora i titoli, sui quali il Consiglio ha sviluppato un confronto importante esprimendo, con il voto, il consenso pieno delle forze maggioranza.
Essi sono: infrastrutture superiori, alleanze territoriali, innovazione turistica, sostenibilità dello sviluppo e sostegno alle politiche sociali. L’insieme rappresenta il Patto sottoscritto con gli elettori il 13 giugno e che, va sottolineato, ha le sue radici nell’attività l’attività di governo prodotta nel quinquennio 1999-2004. Il filo del nostro lavoro è dunque in gran parte definito. Il bilancio preventivo 2005 e il piano triennale degli interventi ruoteranno attorno gli obiettivi programmatici tracciati.

1. Nel presentare la proposta di Bilancio c’è – come dire? – la presenza di una “condanna” che da troppi anni gli Enti locali devono scontare. Quella di fare i conti con una Finanziaria che ha il marchio del centralismo con la sottovalutazione del ruolo dei Comuni e delle Province. Nonostante la Riforma del titolo V della Costituzione, nonostante i pronunciamenti diffusi di federalismo, nonostante la funzione primaria ed indispensabile delle Autonomie locali per lo sviluppo del Paese, si continua con Finanziarie che contraddicono la Carta costituzionale lasciando sul campo, nei fatti, una visione onnivora della Stato centrale e una evidente debolezza programmatica.

Un coro generale di critiche, da parte di Regioni ed Enti Locali, si è levato contro la proposta di Legge Finanziaria 2005 per i tagli indiscriminati in essa contenuti e per il balletto di cifre che la sta accompagnando che genera ulteriore confusione, incertezza, precarietà e sfiducia nel Paese.

Una Finanziaria recessiva, che riduce pesantemente gli investimenti, sia a livello nazionale che locale; che aumenta le tasse per 7.500.000.000 di euro, a fronte di un taglio delle imposte essenzialmente a vantaggio dei ceti più ricchi; che colpisce ancora una volta lo Stato sociale; che non solo impone nuovi vincoli a Regioni, Province e Comuni a discapito degli investimenti e della spesa sociale, ma con il taglio dei trasferimenti e la proroga del blocco dell’autonomia finanziaria e fiscale delle Autonomie locali rende impossibile il varo di adeguati bilanci, se non a danno delle politiche per lo sviluppo, per la qualità sociale ed ambientale.

La richiesta di profonde modifiche alla Legge di Bilancio dello Stato, fondate su efficaci e mirate azioni di sostegno allo sviluppo, di modernizzazione delle infrastrutture materiali ed immateriali, di innovazione e riforma della qualità sociale, è stata in questi giorni rinnovata dalla Regione Emilia Romagna e dagli amministratori locali emiliano romagnoli, riunitisi in Conferenza.

Nello specifico si chiede che per le Regioni e gli Enti locali territoriali siano attuate le regole europee in materia di Patto di Stabilità, evitando di scaricare il grosso dell’onere del risanamento finanziario sugli Enti decentrati che rispettano i vincoli di contenimento della spesa; che si rimetta mano alla questione della responsabilità fiscale e finanziaria, in altre parole del federalismo fiscale, come sancito dal titolo V della Costituzione; che siano pienamente riconosciute le esigenze finanziarie della sanità e delle politiche sociali; che siano tenute in debito conto le funzioni e le conseguenti risorse già trasferite con il decentramento amministrativo; che sia superato il divieto di utilizzare risorse derivanti da mutui e prestiti obbligazionari per investimenti a sostegno dell’iniziativa privata.

Ricordo a chi lo dimenticasse che il sistema delle Autonomie locali è del tutto disponibile ad assumersi le proprie responsabilità, attraverso un’azione concertata con il Governo nazionale, in tema di risanamento della finanza pubblica e pretende solamente di poter assolvere fino in fondo ad un compito positivo nell’azione di rilancio dell’Italia. Per farlo, però, esige che le sia finalmente riconosciuto un ruolo autonomo ed unitario.

