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imputato un 61enne riminese

Raggira sorelle orfane e fa sparire 100mila euro. L'Appello conferma la condanna

In foto: la Corte d’Appello di Bologna
la Corte d’Appello di Bologna
di Redazione   
Tempo di lettura 3 min
Sab 28 Mar 2026 18:51 ~ ultimo agg. 19:37
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La Corte d’Appello di Bologna ha confermato la condanna di primo grado, disposta dal Tribunale di Rimini, a un anno di reclusione (pena sospesa) nei confronti di un 61enne riminese imputato per appropriazione indebita nei confronti di due ragazze, entrambe residenti a Rimini, rimaste orfane della madre, deceduta nel 2017 in un tragico incidente stradale. 

L'uomo, che con la madre delle giovani aveva avuto una relazione sentimentale, era accusato di aver fatto sparire circa 100mila euro dai conti delle due sorelle, che all’epoca avevano 18 e 17 anni e si ritrovarono improvvisamente sole, travolte da un terribile lutto. In loro soccorso arrivò il 61enne, ex assicuratore, un tempo appunto legato sentimentalmente alla madre, che si offrì di aiutarle a districarsi nel marasma di cavilli delle pratiche assicurative e a sbrigare una serie di adempimenti burocratici. Un gesto che, secondo l’accusa, sarebbe servito per carpire la loro fiducia e impossessarsi in maniera non esattamente limpida di una parte del patrimonio ottenuto dalle due giovani dopo la perdita della madre. Entrambe, infatti, furono risarcite con 760mila euro a testa. Un bel gruzzolo che nel triennio 2017-2019 sarebbe diminuito a causa delle movimentazioni sospette operate dall’uomo, che aveva accesso ai loro conti correnti.

Attraverso accurate indagini, la Guardia di finanza di Rimini contestò al 61enne, che avrebbe agito in forza dei poteri di delega, l’appropriazione indebita di 95 mila euro alla sorella maggiore e 71 mila euro alla minore, per un totale di 165 mila, somma che poi il giudice di primo grado ha ridefinito in 100mila euro di risarcimento da versare alle giovani entro cinque anni dal passaggio in giudicato della sentenza. Le due sorelle si erano costituite parte civile nel processo attraverso il loro legale di fiducia, l’avvocato Enrico Graziosi. Assolto con formula piena, invece, dall’accusa di esercizio abusivo della professione. Per la Procura, pur non essendo iscritto all’Ordine degli avvocati e non avendo mai ottenuto l’abilitazione, l’imputato (difeso dall'avvocata Angelica Iannone) avrebbe messo in atto una serie di azioni ingannevoli, tipiche appunto della professione forense, come sottoscrivere l’atto di quietanza rilasciato dalla compagnia assicurativa, autenticare le firme degli eredi, presentarsi come avvocato durante un controllo della polizia Locale e addirittura patrocinando le due sorelle davanti al tribunale di Rimini. Accuse che in aula però non hanno retto né in primo né in secondo grado. 

Con la decisione dei giudici bolognesi, dunque, resta in piedi la ricostruzione già accolta dal tribunale riminese. In sostanza, la Corte d'Appello ha ritenuto fondata l’ipotesi secondo cui l’uomo avrebbe approfittato della posizione di fiducia conquistata in un momento di particolare fragilità delle due ragazze per gestire in modo illecito una parte consistente del loro patrimonio.

 

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