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Presbiterio diocesano: la Relazione di Mons. Giuseppe Betori

di
Redazione
   
Tempo di lettura 25 min
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“Il volto missionario della parrocchia
in un mondo che cambia”
Presentazione del contesto pastorale e delle linee portanti
della nota pastorale dell’Episcopato italiano

1. Un’immagine biblica può introdurci alla presentazione della nota pastorale dei vescovi italiani sul volto missionario che devono assumere le nostre parrocchie. Si tratta dell’immagine che il libro degli Atti degli apostoli ci offre della prime comunità cristiane. Gli inizi della Chiesa non conoscono ancora la figura della parrocchia; come sappiamo, essa si affaccia sulla scena della vita ecclesiale soltanto verso il IV secolo, nel momento in cui si ha un’accelerazione della diffusione del cristianesimo nelle campagne e occorre pertanto trovare una più stabile presenza comunitaria nel nuovo contesto sociale frammentato. Gli inizi della Chiesa vedono piuttosto una presenza che si articola da una parte attorno alla predicazione in luoghi religiosi, come le sinagoghe, e in luoghi profani, come i mercati e le scuole, e dall’altra attorno alla vita comunitaria – liturgica, catechetica e caritativa –, che si svolge nelle case dei convertiti più abbienti e/o più disponibili.

Ma il libro degli Atti si propone di offrire un paradigma ecclesiale che abbia un valore al di là delle modalità con cui si andava configurando quella prima comunità; questo paradigma, pertanto, deve essere guardato come normativo anche da noi. Ciò vale in modo particolare per la prima parte del libro, all’incirca fino agli inizi del cap. 8. Da lì in poi, infatti, Luca mostra come la forza della Parola ne guida e ne sostiene una diffusione che supera ogni ostacolo, per dare attuazione al comando di Gesù agli apostoli, di essergli «testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra» (At 1,8). Paolo, che al termine del libro raggiunge Roma, e lì si insedia «annunciando il regno di Dio e insegnando le cose riguardanti il Signore Gesù Cristo, con tutta franchezza e senza impedimento» (At 28,31), è per Luca l’emblema di una Chiesa fedele a quel mandato missionario e che, dal centro dell’impero, irradia su tutto l’orbe allora conosciuto la potenza innovatrice del Vangelo.
Prima però di giungere a questo traguardo, come primo passo verso di esso, Luca delinea il volto della Chiesa, a cui il Risorto ha affidato la Parola e il compito di diffonderla. I primi sette capitoli degli Atti non sono tanto la storia della Chiesa in Gerusalemme, quanto piuttosto l’immagine che ogni Chiesa, secondo Luca, deve assumere per poter svolgere il compito dell’annuncio. Sono capitoli che ruotano attorno al ben noto sommario che, alla fine del cap. 2, dopo l’evento di Pentecoste e la successiva predicazione di Pietro, ci descrive così la comunità che da essa scaturisce: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli.
Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la stima di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,42-48). Da questa immagine sintetica si diparte una successione di eventi, che prospettano la vita della Chiesa nella sua dimensione interna e in quella del suo collocarsi nel mondo: tra comunione e missione.
La prima è fondata sull’assiduità «nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere» (At 2,42); la seconda prende volto nell’esperienza del fatto che attraverso l’annuncio si attua il dono di Dio al cuore di ogni uomo, così che «il Signore ogni giorno» aggiunge «alla comunità quelli che» egli stesso ha «salvati» (At 2,48).