Il quadro dentro il quale si colloca la previsione di Bilancio non è dunque dei più favorevoli. Non solo.

Il recente calo dell’inflazione in apparenza potrebbe far pensare ad un fatto positivo, in verità segnala la diminuzione progressiva dei consumi e con essa la mancanza di fiducia di molte famiglie e delle imprese nel futuro dell’economia e dell’Italia. Siamo dentro ad un fase recessiva che non sembra voler invertire la tendenza nei prossimi mesi. C’è molta preoccupazione. Soprattutto nel settore del tempo libero e del terziario il taglio dei consumi si sta facendo sentire sensibilmente. La prossima estate, anche se è ancora presto per capirne l’andamento, rischia di non avere buoni auspici.

In un recente audizione con le commissioni economiche della Camera e del Senato, il Governatore Fazio richiamava l’attenzione su come l’Italia sia in una condizione di scarsa competitività nel mondo, con il sistema Paese che sta perdendo quote progressive sul mercato mondiale.
Mentre il 2004 è stato un anno “grasso” per l’Asia che cresce con trend del 7%, per gli stessi Stati Uniti che segnalano un aumento del Pil di 4 punti, l’Italia segnerà a fine anno, se va bene, una crescita del 1,2% contro un media Europea bassa ma superiore del 2%. Perdiamo ruolo nel mondo. Vi è una crisi di competitività la cui origine non è solo da imputare alla insufficiente innovazione dell’apparato industriale italiano, bensì, in maniera più obiettiva, alla debolezza della ricerca avanzata, alla poco efficienza degli apparati pubblici, alla povertà di infrastrutture superiori, alla scarsa concorrenza per il peso dei tanti monopoli industriali e professionali.

Come si vede siamo costretti a camminare in salita, con pochi punti di riferimento. La Finanza degli enti locali viene schiacciata dall’incertezza e dalla precarietà, le famiglie e le imprese sono sulla difensiva, le principali associazioni sociali ed economiche, dalla Confindustria ai sindacati dei lavoratori, sollecitano soluzioni di politica economica che si distanziano notevolmente da quelle del Governo nazionale.

Anche una terra come l’Emilia Romagna, che pur rappresenta una delle regioni europee ad economia forte subisce, sente ovviamente il peso della situazione. La recente indagine di Unioncamere regionale, sul primo semestre 2004, segnala un calo dell’occupazione del 1,6% con 30mila persone in meno con un impiego. Un balzo che porta il tasso di disoccupazione del 2,8 al 3,5%. L’Emilia Romagna rimane comunque una delle regioni con la maggior percentuale di popolazione attiva del Paese, con ben 11 punti superiore alla media nazionale.
Ed è pur sempre una regione la cui ricchezza economica e fra le più alte d’Europa. Non si deve drammatizzare il calo dell’occupazione. Tuttavia sono segnali d’allarme. Sono tendenze che evidenziano le difficoltà del manifatturiero lungo tutta le via Emilia, così come purtroppo avviene, come si diceva per l’intero Paese. Siamo in una fase di grande incertezza. Tutto sembra schiacciato sul presente difficile. Manca una credibile prospettiva di sviluppo.

Calano i consumi, si riducono drasticamente i risparmi delle famiglie. Il 48% degli italiani, come segnala la recente ricerca delle Associazione delle Casse di Risparmio, non riesce più a mettere via parte del proprio reddito, avendo i soldi solo per vivere. Non ci sono risorse per la ricerca. Le grandi infrastrutture nazionali, a partire da quelle riferite alla viabilità e ai trasporti, non possono contare sui finanziamenti statali per la loro realizzazione. Le opere pubbliche locali, anche quelle già programmate, vengono congelate da una Finanziaria che blocca le residue capacità di investimento di province e comuni. Non ci sono fondi per le politiche sociali, per l’integrazione, per la scuola, per la sanità.
E in questo quadro denunciato dalle associazioni degli Enti locali (Anci e Upi), dai sindacati, dalle associazione dei consumatori, dalle grandi organizzazioni economiche come Confindustria, Confesercenti, Confcommercio, c’è chi parla ancora di diminuzione delle aliquote Irpef per far sì che i ricchi possano consumare di più e rilanciare l’economia.
Si potrebbe dire che siamo alla farsa se in realtà non ci trovassimo in una situazione sociale pesante, che purtroppo non lascia intravedere prospettive ravvicinate d’uscita. E mentre gli altri Paesi dell’Unione e del mondo camminano più veloci, l’Italia perde quota, perde credibilità, si impoverisce.

