Biodigestore. Il comitato chiede valutazioni all’esperto Setti
Tre le domande poste dal comitato all’esperto:
3.600 tonnellate di biogas corrispondono a svariati milioni di metri cubi di gas metano bruciati nei cogeneratori. Con opportune proporzioni volendo paragonare l’impianto in termini di consumi a normali caldaie da 25Kw con consumo medio annuo di 1200 m3 si arriva all’equivalente di oltre 3000 caldaie a metano. E’ corretto? Anche in termini di emissioni?
Una centrale da 1 MWe cioè circa 2,5 MW termici complessivi brucia circa 4 milioni di mc di biogas che corrispondono a 2 milioni di metri cubi di biometano cioè l’equivalente del gas metano (il 50% del biogas è anidride carbonica).
Siamo quindi a circa 1700 caldaie da 25 kW ma con una differenza che il biodigestore consuma mediamente 5500 mc di gas al giorno mentre le 1700 caldaie consumano mediamente nei 140 giorni invernali 12 mila metri cubi di gas al giorno anche se in pieno inverno avremo dei picchi da quasi 24000 metri cubi di gas al giorno. D’estate, ovviamente, il rapporto si inverte e le stesse caldaie consumano mediamente circa 1700 metri cubi di gas al giorno solo per l’acqua calda sanitaria.
In pieno inverno alle 18, un comune di 1700 famiglia ha mediamente una potenza accesa di 17 MW termici quale somma di tutte le caldaie accese contemporaneamente.
Le emissioni sono concentrate d’inverno nelle case mentre sono spalmate su tutto l’arco dell’anno per il biodigestore.
Le emissioni tra caldaie e biodigestore sono dello stesso tipo
Per semplificare molto, è come se d’inverno aggiungessimo 800 famiglie in più e d’estate 12 mila in più rispetto alle 1700 che già emettono in maniera diffusa sul territorio.
L’impianto ha due cogeneratori che bruciano biogas per 24 ore al giorno per 365 giorni per un totale di 8.760 ore.
Supponiamo che funzionino solo 8.000 ore.
In virtù del fatto che è stato dichiarato che nella zona c’è “scarsa presenza antropica” ogni camino è autorizzato ad emettere 2.068 metri cubi di gas per ogni ora alla portata massima.
In ogni m3 sono ammesse le seguenti concentrazioni di inquinanti massime:
10 mg di polveri
10 mg di acido cloridrico
450 mg di ossidi di azoto
500 mg di monossido di carbonio
350 mg di ossidi di zolfo
Durante l’anno quindi possono essere emessi 33.088.000 metri cubi di gas combusto, con le seguenti sostanze:
330.880.000 milligrammi di polveri, cioè 330 kg di polveri
330.880.000 milligrammi di acido cloridrico, cioè 330 kg di acido cloridrico
14.889.600.000 milligrammi di ossido di azoto, cioè 14 tonnellate di ossidi di azoto
16.544.000.000 milligrammi di monossido di carbonio, cioè 16 tonnellate di CO2
11.580.800.000 milligrammi di ossidi di zolfo, cioè 11 tonnellate di ossidi di zolfo.
Questo è il massimo danno che può fare e non è poco.
Ma dove si andrà a collocare realmente e tipicamente in termini percentuali rispetto al massimo autorizzato? Quali saranno i quantitativi di sostanze emesse? Sono presenti diossine? A che cosa di comprensibile può essere paragonato l’impatto?
L’impatto può essere paragonato a quello delle caldaie domestiche a gas metano che per altro non hanno sistemi di abbattimento fumi.
Scientificamente parlando e ad onor di coerenza intellettuale, le emissioni del biodigestore non sono dissimili da quelle delle caldaie domestiche.
Le diossine non possono essere presenti perchè non ci sono gli elementi chimici per formarle.
Il gas che bruciano i motori è chimicamente identico al gas metano.
L’impatto delle emissioni convogliate e diffuse dell’impianto si andrà ad aggiungere a quello di oltre 20.000 movimenti veicolari e a quelle di una discarica chiusa in fase post operativa. La sostenbilità dell’impianto è stata affermata oltrechè con la scarsa presenza antropica omettendo una valutazione del cumulo di questi impatti in un computo emissivo complessivo. E’ una cosa corretta?