Comunione e missione fanno la Chiesa, secondo Luca. Ma questo non è privo di risvolti sul mondo in cui essa si colloca. Luca lo annota, anzitutto sottolineando, in un successivo sommario, che: «con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande stima» (At 4,33) e, successivamente ancora, che: «molti miracoli e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; degli altri, nessuno osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava» (At 5,12-13). La vita della Chiesa si esplica al suo esterno mediante annuncio e prodigi, parola e eventi che salvano. Ma da essa si generano stima, riconoscimento di identità, lode. Si generano anche opposizioni e persecuzioni, come viene esemplificato nei racconti di imprigionamento di Pietro e Giovanni, dei Dodici e poi di Stefano, fino al martirio di quest’ultimo. Il rifiuto non ferma però il cammino della Parola, così che Luca può annotare che gli apostoli «ogni giorno, nel tempio e a casa, non cessavano di insegnare e di portare il lieto annunzio che Gesù è il Cristo» (At 5,42).
Il Vangelo non è qualcosa che può restare nel chiuso delle coscienza dei singoli e neppure nel guscio protetto di un gruppo; esso ha una valenza sociale, per cui si irradia facendo nascere consenso o contrasto. La Chiesa è sempre una comunità sul mondo.
Comunione, missione e significatività per il mondo sono dunque le caratteristiche della comunità cristiana secondo Luca. Ad esse mi piace richiamarmi all’inizio della nostra riflessione. Ne costituiscono non semplicemente lo sfondo, ma il fondamento.

2. Perché una nota pastorale sulla parrocchia e sulla sua missionarietà? È questa la prima e doverosa domanda. Come tutti gli interrogativi relativi alle motivazioni richiederebbe una risposta articolata, con attenzione al contesto culturale e pastorale, nonché alle prospettive condivise dalle Chiese in Italia.
Abbrevio il tragitto e mi affido alla risposta offerta dagli orientamenti pastorali della Chiesa italiana per questo decennio: «Perché la parola e l’opera di Dio e la risposta dell’uomo si tramandino lungo la storia, è assolutamente indispensabile che vi siano tempi e spazi precisi nella nostra vita dedicati all’incontro con il Signore. Dall’ascolto e dal dono di grazia nasce la conversione e l’intera nostra esistenza può divenire testimonianza del lieto annuncio che abbiamo accolto. Ci sembra pertanto fondamentale ribadire che la comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24), “Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e se custodirà nel contempo la parrocchia quale luogo – anche fisico – a cui la comunità stessa fa costante riferimento. Ci sembra molto fecondo recuperare la centralità della parrocchia e rileggere la sua funzione storica concreta a partire dall’Eucaristia, fonte e manifestazione del raduno dei figli di Dio e vero antidoto alla loro dispersione nel pellegrinaggio verso il Regno (cf. NMI, 35-36)» (CVMC, 47).
La lunga citazione, più di ogni mia argomentazione, serve a dire come la nota sulla missionarietà della parrocchia sia innestata nelle intenzioni più profonde che animano gli orientamenti decennali, quelle che, prendendo atto del progressivo distacco vitale che si sta consumando tra proposta cristiana e sentire diffuso della gente, viene a proporre un deciso impegno nel dire il Vangelo di sempre in modo pertinente per il nostro tempo, facendo perno su un atto, quello eucaristico, e sulla comunità in cui esso si celebra, la parrocchia.
La parte finale della citazione merita un approfondimento. In essa risuona l’eco dei due paragrafi che Giovanni Paolo II nella Novo millennio ineunte dedica all’Eucaristia domenicale. In essi anzitutto richiama la centralità della domenica come memoria della risurrezione del Signore: «La verità della risurrezione di Cristo è il dato originario su cui poggia la fede cristiana (cfr 1 Cor 15,14), evento che si colloca al centro del mistero del tempo, e prefigura l’ultimo giorno, quando Cristo ritornerà glorioso». La connessione tra risurrezione di Cristo e sua signoria sul tempo sta alla base del senso della storia, la quale sta «saldamente nelle mani di Cristo» (NMI, 35). Ma l’Eucaristia non dà soltanto accesso al mistero del mondo, dalle sue origini fino al suo ultimo destino; essa è anche chiave che apre alla comprensione del mistero della Chiesa e della sua missione, soprattutto in questa svolta epocale di «profondo intreccio di culture e religioni». E qui il Papa, prendendo atto che «in molte regioni i cristiani sono, o stanno diventando, un “piccolo gregge” (Lc 12,32)» (NMI, 36), indica nell’Eucaristia domenicale un segno di comunione e quindi di identità che combatte la dispersione, l’anonimato, e una forza di missione che sorregge nella sfida della testimonianza.