Lo stesso contesto internazionale segnala molti punti interrogativi a partire dalla guerra senza frontiere che il mondo si trova a combattere contro il terrorismo, e dal conflitto irakeno che è ancora lontano dalla soluzione pacifica e “dall’innesto” (mi si passi il termine) della democrazia. Se poi volgiamo lo sguardo ad altri terreni sensibili per l’equilibrio del pianeta globalizzato, come l’ambiente o la prospettiva di vita di milioni di esseri umani nei paesi più poveri dell’Africa e dell’Asia, l’immagine di un fase storica come quella attuale, gravata da grandi tensioni sociali e da irrisolti problemi culturali, si staglia netta nella nostra mente, impedendoci di essere sereni o di pensare che basti curare il proprio orticello per tenere lontani i fantasmi di un mondo talmente cambiato che sembra lasciarci senza bussola.

Il nostro sguardo è rivolto all’Europa. Proprio in anni come questi, così incerti e difficili, il nostro primo punto di riferimento per le politiche locali diventa il parametro europeo. La Costituzione dell’Unione Europea è stata sottoscritta dai capi di governo. Adesso dovranno arrivare le ratifiche nazionali, ma il dado è tratto. Un altro passo in avanti è stato compiuto per costruire quella casa comune europea che costituisce la grande novità negli equilibri geopolitici del mondo contemporaneo e che, nel contempo, rappresenta una straordinaria tappa nella storia dei popoli del nostro continente.
Si apre ora una nuova fase anche per l’Italia e le sue regioni. Essere dentro l’Europa, allargata nei confini e nei contenuti della sua Unione, vuol dire aprirsi a nuovi confronti, a nuove culture, a nuovi mercati, a nuove sfide per la qualità sociale delle nostre comunità. Vuol dire costruire sistemi locali moderni, in rete fra loro, e competitivi nel mondo sempre più piccolo.

Ritorno dunque al punto che mi è caro e che costituisce denominatore di tutto il lavoro della Amministrazione provinciale di questi anni: costruire un sistema territoriale moderno ad alta qualità sociale che sia protagonista in Italia come nel mondo, pur con la sua piccola dimensione oggettiva. Ovvero: costruire il Sistema Rimini come area d’eccellenza della regione e dell’Europa.

So che può apparire quasi noioso il ripetere tale concetto su tutti i documenti programmatici che si presentano: dal bilancio al nuovo PTCP, dal piano dei rifiuti alle politiche di settore. Ma questa “ridondanza” è necessaria poiché non c’è un punto d’arrivo; non c’è una costruzione che una volta realizzata concluda il lavoro; non c’è un’acquisizione culturale assodata che guidi per sempre i nostri ragionamenti. Tutto è in divenire. Il concetto di sistema non è dato una volta per tutte. Non è una meta. E’ una modo di organizzare oggi e domani la nostra comunità e il nostro territorio. Dunque è un processo che non ha conclusione ma che si alimenta via via attraverso nuovo tappe, e nuovi obiettivi, che a loro volta ne alimentano la necessità.

Noi ci siamo dentro da protagonisti principali perché sta al governo provinciale disegnare il quadro e definirne, assieme ai comuni e ai numerosi attori sociali, i suoi contenuti. Noi siamo i primi responsabili di quello che abbiamo definito la costruzione del Sistema Rimini.

