Indietro
menu
nuovo podcast

Chiamatemi Riviera. Ortensia: rendita, alveari e il futuro che non arriva

di Maurizio M. Taormina   
Tempo di lettura 4 min
Dom 1 Mar 2026 12:14 ~ ultimo agg. 24 Feb 12:22
Tempo di lettura 4 min

Ortensia non fa rumore. Non urla, non corre, non vaga di notte. Ortensia aspetta. E incassa. Anziana, previdente, proprietaria di muri. Muri comprati quando Riviera cresceva, quando l'impresa di famiglia – piccola, faticosa – sembrava ancora il motore di tutto, quando la stagione “tirava” e con l'incasso in nero, di una sola stagione, ci “scappavano” uno o due appartamenti. Poi il tempo ha fatto il suo lavoro. Gli alberghi invecchiati, meno gente, turismo mordi e fuggi, meno soldi.
Gli appartamenti accumulati, una opportunità. E l'arrivo insperato dell'università ha completato l'opera: studenti fuorisede trasformati in flusso stabile, stanze trasformate in alveari, metri quadri spremuti con la perizia di chi conosce bene il valore della rendita. Ortensia è il ritratto di questa mutazione.
Non più turismo, non più impresa, non più rischio. Solo proprietà. Solo affitto. Solo accumulo. Una Riviera che vive di ciò che possiede, non di ciò che produce. Che attende stagioni – estive o accademiche – come si attende un dividendo. Il racconto non giudica apertamente.
Ma la lingua è volutamente tagliente, ironica, a tratti spietata. Perché dietro la figura apparentemente innocua di Ortensia si intravede un sistema collaudato: stanze
sovraffollate, contratti opachi, spese che lievitano, manutenzioni rimandate. Gli studenti fuorisede– nuova linfa urbana, nuova promessa di vitalità culturale – diventano nuova fascia di marginalità giovanile. Pagano molto, ricevono poco. Occupano spazi, ma non li abitano davvero.
L'università avrebbe potuto essere investimento, trasformazione, ripensamento della città. È diventata, troppo spesso, un'estensione del mercato immobiliare. Un moltiplicatore di rendita.
L'università c'è, ma non si vede. Non si sente. Se non per la presenza – peraltro in calo – degli studenti che riempiono appartamenti e svuotano i propri portafogli e quelli delle famiglie lontane. Non un convegno accademico che interroghi la città. Non un rapporto analitico che la studi davvero. Nessun laboratorio pubblico di idee. Nessun confronto strutturato tra sapere e territorio. Nessun contributo visibile alla crescita collettiva. Come se l'accademia fosse un corpo estraneo, silenzioso, chiuso nei propri corridoi, mentre fuori la città continua a vivere – e a sopravvivere – secondo le sue abitudini più antiche.
E intanto i centri si svuotano: così per il centro storico, le frazioni, i quartieri che un tempo avevano botteghe, cinema, servizi, luoghi di ritrovo. Spariscono i negozi di prossimità, chiudono le saracinesche, si spengono le insegne. Restano appartamenti, affitti brevi o lunghi, stanze contate a metro.
La città si accorcia e si allunga insieme. Si accorcia nei servizi, si allunga nei tavolini. Diventa un enorme, interminabile piano d'appoggio: un tavolino perennemente apparecchiato per l'happy hour. Calici, spritz, lucine calde, vocìo notturno, kebab per vecchi e nuovi arrivati. Ma dietro, il vuoto. Nessun progetto, nessuna impresa nuova, nessuna idea che non sia immediatamente monetizzabile.
Ortensia incarna tutto questo con una naturalezza quasi disarmante. Non è un mostro. Non è un'eccezione. È il prodotto coerente di una sub-cultura economica
che ha smesso di investire per iniziare a trattenere. Che ha sostituito l'impresa con l'attesa. Che ha trasformato la città in un grande condominio stagionale.

Si sorride ascoltando il racconto. Perché l'ironia lavora di fino, smaschera senza gridare, mette a nudo il meccanismo con leggerezza apparente. Ma la domanda resta, inevitabile, e si fa più netta man mano che la storia procede: ha futuro una realtà che vive solo di rendita? Ha futuro una città che consuma generazioni – turisti, lavoratori stagionali, studenti – senza mai trattenerle davvero? Ortensia non offre risposte. Mostra. E mostrando, costringe a guardare, a pensare.
Perché se Riviera continua a ripetersi, cambiando solo i nomi degli ospiti, il rischio è che un giorno restino solo i muri. E nessuno disposto ad abitarli.

Buon Ascolto

Altre notizie
di Serena Saporito