Non voglio qui entrare nel dibattito su un presunto avvio del cattolicesimo italiano verso una situazione di minoranza. Non posso però non confessare che si tratta di una lettura delle attuali tendenze che non mi trova molto convinto. È, infatti, assai difficile accordarsi su quali siano i parametri in base ai quali giudicare una permanenza o meno del cristianesimo come esperienza vitale tra la nostra gente: lo era esso forse di più nel passato? e per quanti? e in quale passato? Ed è, al contrario, indiscutibile il riconoscimento della persistente presenza dei riferimenti cristiani nella cultura diffusa, anche se non più in quella pubblica, quella cioè mediata dai grandi operatori culturali, del nostro paese. Qui mi preme sottolineare piuttosto che il problema del coniugare insieme coscienza identitaria e proiezione missionaria è senza dubbio un problema centrale per il cattolicesimo oggi in Italia.
Identità e missione è il programma della Chiesa italiana dei nostri giorni. Questo programma ha trovato puntuale attuazione nel processo che ha portato alla nota pastorale su Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia. Voglio attirare l’attenzione sul fatto che prima ancora che la stesura di un documento, in questi due anni, si è avviato un processo ecclesiale di riflessione che ha cercato di ribadire la centralità della parrocchia, il suo legame con la domenica e la sua proiezione missionaria. La nota riassume alcune indicazioni condivise dai vescovi, ma essa avrebbe breve respiro se non potesse confidare su un’atmosfera ecclesiale generale che dà nuova fiducia alla parrocchia e alle sue potenzialità missionarie. Ed è quanto, ad avviso di molti, oggi sta accadendo, e fa bene sperare per il futuro.
Ribadito il legame tra orientamenti pastorali e nota pastorale, proverò ora ad offrire una chiave di lettura del testo, che ne riveli quelle che, a mio parere, ne sono le intenzionalità più profonde.

3. Esso parte da una prima condivisa convinzione: comunicare il Vangelo in un mondo che cambia è la questione cruciale della Chiesa in Italia oggi. È un impegno di sempre, che nasce dal comando del Signore: «Andate e rendete discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). È un impegno che in un’epoca di cambiamento, come la nostra, assume ovviamente urgenza e connotazioni del tutto nuove. Da tempo lo esprimiamo così: abbiamo bisogno di passare da una pastorale di conservazione dell’esistente a una pastorale missionaria.
Ce lo ha detto il Papa a Palermo, ormai quasi dieci anni fa, ma – dobbiamo purtroppo riconoscerlo – fatichiamo ancora a dare una figura precisa a questa svolta. Cosa essa comporti è però presto detto: è necessaria una pastorale che senza smettere la “cura delle anime”, la inserisca in uno slancio nuovo, che ponga al centro della pastorale l’annuncio della fede e il sostegno alla sua trasmissione di generazione in generazione; il ritrovare la gioia del celebrare nei segni la verità del mistero che trasforma la vita; l’andare incontro a tutti testimoniando che anche oggi è possibile e bello vivere in conformità al Vangelo e, in nome dello stesso Vangelo, contribuire a rendere nuova la società.
È la svolta missionaria della pastorale. Essa riguarda l’insieme della pastorale; ma riguarda anche, per certi aspetti soprattutto, la parrocchia. Se infatti la missionarietà deve connotare tutta la Chiesa, non può non connotare quella che il Papa ha definito «l’ultima localizzazione della Chiesa» (ChfL, 26), là dove i cambiamenti segnano più da vicino la vita quotidiana delle persone e dove quindi più si avverte la frattura tra la tradizione cristiana, che trovava nella famiglia e in genere nella società il proprio supporto – quella tradizione a cui finora abbiamo affidato il compito della trasmissione della fede –, e un ambiente culturale che da essa sempre più si distacca e che va, pertanto, nuovamente evangelizzato.