All’inizio della passata legislatura qualcuno ironizzò sul ruolo di regia della provincia. Penso che oggi questo ruolo sia nei fatti acquisito. Noi intendiamo esercitarlo fino in fondo, senza venir meno al nostro compito di mettere in valore le grandi potenzialità economiche e sociali del territorio riminese, il quale ha tutte le caratteristiche per essere un sistema d’eccellenza della regione Emilia Romagna e dunque dell’Europa.

Nelle dichiarazioni programmatiche che ho presentato nei mesi scorsi al Consiglio si parlava di un passaggio di fase: “Siamo in un presente che richiede dei salti di qualità, dei passaggi netti. Oggi, 2004, all’inizio di questo ventunesimo secolo, si ripropone l’esigenza di un passaggio strutturale. Di un salto di fase che abbia il segno dell’innovazione e dell’armonia territoriale. Lo impone la competizione fra sistemi che cresce nel mondo e nella nuova Europa. Lo impone la domanda di qualità diffusa dei nostri ospiti. Lo impone la richiesta dei nostri cittadini di relazioni economiche e sociali sempre più moderne e civili. E soprattutto lo esige il livello della competizione internazionale”.

Rimini è stata da sempre terra di frontiera. Lo era ai tempi della Repubblica romana con il passaggio delle legioni di Cesare, e con lo splendido arco che Augusto volle costruire per ricordare a tutti che da qui iniziava la romanità. Lo fu nel Rinascimento, nella lotta continua fra signorie e potere papale. Lo è stata durante lo Stato pontificio essendo la Romagna terra ostica al dominio dei papi. E poi continuò ad esserlo attraverso lo spirito anarchico e garibaldino che segnava la città durante il Risorgimento.

Terra di frontiera lo siamo per la nostra posizione geografica, così segnata dallo convergenza fra pianura Padana, mare Adriatico ed Appennino che formano un paesaggio unico, bellissimo. Ma soprattutto Rimini è, grazie alla sua ultracentenaria storia turistica, culturalmente una terra di frontiera. Una provincia aperta all’incontro e all’ospitalità, dove tutto sembra essere già nato, sembra essere già visto, come se la vita fosse un film da non prendere mai troppo sul serio.

Questo DNA di area di confine, aperta al nuovo, è forse il vero motivo per cui, a volte, senza un perché preciso, la nostra società locale sia sempre in movimento e sia capace di innovarsi lanciando per prima nuove strade nel turismo, nella moda, nel costume, nel relazioni sociali. L’aria che si respira a Rimini è ben più frizzante da quella che si respira lungo la via Emilia o andando verso il Po.

Dal dopoguerra ad oggi abbiamo scandito regolarmente fasi importanti di innovazione, vere e proprie svolte. “ Così come si registrò negli anni ’50 con l’avvio del turismo di massa; negli anni ’60 con il potenziamento infrastrutturale della Costa per dare spazio e ruolo allo sbocciare dei “mille mestieri e delle mille imprese” collegate al turismo e all’indotto da esso derivato; come negli anni ’70 e ’80 con il segnare della maturità dell’offerta turistica accompagnata dallo sviluppo di una importante presenza industriale legata principalmente alla metalmeccanica e, di pari passo, dall’esplosione della crescita immobiliare; e infine come all’inizio degli anni ’90 con la felice scelta, obbligata in parte, della diversificazione turistica e lo sviluppo dei servizi alla persona.”

I ricercatori del Censis ripetono spesso che il modello da imitare per un turismo moderno è il “modello Rimini”, che si sta strutturando per fare turismo dodici mesi all’anno. Essi colgono il cuore del problema. Che è anche il nostro problema. Rimini con il suo Distretto turistico deve muovere ancora con più nettezza per essere un grande bacino rivolto ai servizi alla persona e alle esperienze culturali. Deve riconfermarsi la Capitale europea dell’ospitalità. Deve cioè affermare un suo primato, che a volte si è offuscato, per produrre vantaggi e valore aggiunto per l’insieme del sistema economico e sociale. Dobbiamo primeggiare nei servizi e nella qualità del territorio per offrire a tutte le famiglie e alle numerose imprese che operano nella nostra provincia concrete opportunità di crescita e di sviluppo.