La gestione degli scarti in qualsiasi modo la facciamo implica la movimentazione e per sua natura operazioni di collettamento in alcuni centri di stoccaggio.
Tuttavia, se ogni Comune imparasse a gestire i propri scarti valorizzandoli, allora potremmo risparmiarci km e km di movimentazioni.
CONSIDERAZIONI di Setti
Il vero problema è legato ad una mancanza di strategia energetica nazionale che si possa calare nell’ambito del piano energetico comunale.
Non abbiamo bisogno di produrre energia elettrica da biogas così come da biomasse legnose perchè abbiamo già una copertura sufficiente attraverso il fotovoltaico, l’eolico e l’idroelettrico.
Dovremmo invece produrre biometano, cioè biogas purificato a gas metano, da immettere nella rete di distribuzione del gas per alimentare le nostre caldaie a condensazione.
La strategia è sostituire il metano con il biometano nelle caldaie affinchè le emissioni rimangano le stesse ma con l vantaggio di aver sostituito il combustibile fossile con quello rinnovabile.
La strategia è dimensionare tutte le rinnovabili per l’auto-consumo locale e sulla base della disponibilità di risorse che il territorio offre. Ecco perchè è necessario avere un piano energetico comunale.
Questo impianto di per se va bene poichè utilizza scarti e quindi risulta sostenibile nel tempo: dobbiamo però valutare se è dimensionato sulla disponibilità degli scarti locali poichè nel futuro prossimo i territori gestiranno i propri scarti su scala comunale per cui avremo problemi seri sulla sostenibilità economica dei grandi impianti centralizzati.
Non ho però dati sufficienti per poter fare considerazioni in merito.
Su questa base saranno insostenibili quasi tutti gli impianti a biomasse dedicate che rischieranno di chiudere se non riusciranno a essere riconvertiti.
La localizzazione sarà fondamentale poichè, se non vi è la possibilità di fare l’immissione del biometano in rete, questi impianti rischieranno di non essere sostenibili economicamente.
Avere un impianto che produce energia elettrica da biogas ha due difetti energetici:
1. rendimento del 40% che significa non riuscire a mettere a bilancio energetico comunale il 60% del potere calorifico che, invece, si potrebbe mettere se quel biogas andasse ad alimentare le caldaie domestiche a condensazione con il 95% di rendimento
2. aggiungere un consumo di gas a quello che c’è già invece di sostituirlo. Questo significa comunque aggiungere emissioni come spiegato sopra
La riqualificazione energetica delle case ci aiuterà invece a ridurre le emissioni perchè case che consumano meno vorrà dire consumare meno biometano. La quantità di biomasse che utilizzeremo nel futuro sarà strettamente legata alla nostra capacità di riqualificare le case esistenti portandole almeno in Classe C.
CONSIDERAZIONI FINALI
Io mi sto occupando di 53 piani energetici comunali in tutta la regione e abbiamo inserito il biometano come strategia locale per la gestione dell’ambiente (scarti agroalimentari, frazione umida, scarti del verde,….)
Dobbiamo dimensionare gli impianti sulla disponibilità locale di scarti, dobbiamo localizzarli in aree industriali e dobbiamo riconoscerli come impianti industriali (un mulino lavora grano ma è un impianto industriale e l’entrata è un imponente scalo merci).
Dobbiamo superare qualche problema di approccio culturale: metà circa delle emissioni di un Comune sono ex-situ cioè sono presso le centrali termoelettriche da cui preleviamo la corrente. Lei non può immaginare la battaglia che stiamo facendo con i Comitati per impedire la centrale a carbone di Porto Tolle. Quelle emissioni che facciamo emettere in altri comuni e in altri ambienti sono anche una nostra responsabilità per cui sarebbe opportuno farcene carico. creando le condizioni affinchè le risorse rinnovabili sul territorio riescano a coprire il nostro fabbisogno.
Dobbiamo però dire che viviamo in un Paese in cui ancora non si può immettere il biometano nella rete perchè ci manca la normativa nazionale e siamo da oltre 12 mesi in infrazione con la comunità europea.
Da noi il biogas si può solo bruciare per produrre energia elettrica.