Non sto qui a ricordare i molti aspetti del cambiamento che orientano la gente – e di questa gente, non dobbiamo dimenticarlo, facciamo parte anche noi stessi! – in direzione contraria al Vangelo. Alcuni di essi sono ripresi dalla nota, che appunta l’attenzione sulla frammentazione della vita delle persone contese da contrastanti appartenenze, sulla esigenza di legami “caldi” e di bisogno del “sacro”, sul diffondersi di vicende spirituali assai diversificate che chiedono risposte personalizzate (cfr VMP, 2). Non mi fermo su questo, se non per ricordare che il compito del discernimento evangelico è alla base di ogni adeguata risposta pastorale.
Mi preme piuttosto dire anzitutto qualcosa sul perché di questo bisogno di missionarietà. Esso è, per così dire, inscritto nella radice cristologica della Chiesa. Cerco di esprimerlo con un’immagine evangelica, che ritorna non una sola volta nella nota. Per il buon pastore – nel vangelo di Luca – anche una sola pecora è tanto importante da dover lasciare tutte le altre nel deserto e andare a cercare quell’unica che si è smarrita (cfr Lc 15,4-7). Il pastore Gesù è la rivelazione piena dell’amore di Dio. Un amore che non abbandona nessuno, ma cerca tutti, senza escludere alcuno; e cerca ciascuno, in modo del tutto personale, con una passione immensa, come senza confini è il cuore del Padre. Tutte le scelte pastorali devono avere la loro radice in questa immagine evangelica di missionarietà. È il modello dell’azione della Chiesa.
Una prima consegna che ci viene affidata dalla nota è dunque quella di un costante riferimento a Cristo, di un’assidua frequentazione di lui, nella sua parola e mediante la preghiera. Solo chi conosce lui, può assumere la misura e le modalità della sua missionarietà (cfr VMP, 1). Anche in questo riferimento a Cristo la nota si colloca in perfetta coerenza con gli orientamenti pastorali del decennio, che della contemplazione del volto di Cristo avevano fatto la prima condizione di ogni autentica comunicazione della fede: «Consapevoli del bisogno di senso dell’uomo d’oggi, teniamo “fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede” (Eb 12,2)» (CVMC, 7).

4. La missione a cui Gesù chiama è rivolta a tutti e a ciascuno, senza esclusioni. Qui entra in gioco una caratteristica della parrocchia, che è una preziosa eredità del passato, ma è anche una caratteristica che attende di essere rinnovata: la sua dimensione popolare.
La parrocchia è nata come forma di una comunità cristiana in grado di comunicare e far crescere la fede in un luogo e di realizzare il carattere comunitario della Chiesa in quel luogo. Così, per secoli, la parrocchia è stata lo strumento più efficace con cui la Chiesa ha potuto dare forma al Vangelo nel cuore dell’esistenza umana, nelle sue espressioni più quotidiane ed essenziali: la nascita, la crescita e la morte; la famiglia, il lavoro e i rapporti sociali; ecc.
Oggi, però, questa figura di parrocchia si trova minacciata da due possibili derive. Da una parte c’è la spinta a farne una comunità “autoreferenziale”, in cui ci si accontenta di trovarsi bene, coltivando rapporti “caldi”, rassicuranti. Dall’altra si diffonde l’immagine di una parrocchia come “centro di servizi” religiosi, a cui si accede per ricevere essenzialmente sacramenti, che dà per scontata la fede in quanti li richiedono, né si impegna più di tanto per chiedersi come continuare a coltivare il dono di grazia che ha comunicato.