Questa è la sfida aperta. Questo è il passaggio di fase a cui facevo riferimento. Siamo appena all’inizio di un cammino che però va concluso in fretta. Non abbiamo molto tempo davanti.

Ci sono tre fili strategici che vanno tirati per confermare il nostro ruolo di Capitale europea dell’ospitalità offrendo, così facendo, concreti vantaggi ai nostri cittadini e alle nostre imprese. Essi incorporano quello che chiamiamo nuova fase. I titoli sono noti. Li segnalo ancora con più nettezza perché rappresentano il faro di ogni nostra azione: a) completamento delle infrastrutture superiori; b) qualità del territorio con l’affermazione della bellezza del suo paesaggio e con la conferma delle sue radici identitarie; c) sostenibilità di ogni processo di sviluppo economico e urbano.

Tre direttrice che determineranno in maniera radicale ogni nostro comportamento amministrativo e che nella loro esposizione possono essere lette sia invertendo l’ordine – senza cambiare la sostanza – sia come un unico corpo di politiche di governo del territorio.

Parto dal completamento delle Infrastrutture di servizio perché l’argomento è quello più immediato per le scelte che dovremo compiere a breve. E’ aperta una impegnativa sfida di livello europeo su chi riuscirà a connettersi al livello più alto della rete di servizi che regolerà l’industria del turismo nei prossimi anni. Non sono in ballo nuovi villaggi turistici, improponibili per le aree mature o per le aree metropolitane. Non sono in ballo strutture per la bassa stagione con nuovi modelli ricettivi, che pur fanno crescere la capacità di un’area turistica di stare sul mercato. C’è qualcosa di più. C’è in ballo il ruolo delle grande aree turistiche di essere al centro di relazioni complesse che si esprimono nel segmento del congressuale, del turismo d’affari, e dei grandi eventi di costume e culturali.

L’ospitalità moderna deve dunque saper coniugare la tradizione turistica composta da ricettivo e commerciale dedicato alla persona, a quei servizi avanzati collocati sulla frontiera che lega insieme tempo libero, tempo di lavoro, tempo d’affari, tempo di relazioni culturali e economiche.

La provincia di Rimini vuole essere punto d’eccellenza europeo per i servizi avanzati alla persona, arricchendo la sua formidabile organizzazione turistica, composta da migliaia di piccole e medie imprese, con infrastrutture moderne e altamente competitive sul mercato. Le abbiamo chiaramente individuate e costituiscono il vero motore dell’innovazione territoriale: Fiera di Rimini; Palacongressi e organizzazione convention bureau; Aeroporto di Rimini/San Marino; Università e polo universitario romagnolo.

Sono questioni, queste, che abbiamo già più volte affrontato sia nel dibattito istituzionale che nel confronto politico. Le posizioni sono note. Su di esse ritorneremo di volta in volta sulla base delle determinazione che dovremo assumere. Voglio ora solo aggiornare il Consiglio su due argomenti molto attuali.

Il primo riguarda il Palacongressi di Rimini. Siamo giunti alla fase di chiusura di tutto l’iter politico amministrativo. Prima di Natale sarà discusso in Consiglio l’Accordo di Programma fra soci per dare il via all’opera. Siamo dunque ad un punto decisivo per realizzare in pochi anni una infrastruttura di grandissimo significato nella nostra strategia di sviluppo. Avremo di fronte un onere finanziario rilevante che toccherà complessivamente gli 85 milioni di euro, coinvolgendo il bilancio della Provincia in maniera sensibile. Uno sforzo grande, che deve essere accompagnato dalla cessione sul mercato di alcune quote azionarie della Fiera per compensare gli oneri finanziari derivanti dall’imponente investimento. Eppure ciò rappresenta, ne sono convinto, una strada obbligata. Fiere e congressi sono le colonne portanti di quello che dovrà essere il “modello” Rimini nei prossimi tre decenni.
La nostra organizzazione turistica e commerciale sostenuta dall’ospitalità devo competere su questo fronte con le grandi aree metropolitane europee e nazionali. E per farlo deve strutturarsi adeguatamente. Non ci sono mezze misure. O si è protagonisti con servizi d’eccellenza o si è marginali. Possediamo tutte le condizioni per essere vincenti. Si deve andare avanti speditamente. La Provincia è stata, fin dall’inizio della partita palacongressi, un convinto attore per realizzare un’opera di così grande livello.
Se siamo arrivati alla tappa finale, prima dell’inizio lavori, è merito anche della nostra convinzione.

