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la storia nella poster art

25 aprile a Riccione. La sindaca: viviamo un tempo che normalizza l'orrore

In foto: Il corteo su viale Ceccarini
Il corteo su viale Ceccarini
di Redazione   
Tempo di lettura 6 min
Sab 25 Apr 2026 15:12 ~ ultimo agg. 15:22
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Giornata ricca a Riccione per le celebrazioni del 25 aprile, che hanno visto una nutrita partecipazione di persone, molti anche i giovani. La cerimonia ufficiale, promossa dal Comune di Riccione in collaborazione con l’Anpi, ha attraversato i luoghi simbolo della città. Il corteo, partito dalla residenza comunale e accompagnato dalle note del Corpo Bandistico di Mondaino, ha toccato i punti cardine del ricordo cittadino con la deposizione delle corone d’alloro al Monumento ai Caduti di tutte le guerre e alla statua di Salvo D’Acquisto. Si è passati in piazza Matteotti prima dell’arrivo al Giardino della Scuola dell’infanzia Ceccarini, dove gli studenti delle scuole di Riccione hanno preso la parola per dare voce ai valori della Liberazione attraverso letture e testimonianze. I manifesti di poster art posti sui muri di palazzi pubblici hanno restituito frammenti storici e memoria collettiva.

Il culmine dell'evento è stata l’attesa orazione civile di Gad Lerner. Introdotto da Gianfranco Miro Gori, il giornalista e scrittore ha offerto una riflessione profonda a partire dal progetto “Noi, Partigiani. Memoriale della Resistenza italiana”. Lerner ha ripercorso le scelte di donne e uomini che hanno lottato per la libertà, sottolineando come la nascita della democrazia repubblicana non sia un evento statico del passato, ma una responsabilità del presente. Subito prima è stata la sindaca Daniela Angelini a proclamare il discorso pubblico: "è un’emozione estremamente potente vedervi qui, così numerosi, a presidiare il senso profondo di questa giornata. Essere qui, insieme, è l’atto più bello e necessario per onorare l’81° anniversario della nostra Liberazione. Celebrare questa data non significa solo piegarsi al dovere della memoria, ma riaffermare una scelta di libertà che deve farsi carne e sostanza nel nostro presente. Ottantuno anni fa l’Italia trovò la forza di spezzare le catene di un regime che aveva ridotto i cittadini a meri ingranaggi nelle mani di un dittatore fascista privo di cultura e di umanità. Un uomo, Benito Mussolini, che dallo scorso maggio, per volere del nostro nostro consiglio comunale, non è più cittadino onorario di Riccione. Non lo è più perché di onorabile, nella sua storia e nelle sue azioni, non ha lasciato alcuna traccia.  Dal dopoguerra a oggi abbiamo avuto il privilegio, affatto scontato, di crescere dando per acquisita la libertà. Per decenni abbiamo considerato la democrazia come un approdo definitivo, un bene immobile, convinti che il progresso ci avrebbe accompagnati naturalmente verso un mondo sempre più giusto. 

Ma oggi, forse mai come nel corso degli ultimi ottant’anni, sentiamo che quella certezza inizia a vacillare. Viviamo un tempo che sembra voler "normalizzare l’orrore": l’odio sociale, l’omofobia e il razzismo tornano a farsi spazio nel linguaggio pubblico, non più come tabù impronunciabili, ma come opinioni tra le altre.  Ci stiamo imbarbarendo, ci stiamo disumanizzando, e la cosa più grave è che fatichiamo a rendercene conto. Succedono cose che solo dieci anni fa non avremmo mai immaginato: forze politiche dichiaratamente fasciste o post-fasciste ottengono consensi di massa e guidano i governi di molti Paesi cosiddetti occidentali. Se siamo qui oggi è perché noi pensiamo che tutto ciò non sia normale. La guerra stessa ha smesso di essere percepita come il fallimento estremo della politica per essere riabilitata come uno strumento ordinario di gestione delle crisi.  Lo vediamo da troppo tempo nel cuore dell’Europa, con l’aggressione brutale della Russia ai danni dell’Ucraina; lo vediamo nel drammatico conflitto permanente in Medio Oriente e in Iran, teatro di attacchi militari da parte di Stati Uniti e Israele.  Non abbiamo mai vissuto un’instabilità così profonda dalla fine del secondo conflitto mondiale. Di fatto, non siamo più governati da un ordine mondiale che ha la pace come fine ultimo, ma siamo giunti alla legittimazione di politiche di intervento militare unilaterali senza alcuna giustificazione plausibile. È diventata accettabile una sorta di "giustizia privata" tra Stati, dove chi è più forte decide le sorti degli altri e si sente autorizzato a bombardarli.

Ma la minaccia alla democrazia non bussa solo ai confini con le armi. C’è una sfida silenziosa che si muove dentro le nostre società, tra le pieghe di una modernità che rischia di svuotare il senso stesso del vivere comune. Dobbiamo chiederci, con senso critico profondo: da cosa dobbiamo difendere la nostra democrazia oggi? Il rischio è che ci venga sottratta per inerzia, proprio mentre siamo immersi in una deriva dove la verità è distorta da algoritmi usati per condizionare e polarizzare l'opinione pubblica. In questo spazio dominato dalla disinformazione, dalle fake news, i nuovi padroni dell’intelligenza artificiale e dei social network non nascondono più la loro ambizione: vogliono superare il modello democratico, liquidandolo come un sistema vecchio e lento.

Dichiarano apertamente di voler sostituire il governo dei cittadini con il governo delle macchine, portandoci in un mondo dove le scelte su lavoro, salute e diritti non passino più dal confronto pubblico, ma siano il risultato di un calcolo matematico tanto efficiente quanto potenzialmente inumano. Ma la democrazia non è un algoritmo da ottimizzare. È, per definizione, la fatica di ascoltarsi, la pazienza della mediazione e il coraggio di scegliere insieme. Se sacrifichiamo la partecipazione in favore di una formula scritta in una stanza chiusa della Silicon Valley, non avremo una società più moderna, ma solo una società meno libera. Avremo consegnato il potere a pochi oligarchi mascherati da innovatori che non si vergognano a fare il saluto nazista in pubblico.

Questa spinta tecnocratica porta con sé l’inevitabile rischio di uno sbilanciamento dei poteri dello Stato. Badate bene, non sto condannando l’intelligenza artificiale; sostengo però che uno strumento così impattante non può essere gestito in modo opaco da pochissime persone come accade oggi. Se permettiamo che la complessità democratica venga sacrificata in favore dell'uomo solo al comando o della rapidità d'esecuzione di un algoritmo, mettiamo tutto a rischio. Allora il sacrificio di chi morì per liberarci dal fascismo sarà stato vanificato. Proprio per ritrovare questa consapevolezza, questo bisogno di informazione e di pensiero lungo, Riccione sta vivendo in questi giorni un’esperienza straordinaria con "Novecento in riva al mare".  La battaglia per la democrazia non è mai finita. Spetta a noi restare vigili, educare i nostri giovani a non accontentarsi di verità precostituite e partecipare attivamente alla vita di questa comunità. Perché, mai come oggi, la libertà è partecipazione.

Buon 25 aprile a tutti voi. Viva Riccione, viva la Costituzione, viva la Liberazione!

 

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