Ci sono segnali incoraggianti che vanno in senso contrario, ma i due rischi non vanno sottovalutati. Ci sono le risorse per uscirne fuori, come anche nel passato la parrocchia ha saputo rispondere, rinnovandosi, alle sfide dei tempi. Ma non possiamo sottovalutare il contesto in cui viviamo e non possiamo non tener conto di come la spinta verso le due derive sia frutto di un’atmosfera culturale generale più che di una devianza, per così dire, puramente pastorale (cfr VMP, 4).
Per superare queste due derive abbiamo bisogno di trovare un chiaro punto di riferimento, ed esso ci è dato dall’Eucaristia e, più precisamente, dall’Eucaristia domenicale. La parrocchia deve assumere la figura di Chiesa eucaristica. Il Papa nella Novo millennio ineunte così parla della Celebrazione eucaristica: «Ogni domenica il Cristo risorto ci ridà come un appuntamento nel Cenacolo, dove la sera del “primo giorno dopo il sabato” (Gv 20,19) si presentò ai suoi per “alitare” su di loro il dono vivificante dello Spirito e iniziarli alla grande avventura dell’evangelizzazione» (NMI, 58). L’Eucaristia, cioè Cristo che offre se stesso per tutti, è la sorgente, il cuore, la manifestazione di una Chiesa che è comunione e al tempo stesso missione; una comunione che si fa missionaria, «partendo dal luogo della sua presenza tra le case degli uomini», cioè «dall’altare delle nostre chiese parrocchiali» (VMP, 4).

L’Eucaristia è questa “eccedenza” di Amore che chiama tutti all’unità e offre alla nostra unità il fondamento di un Amore assoluto. Ma, al tempo stesso, nell’Eucaristia questo Amore non si chiude nei confini dell’unità che viene costituita, aspirando invece ad abbracciare tutti; è uno slancio di amore che la missione vuole annunciare a tutti gli uomini. Alimentandosi all’Eucaristia la comunità diventa sempre più comunione-missione.
Ed è l’Eucaristia parrocchiale il luogo in cui questa dinamica risplende nella sua totalità, perché proprio alla mensa eucaristica parrocchiale è tutto il popolo di Dio che si raccoglie nella varietà della sua composizione. E tutto il territorio su cui la parrocchia insiste, senza particolarismi e senza selezioni, diventa il mondo sul quale e per il quale l’Eucaristia viene celebrata. «Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51): il dono che Cristo fa di sé, perché anche noi facciamo dono di noi stessi, ha gli stessi confini dell’umanità. «Prendete, questo è il mio Corpo. […] Questo è il mio Sangue, il Sangue dell’alleanza versato per molti» (Mc 14,22.24), cioè “per tutti”, secondo il significato dell’espressione semitica; per tutti i figli dell’unico Padre.
Il futuro della Chiesa italiana ha bisogno della parrocchia perché sia assicurata la vitalità e la diffusione dell’annuncio e della trasmissione del Vangelo, perché la Chiesa sia realmente radicata in un luogo, presente tra la gente, salvaguardando il suo carattere popolare. Ma è necessario, che la parrocchia si alimenti più profondamente alla sua radice eucaristica e, a partire dal mistero così vissuto, si concentri sulla scelta fondamentale che da esso scaturisce: il dono di Cristo che si prolunga, nello spazio e nel tempo, verso tutti mediante l’evangelizzazione.
Questo non vuol dire abbandonare la pastorale ordinaria. La svolta missionaria non è in alternativa alla pastorale ordinaria, quasi che questa sia, di sua natura, una statica gestione dell’esistente. Già nelle forme ordinarie della pastorale ci sono molteplici potenzialità missionarie, magari da riscoprire. Occorre però anche avere il coraggio della novità, di scelte che adeguino l’organizzazione pastorale alle nuove necessità dei tempi, per dare un volto missionario alle nostre comunità parrocchiali.