Il secondo tema è quello dell’aeroporto. Penso francamente che siamo ad una passaggio cruciale per il futuro del nostro scalo. Passaggio che potremo affrontare con serenità, sapendo che tutti, dico tutti, vogliamo una soluzione di sviluppo che salvaguardi l’interesse dell’area riminese. Siamo infatti ben consci che senza un sito aeroportuale attivo tutto l’anno non riusciremmo a servire una potente organizzazione fieristica e congressuale quale quella che stiamo strutturando.

Non ci sono divisioni di sostanza nelle forze politiche o nelle rappresentanze sociale del nostro territorio sul ruolo dello scalo Rimini/San Marino. Noi stiamo lavorando in questi giorni su due obiettivi che sembrano a portata di mano. Il primo è quello di attivare un sistema regionale che garantisca la migliore integrazione fra Rimini, Forlì, Bologna.

Noi siamo pronti. La Regione per bocca del suo presidente ne sollecita la realizzazione, impegnandosi anche a sostenerlo direttamente. Forlì con i suoi rappresentanti approva il progetto. La parte che sembra ancora cauta è senza dubbio quella bolognese. E’ una cautela comprensibile per il ruolo centrale che ha l’aeroporto di Bologna e per la difficile sfida che anch’esso si trova ad affrontare per conquistarsi un posto solido nel sistema del trasporto aereo europeo. Bologna non ha molta farina in più da condividere sulla tavola del piano regionale. Parliamoci chiaro. Non siamo di fronte ad un percorso in discesa.
Molte sono ancora le zone d’ombra. Fra le principali, almeno per Rimini, vi è quella della vocazione che va riconosciuta ai tre aeroporti con gli interessi delle singole aree provinciali che non possono essere sacrificati. Per noi è indispensabile avere garanzie di sviluppo. Come dicevo abbiamo la necessità, da tutti riconosciuta, di tenere aperta la nostra “porta dei cieli” per 12 mesi all’anno non limitandoci alla sola funzione, pur importante, di traffico charteristico.

Il secondo obiettivo è quello della ricerca di un partner privato che abbia la funzione di socio di riferimento. Ovvero che sia intenzionato ad investire, seriamente, per lo sviluppo dello scalo di Miramare. Anche su questo versante abbiamo registrato importanti novità che potrebbero portare in pochi mesi ad un nuovo assetto del management e della stessa compagine sociale.
Ragioneremo, ci confronteremo su queste traiettorie. La cosa certa è che bisogna ottimizzare i nostri sforzi per raggiungere ambedue gli obiettivi: sistema degli scali regionali da una parte e, dall’altra, partner privato solido e convinto delle nostre potenzialità che si impegni a far crescere i nostri servizi aeroportuali.

Oltre a quella delle infrastrutture superiori, altre due direttrici, come dicevo, plasmano la nostra azione di governo provinciale e dunque il bilancio: la qualità del territorio coniugata con la bellezza del suo paesaggio e la salvaguardia della sua identità; la sostenibilità dello sviluppo economico e urbano.

L’affermazione può sembrare – come dire – accademica. Frutto di concetti buoni ma generici nella sostanza. Non è così. Non è il tempo di esercitazioni retoriche. La posta in gioco è molto alta. Non dipende tutto dal pubblico, certo. Tuttavia il pubblico deve dare prospettive. Indicare strade.
Definire strategie credibili per rappresentare il punto più alto nel governo di una comunità.

