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La storia di Giacomo e il suo Miracle

di Stefano Rossini   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
ven 20 lug 2018 11:58 ~ ultimo agg. 22 lug 17:20
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Giacomo Pacassoni, classe 1981, è un giovane medico riminese, specializzato in medicina del lavoro. Lo incontro in piazza Cavour per farmi raccontare quello che ha fatto. Ci conosciamo da un paio di settimane, da quando ho avuto l’occasione di presentarlo alla Giornata del Rifugiato che si è svolta a Rimini il 22 giugno: perché Giacomo è il medico volontario che ha fatto nascere la bimba Miracle sulla nave Open Arms della Ong spagnola Proactiva, lo scorso 6 settembre 2017.
Ma è riminese? Tutti si chiedono quando scoprono la notizia, con un sano orgoglio cittadino che si oppone alla marea, sempre più gonfia, di disinteresse e cinismo di chi vorrebbe lasciare i migranti in balia delle onde. Sì, un ragazzo pacato e tranquillo che arriva come l’ultimo degli ospiti e si siede invece al tavolo dei relatori per raccontare una storia che ha dell’incredibile, con una naturalezza che rende la sua narrazione ancora più straniante.

Giacomo, dove comincia la tua storia di medico sulla Open Arms?
“Lo scorso settembre mi sono imbarcato come medico di base sulla nave Open Arms, nella missione numero 29. È stata una cosa improvvisa. Avevo lasciato loro la disponibilità tanti mesi prima, poi mi hanno chiamato perché erano rimasti senza un collega e io mi ci sono buttato a capofitto. Sono partito per Malta e mi sono imbarcato. Eravamo 18 persone da tutto il mondo: Spagna, Argentina, Australia, Grecia, Inghilterra, Olanda e io, l’unico italiano. Siamo partiti col mare in burrasca e abbiamo raggiunto la zona di soccorso e recupero, nelle acque internazionali al largo delle coste libiche. Non è stato facile, perché nessuno di noi era un lupo di mare. Lì ci siamo divisi con altre barche di altre Ong, la Seafox e la Lifeline, e abbiamo cominciato a pattugliare il mare nella zona che andava da Tripoli a Misurata. Poi, appena il mare si calma arrivano i primi messaggi di aiuto. Ci tengo a precisare che i messaggi di aiuto non arrivano alle nostre navi dalle persone che migrano, ma arrivano dal centro di coordinamento della guardia costiera di Roma. Sono loro che ci chiamano, che ci hanno chiamato perché c’erano quattro imbarcazioni – che in realtà sono delle zattere con delle camere d’aria appiccicate alla bell’e meglio – da recuperare. Ci sono volute altre 14 ore dalla segnalazione al nostro arrivo. Di quattro imbarcazioni ne abbiamo trovate solo due. Abbiamo soccorso queste due zattere e recuperato 230 persone portandole sulla nostra nave”.

Un bel primo viaggio impegnativo. E a questo punto che arriva Peace? La donna ghanese incinta?
“Prima si recuperano le persone più vulnerabili: anziani, disabili e donne incinte. Una delle prime a salire sulla barca è stata Peace, visibilmente incinta con forti dolori. Io le ho chiesto di quanto tempo fosse. Lei mi rispose che aveva finito il tempo. Da quanto tempo hai le doglie? Da tre giorni”.

Durante il racconto Giacomo ogni tanto si ferma, come se i ricordi, le immagini e i momenti gli affollassero la memoria.
“Devi immaginare che questa povera ragazza si è fatta tutto il viaggio con le doglie, e aveva già perso le acque. Quando ha detto di essere incinta sono salito per avvisare il capitano e quando sono sceso, cinque minuti dopo, già si vedeva la testa. Abbiamo cominciato subito”.

Come nei film! Hai anche chiesto: «portate asciugamani e acqua calda?».
“Magari. Immagina il ponte di una nave mosso dalle onde, in cui stanno salendo decine e decine di persone ridotte allo stremo. Eravamo in un angolo, riparati da un telo. Insieme a me due ragazzi volontari, Juan e Pancho, e tre signore, due nigeriane e una marocchina, appena sbarcate, che accudivano la puerpera. L’espulsione è durata trenta minuti. Quando ho alzato Miracle c’è stato un boato di gioia su tutta la nave. Poi ci siamo accorti che non piangeva, non respirava, ed è calato un silenzio greve. Abbiamo cominciato subito le operazioni di rianimazione. Per fortuna, e dico per fortuna, sulla nave c’era una maschera d’ossigeno misura bambino. Tra quella e il massaggio cardiaco in 15 minuti siamo riusciti a farla respirare”.

 

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