5. Cosa fare per rinnovare in questa prospettiva la parrocchia, perché al tempo stesso essa mantenga un legame vivo con la gente? Occorre assumere alcune scelte. La nota pastorale ne indica in particolare sette, che, seguendo il documento, provo così a riassumere (cfr VMP, Introduzione):
«Non si può più dare per scontato che tra noi e attorno a noi, in un crescente pluralismo culturale e religioso, sia conosciuto il Vangelo di Gesù: le parrocchie devono essere dimore che sanno accogliere e ascoltare paure e speranze della gente, domande e attese, anche inespresse, e che sanno offrire una coraggiosa testimonianza e un annuncio credibile della verità che è Cristo». È la scelta di riportare al centro dell’impegno parrocchiale il primo annuncio della fede, incrementando l’accoglienza, sviluppando iniziative di proposta del messaggio cristiano, coltivando la dimensione culturale, valorizzando l’arte e la storia come terreno di incontro con il Vangelo, affrontando il pluralismo religioso nell’intreccio tra dialogo e annuncio, promuovendo la missione “ad gentes”.
«L’iniziazione cristiana, che ha il suo insostituibile grembo nella parrocchia, deve ritrovare unità attorno all’Eucaristia; bisogna rinnovare l’iniziazione dei fanciulli coinvolgendo maggiormente le famiglie; per i giovani e gli adulti vanno proposti nuovi e praticabili itinerari per l’iniziazione o la ripresa della vita cristiana». All’annuncio segue l’itinerario di iniziazione cristiana. Va ripensato per i fanciulli:
salvaguardando l’unità dell’iniziazione (qui si apre anche il problema dell’ordine dei sacramenti), il suo carattere catecumenale (scansione in tappe; integrazione di fede, celebrazione e vita), coinvolgendo la famiglia (viene ribadita la sua responsabilità originaria nella trasmissione della fede). Per giovani e adulti vanno attivati itinerari catecumenali, preoccupandosi di risvegliare la domanda religiosa di molti.
«La domenica, giorno del Signore, della Chiesa e dell’uomo, sta alla sorgente, al cuore e al vertice della vita parrocchiale: il valore che la domenica ha per l’uomo e lo slancio missionario che da essa si genera prendono forma solo in una celebrazione dell’Eucaristia curata secondo verità e bellezza». La vita della parrocchia ha il suo centro nella domenica e al centro della domenica sta la celebrazione dell’Eucaristia: bisogna difendere il significato antropologico, culturale e sociale della domenica; preoccuparsi della qualità delle celebrazioni eucaristiche domenicali; vivere la domenica come tempo della comunione e della missione.
«Una parrocchia missionaria è al servizio della fede delle persone, soprattutto degli adulti, da raggiungere nelle dimensioni degli affetti, del lavoro e del riposo; occorre in particolare riconoscere il ruolo germinale che per la società e per la comunità cristiana hanno le famiglie, sostenendole nella preparazione al matrimonio, nell’attesa dei figli, nella responsabilità educativa, nei momenti di sofferenza». Servire la fede delle persone è il compito primario della parrocchia; ma occorre servirla nelle condizioni della vita concreta delle persone: affetti, lavoro e riposo; adulti, famiglie, giovani; vita ordinaria e situazioni difficili.
È il volto di una parrocchia che si mette in ascolto delle domande reali della gente e ne accompagna la vita secondo i suoi ritmi reali. Alla base di tutto sta la riscoperta del Battesimo, via alla santità e sorgente di ogni vocazione.