La Provincia assolve il compito di contribuire al progresso della società locale se è capace di fare ciò: affermare strategie di sviluppo credibili e condivise. Lo stiamo facendo con successo. Ma in questa fase di passaggio dobbiamo muovere in avanti per quanto riguarda la sostenibilità e la qualità urbana e territoriale, affermando politiche coerenti attraverso “fatti concreti di governo”.
Mi limito dunque a citare le voci che incorporano tali concretezze: il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, il cui documento preliminare sarà presentato a giorni; i progetti riferiti ad Agenda 21 e programmi per il turismo sostenibile che si trovano evidenziati nei diversi capitoli di bilancio; le azioni per una mobilità urbana sostenibile; il piano provinciale per la qualità dell’aria; la rete dei contenitori culturali; i progetti legati alla memoria del turismo; la valorizzazione dei prodotti della nostra terra a partire dal vino e dall’olio; la valorizzazione delle nostre colline e del loro patrimonio storico e paesaggistico; il sostegno alla certificazione di qualità delle imprese, e potrei continuare con l’elenco delle buone pratiche amministrative riferite alla qualità del territorio, evidenziate, come potrete vedere, nelle numerose poste di bilancio.

Ci sono sostantivi, dunque, che guidano tutta l’opera del Governo provinciale e che ne caratterizzano anche le scelte di bilancio e di piano pluriennale. Ovvero: qualità, identità, bellezza, sostenibilità. Per il territorio riminese essi sono veri e propri archetipi sui quali fondare la competitività del nostro sistema.
Avendo la vocazione all’ospitalità e un’organizzazione economica legata prevalentemente ai servizi, questa terra, a differenza di altre province anche vicine, non può fare a meno di quei connotati che oggi guidano le scelte dei turisti, dei consumatori e più in generale delle famiglie e delle imprese. Connotati che tutte le indagini sociali identificano con i sostantivi sopra richiamati.

Il passaggio di fase che stiamo vivendo potrà portarci nuovo sviluppo se sapremo incorporare nei processi economici e nell’organizzazione urbana sostenibilità e identità. Non abbiamo altre strade. L’alternativa sarebbe quella di subire i cambiamenti essendone travolti.

Come sapete la globalizzazione, con l’affermarsi della delocalizzazione produttiva, l’apertura totale dei mercati e la spinta innovativa offerta dalle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, sta cambiando le gerarchie economiche nel mondo mettendo a dura prova, fra le altre cose, i nostri distretti industriali che fino a metà degli anni novanta erano motivo di studio da parte di tanti ricercatori per la loro efficienza produttiva. Molti di questi (tessile, ceramiche, mobili, occhialeria ecc.) subiscono la concorrenza dei paesi asiatici con la Cina in testa e sono costretti a ristrutturare, delocalizzando le produzioni, quando va bene, o chiudere i battenti. La situazione non è facile. Rimando per chi volesse approfondire agli atti parlamentari prodotti dalla Commissione attività produttive, commercio e turismo della Camera, ai rapporti del Censis e allo stesso censimento Istat del 2001.

Fra i tanti distretti produttivi, 199 ne ha classificati l’Istat, quelli che hanno di fronte più futuro sono certamente quelli legati al tempo libero ed al turismo. Chi offre relazioni fra le persone, esperienze culturali, ospitalità e piacere di una vacanza attiva, possiede una ricchezza immateriale che non è imitabile. Non è riproducibile. Non può essere rifatta in altro luogo delocalizzando le risorse della produzione. Ecco la nostra forza. Ecco la strada per i prossimi decenni. La nostra identità legata ad una patrimonio di storia, di servizi, di relazioni, di impresa diffusa, che va salvaguardato e arricchito preservando il territorio con la bellezza del suo inimitabile paesaggio.

La strategia della Provincia è perciò chiara: difendere, valorizzare, promuovere questo ricco patrimonio con scelte di governo coerenti e coraggiose. Le parole chiave che ho usato: identità e sostenibilità, che stanno dentro alle tre direttrici sopra indicate ci sembrano corrispondenti alle sfide aperte.

