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Morte Fakir. Il Sap Rimini: "prima di condannare, bisogna conoscere la verità"

In foto: Salvatore Giglia
Salvatore Giglia
di
Redazione
   
Tempo di lettura 5 min
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Sulla tragica morte di Abderrahim Fakir avvenuta domenica a Bologna e sulle polemiche, proteste e manifestazioni (sfociate in violenza) che ne sono conseguite, interviene il segretario provinciale del Sindacato Autonomo di Polizia riminese Salvatore Giglia. "Non abbiamo bisogno di altro odio. Abbiamo bisogno di verità, giustizia ed equilibrio. Il nostro pensiero va alla vittima e alla sua famiglia. La nostra solidarietà va ai colleghi coinvolti e a tutti gli operatori feriti. Ora lasciamo parlare i fatti e le prove. Perché la giustizia non si fa con una sentenza gridata in piazza" scrive.

La nota di Salvatore Giglia (SAP Rimini)

"Quello che è accaduto a Bologna ci colpisce profondamente.
Una persona ha perso la vita durante un intervento di Polizia. È un fatto grave e doloroso. Il nostro pensiero va ad Abderrahim Fakir e alla sua famiglia, che sta vivendo ore terribili e ha tutto il diritto di conoscere con chiarezza come si sono svolti i fatti.
È giusto fare piena luce su quanto accaduto. Saranno le indagini, le testimonianze, le immagini disponibili e i filmati delle bodycam a ricostruire ogni momento dell’intervento.
Ma proprio perché la vicenda è così grave, servono prudenza e rispetto. Invece, ancora prima di conoscere tutti i fatti, una parte della politica e dell’opinione pubblica ha già deciso chi sono i colpevoli. I nostri colleghi sono stati condannati sulla base di un filmato che mostra soltanto una parte di quanto accaduto.
Quelle immagini sono dure e comprensibilmente provocano emozione. Ma un video, da solo, non può raccontare tutto. Non mostra ciò che è successo prima, le richieste di aiuto ricevute, le condizioni nelle quali gli agenti sono intervenuti e le difficoltà affrontate in quei momenti.
Saranno gli inquirenti a mettere insieme ogni elemento. È così che funziona uno Stato di diritto.
I processi non si fanno per strada, sui social o sulle pagine dei giornali. Non si fanno seguendo la rabbia del momento. Si celebrano nei tribunali, sulla base dei fatti e delle prove.
Questo principio deve valere per tutti. Anche per chi indossa una divisa. I poliziotti non chiedono sconti e non chiedono impunità. Chiedono soltanto di non essere considerati colpevoli prima ancora della conclusione delle indagini. Dietro una divisa ci sono persone. Ci sono uomini e donne che ogni giorno escono di casa per svolgere un lavoro difficile. Spesso devono prendere decisioni in pochi secondi, in situazioni confuse e pericolose. Possono essere giudicati per quello che fanno, ma soltanto dopo aver ricostruito i fatti nella loro interezza. In queste ore, invece, abbiamo ascoltato accuse pesantissime. Nelle strade di Bologna si è gridato “poliziotti assassini” e “tutto il mondo vi odia”. Parole che non cercano la verità. Parole che trasformano un’intera categoria nel bersaglio di un odio cieco. 

Ancora più grave è che certe condanne siano arrivate anche da esponenti politici e da persone con responsabilità pubbliche. Chi rappresenta le istituzioni dovrebbe aiutare a mantenere equilibrio e rispetto. Dovrebbe aspettare il lavoro della magistratura, non alimentare la rabbia.
Le conseguenze di questo clima si sono viste nelle strade.
Bombe carta, lanci di oggetti, aggressioni contro i reparti e danneggiamenti non hanno nulla a che vedere con il diritto di manifestare. Non sono una richiesta di giustizia. Sono violenza.
Secondo le notizie diffuse, oltre sessanta appartenenti alle Forze dell’Ordine sono rimasti feriti. Colleghi mandati in strada per proteggere la città sono diventati il bersaglio di una rabbia che non faceva alcuna distinzione.
A tutti loro va la vicinanza del SAP di Rimini e l’augurio di una pronta guarigione. La nostra solidarietà va anche ai colleghi coinvolti nell’intervento. In queste ore stanno affrontando una pressione enorme, non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche umano e familiare.
Chiunque si trovi al centro di una vicenda tanto grave ha diritto a essere ascoltato e giudicato sulla base delle prove. Non sulla base delle urla della piazza o delle reazioni sui social.
Se dalle indagini emergeranno delle responsabilità, sarà la magistratura ad accertarle. Nessuno pensa che una divisa debba proteggere da eventuali errori. Ma non possiamo nemmeno accettare che quella stessa divisa diventi una condanna anticipata.
Chiedere rispetto per i poliziotti non significa dimenticare la persona che ha perso la vita. Le due cose possono e devono stare insieme.
Vogliamo che sia fatta piena luce sulla morte di Abderrahim Fakir. Vogliamo che la sua famiglia riceva tutte le risposte che merita. Ma vogliamo anche che i colleghi non vengano trasformati in colpevoli prima del tempo.
Il SAP di Rimini chiede alla politica, a partire dagli esponenti e dagli amministratori locali, alle istituzioni e al mondo dell’informazione di usare parole responsabili, evitando giudizi affrettati e rispettando il lavoro della magistratura. Chiede inoltre una condanna chiara delle violenze e degli attacchi contro le Forze dell’Ordine. Chiede, soprattutto, che venga rispettato il lavoro della magistratura.
Non abbiamo bisogno di altro odio. Abbiamo bisogno di verità, giustizia ed equilibrio.
Il nostro pensiero va alla vittima e alla sua famiglia. La nostra solidarietà va ai colleghi coinvolti e a tutti gli operatori feriti.
Ora lasciamo parlare i fatti e le prove. Perché la giustizia non si fa con una sentenza gridata in piazza."

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di Lamberto Abbati