«Le parrocchie devono continuare ad assicurare la dimensione popolare della Chiesa, rinnovandone il legame con il territorio nelle sue concrete e molteplici dimensioni sociali e culturali: c’è bisogno di parrocchie che siano case aperte a tutti, si prendano cura dei poveri, collaborino con altri soggetti sociali e con le istituzioni, promuovano cultura in questo tempo della comunicazione». Dal territorio fisico occorre alzare lo sguardo verso i molteplici territori antropologici della vita delle persone, da una parrocchia centrata su se stessa occorre passare a una parrocchia che scopre le sue “periferie”, i luoghi in cui i suoi parrocchiani vivono. Resta il ruolo unificante del territorio, ma si articola nei mille dialoghi caritativi, sociali e culturali che la parrocchia intreccia con le situazioni di debolezza e di creatività, di ricchezza e di povertà della vita della sua gente, come pure con le istituzioni se ne occupano.
«Le parrocchie non possono agire da sole: ci vuole una “pastorale integrata” in cui, nell’unità della diocesi, abbandonando ogni pretesa di autosufficienza, le parrocchie si collegano tra loro, con forme diverse a seconda delle situazioni – dalle unità pastorali alle vicarie o zone –, valorizzando la vita consacrata e i nuovi movimenti». È finita l’epoca della parrocchia autosufficiente: occorre una “pastorale integrata”, che unisce il radicamento locale con la capacità di aprirsi a una visione più ampia e a una rete di sinergie, con la diocesi, tra le parrocchie, con le altre realtà ecclesiali, senza esclusivismi e senza paure.
«Una parrocchia missionaria ha bisogno di “nuovi” protagonisti: una comunità che si sente tutta responsabile del Vangelo, preti più pronti alla collaborazione nell’unico presbiterio e più attenti a promuovere carismi e ministeri, sostenendo la formazione dei laici, con le loro associazioni, anche per la pastorale d’ambiente, e creando spazi di reale partecipazione». È qui lo snodo centrale del rinnovamento pastorale, quello che permette alle prospettive prima delineate di assumere figura e carne concreta nei volti delle persone che devono diventarne protagonisti, ciascuno secondo il proprio carisma e ministero: rilanciando il ruolo irrinunciabile del presbitero, ma articolando attorno a lui la presenza di una molteplicità di «collaboratori in Cristo Gesù» (Rm 16,3), direbbe san Paolo, che “faticano”, “lavorano” e “danno buona prova” per il Vangelo e per la missione della Chiesa (cfr Rm 16,6.10.12); nella comunione che ne scaturisce si collocano nuove forme di ministerialità e tragitti di formazione per un laicato più protagonista nella Chiesa e nel mondo.
Sono scelte importanti, ciascuna delle quali comporta ulteriori determinazioni, che spetta ad ogni diocesi assumere, in modo convinto e condiviso, a seconda delle situazioni, con i tempi che le risorse renderanno possibili.

6. Mi si chiederà come dare attuazione a queste scelte. Ritengo estremamente significativo che la nota dei vescovi non dica soltanto cosa fare, ma indichi gli atteggiamenti di fondo da assumere per fare queste cose, per dare attuazione a queste iniziative. In tal senso ritengo che il capitolo finale della nota sia ben più che una conclusione esortativa. Esso è la vera chiave di volta del rinnovamento missionario della parrocchia (cf. VMP, 13).
Il primo degli atteggiamenti da promuovere è l’ospitalità. Consiste nel saper fare spazio a chi è, o si sente, estraneo alla comunità parrocchiale e quindi alla Chiesa stessa. È gente che noi siamo soliti dire “lontana”, ma che non è mai del tutto assente; non rinuncia a sostare nelle vicinanze della Chiesa, alla ricerca – magari non del tutto consapevole – di un contatto, in cui poter esprimere il disagio e la fatica della propria ricerca. Per tutti costoro, bisogna creare uno spazio ospitale, che non è un luogo – a volte proprio il luogo chiesa o canonica o opere parrocchiali è l’ultimo che queste persone raggiungerebbero –, ma è una rete di relazioni. Aprendosi a questa ospitalità cristiana, la parrocchia mostra concretamente che l’accesso alla fede è per tutti, e tutti vi sono chiamati nelle normali condizioni della vita, individuale e collettiva.