Il bilancio 2005 che oggi presentiamo ruota attorno alle politiche che ho cercato, in breve sintesi, di evidenziare. La documentazione che è in possesso del Consiglio è ampia e dettagliata, consentendo ad ogni consigliere di poter entrare nel merito e di poter svolgere la propria funzione di propulsore e di controllore dell’attività della Giunta e degli uffici. Non devo perciò aggiungere molto per presentare la proposta nel dettaglio. Ritengo però utile richiamare l’attenzione su alcuni aspetti di maggior rilievo.
Nonostante la difficile situazione in cui ci porterà la finanziaria che comprime i margini di azione degli Enti locali con tagli e restrizioni contradditori, la Giunta non intende abbassare le guardia su quelle scelte che influiscono direttamente sugli interessi diffusi della nostra comunità provinciale.

– Faccio riferimento prima di tutto alle risorse per il sociale con quell’insieme di progetti legati non solo all’assistenza ed al sostegno delle persone e delle famiglie in difficoltà, ma alla rete di servizi rivolti all’inclusione e alla solidarietà. Non siamo indietreggiati, abbiamo aumentato gli stanziamenti impegnandoci con i comuni e con l’Ausl a continuare le azioni positive anche nei prossimi anni.

– Stesso impianto lo abbiamo mantenuto per le iniziative collegate alla cultura e ai temi dell’identità e della bellezza del paesaggio. Come abbiamo anche in passato avuto modo di affermare. La cultura rappresenta una fattore determinante per lo sviluppo della nostra comunità e per il rafforzamento della sua identità. Se a ciò si aggiunge la partita aperta sulla memoria del nostro recente passato che non intendiamo disperdere, si comprende appieno come sia necessario non interrompere il lavoro mettendo a disposizioni i fondi necessari.
– Sempre sul versante ordinario degli impegni di spesa, va detto che in generale si mantiene un buon fronte d’iniziativa. Pur avendo dovuto ridurre di qualche punto in percentuale le spese dei servizi, i progetti avviati e quelli che si ritengono essere “strategici” non vengono a subire condizionamenti in negativo. Questo vale per le attività produttive, per il sostegno all’impresa turistica, per i servizi al lavoro, per la scuola, per l’ambiente, lavori pubblici, programmi d’area e così via. Vi è il mantenimento del livello alto d’impegno della Provincia su quei filoni che hanno caratterizzato le cose buone fatte finora e apprezzate dai comuni e dai cittadini.
– La parte degli investimenti e dei programmi pluriennali è stata a sua volta sottoposta ad una verifica attenta con una riduzione, se pur limitata, degli impegni, posticipando quelle opere che, nello sviluppo del loro iter procedurale che abbraccia diversi esercizi, potevano essere diversamente collocate. L’ammontare complessivo segna, comunque, una dimensione rilevante a dimostrazione, ancora una volta, come l’azione della Provincia sia indispensabile per rendere più moderna la nostra organizzazione sociale.
Nei prossimi tre anni prevediamo investimenti per oltre 80 milioni di euro di cui i due terzi a carico diretto dell’Ente.

Nei documenti allegati, come dicevo, sono indicate le tante voci che costituiscono le voci di bilancio sia in entrate che in uscita e la previsione pluriennale degli interventi. Rimando a questi per orientarvi nel vostro lavoro.

Quello che andiamo ad approvare è il primo bilancio del nuovo Consiglio e della nuova maggioranza di governo provinciale. Si inizia così un cammino che ci porterà al 2009. Ci aspettano cinque anni di lavoro intenso dal quale dipenderà, non poco, la possibilità di successo dell’area riminese. Abbiamo come ente provincia una grande responsabilità. Siamo noi il primo luogo dove la classe dirigente locale sperimenta la propria coesione e la capacità di guardare in avanti con strategie e programmi intelligenti. Grazie ad una forte maggioranza che è stata capace di darsi un preciso indirizzo programmatico e anche ad una minoranza che si è dimostrata seria e attenta all’interesse delle comunità locale, sono sicuro che manterremo fede agli impegni che ci siamo dati.

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