Non tutti però sono in ricerca. L’ospitalità quindi non basta. C’è bisogno anche di ricerca. Abbiamo già ricordato l’immagine del pastore che ricerca i dispersi. È un’azione che si traduce in provocare la domanda di senso e di salvezza là dove essa tace, ma anche di contrastare le risposte dominanti nella cultura che ci circonda quando esse suonano lontano e contro il Vangelo. Qui il rinnovamento della parrocchia chiede non solo di superare la ghettizzazione dei “vicini”, ma anche di attrezzarsi culturalmente in modo più adeguato. Troppo spesso ci troviamo impari, soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, perché non sappiamo intercettarne linguaggi e contenuti. Anche per la ricerca, più che di iniziative abbiamo bisogno di persone, di credenti, soprattutto di fedeli laici credenti, che sappiano stare dentro il mondo e tra la gente in modo significativo; diremo a Verona fra due anni, al Convegno ecclesiale, fedeli laici che siano “testimoni di Gesù Risorto, speranza del mondo”.
Accogliere e ricercare, ma anche offrire: offrire l’incontro con la verità che è il bene dell’uomo. Qui entra in gioco l’identità della fede. Chi siamo, come cristiani e come parrocchie, non è sempre percepito nella vera luce. C’è un “successo” sociale della parrocchia che non deve illuderci e andrebbe meglio verificato nei motivi. Sempre a proposito di identità, dubbi andrebbero posti anche a riguardo di certe esperienze comunitarie, in cui si scivola facilmente dalla spiritualità al sostegno psicologico. Contro ogni deriva sociologica o psicologica, occorre tornare all’essenzialità della fede. Chi incontra la parrocchia deve poter dire di aver incontrato Cristo. Questa chiara identità cristologica della parrocchia nasce dal legame tra fede detta, pregata e testimoniata; dall’unità con cui è vissuto l’unico comandamento dell’amore di Dio e del prossimo; dalla traduzione nella vita dell’Eucaristia celebrata.
Per giungere a questa purezza di intendimenti e atteggiamenti è necessario che si coltivi con assiduità e fedeltà un altro atteggiamento: l’ascolto di Dio e della sua parola. Solo i discepoli della Parola sanno far spazio nella loro vita alla mitezza dell’accoglienza, al coraggio della ricerca e alla consapevolezza della verità. La parrocchia deve ancorare ogni rinnovamento comunionale e missionario, personale e comunitario, alla lettura della Bibbia nella Chiesa, alla sua frequentazione meditata e pregata, all’interrogarsi su come farla diventare scelta di vita.

7. Voglio concludere con le parole che aprono la nota pastorale e che offrono l’orizzonte spirituale e apostolico con cui va letta. Sono non solo una prospettiva ma anche un auspicio per le nostre Chiese. In esse l’indicazione del Papa circa il “prendere il largo” nel nuovo millennio, secondo l’invito di Gesù, si completa, per così dire, con la risposta degli apostoli, che ne esplicita tutta la carica missionaria:
«“Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5). Stare nella barca insieme a Gesù, condividere la sua vita nella comunità dei discepoli, non ci rende estranei agli altri, non ci dispensa dal proporre a tutti di essere suoi amici. Egli stesso esorta i discepoli a prendere il largo: “Duc in altum” (Lc 5,4). Giovanni Paolo II, all’inizio del terzo millennio, rinnova l’invito di Gesù a tutta la Chiesa perché assuma con coraggio, con “un dinamismo nuovo” (NMI, 15) la propria responsabilità verso il Vangelo e verso l’umanità. Ci viene chiesto di disporci all’evangelizzazione, di non restare inerti nel guscio di una comunità ripiegata su se stessa e di alzare lo sguardo verso il largo, sul mare vasto del mondo, di gettare le reti affinché ogni uomo incontri la persona di Gesù, che tutto rinnova» (VMP, 1).

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