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Sono Adulto!

di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
mar 15 mar 2016 07:53 ~ ultimo agg. 17 mar 08:35
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Sono Adulto! Un esclamazione secca a volte urlata con rabbia e irritazione. Una richiesta di autonomia esplicita. E’ ciò che accade in ogni famiglia dove i ragazzi, crescono e si fanno spazio cercando la propria strada. Si tratta di un riconoscimento che sta dentro al percorso di crescita personale e che spesso segna il primo distacco dalla famiglia, che non sempre riesce a dare lo spazio necessario perché questa scelta si maturi in modo autonomo.

Una dinamica classica dell’età dello sviluppo che si ripete in ogni famiglia, ma che nelle famiglie con figli disabili è comprensibilmente vissuta in maniera più rigida. Ma i ragazzi disabili, fatte le dovute differenze per particolari forme disabilità grave, nutrono i medesimi desideri dei loro coetanei, e se non sono segregati in casa e vivono una vita sociale ordinaria, hanno gli stessi stimoli dettati dallo sviluppo e dalla crescita personale che hanno gli altri. Sognano, per questo, la stessa vita indipendente.

Sono diverse le sfere evolutive di questo processo: la formazione, il lavoro, i percorsi educativi, l’autonomia personale e sociale, il progetto di vita, la graduale educazione alla vita indipendente, la promozione dell’autodeterminazione di se, l’affettività e anche la vita sessuale. Ambiti di crescita e di sviluppo delle proprie capacità che a volte sono limitati da un contesto educativo e sociale non pronto neanche ad accettare la prova, cioè quella sperimentazione di un’autonomia che fa scattare l’autodeterminazione di se. Un processo che alla fine non è mai così limitato come viene visto.

 

Un tema forte, attualissimo e molto coinvolgente, quello affrontato nel 1° Convegno Internazionale Sono adulto! Disabilità. Diritto alla scelta e progetto di vita, organizzato, lo scorso 4 e 5 marzo dal Centro Studi Erickson nel Palacongressi di Rimini. Un occasione di formazione per le famiglie, gli addetti ai lavori, ma non solo. Ben organizzato, strutturato in 2 assemblee plenarie, 2 workshop formativi, 30 relatori che per diverse ore di formazione hanno saputo stimolare la platea con strumenti educativi innovativi. Un confronto di buone prassi ed esperienze che ha suscitato anche un costruttivo dibattito sul ruolo delle strutture che, in certi casi, rimangono solo dei contenitori statici, ‘rassegnati’. Non più capaci di motivare una domanda di autonomia. La persona non è la sua disabilità. Un equivoco secolare, segnato da un pregiudizio che da anni comprime anche i percorsi formativi e limita il processo educativo ad un inserimento perenne dentro le strutture di accoglienza.

Oltre 800 i partecipanti tra cui genitori, educatori professionali, psicologi, psicoterapeuti, insegnanti di sostegno, assistenti sociali, pedagogisti, operatori socio assistenziali e socio sanitari, insegnanti e studenti provenienti da tutte le regioni del paese. Tante le famiglie, soprattutto genitori di ragazzi speciali, che hanno arricchito il confronto con storie di vita, raccontando come hanno accolto la richiesta dei loro ragazzi di essere considerati adulti, demolendo quell’etichetta che vede i loro figli come eterni ragazzi. Non è possibile infatti considerare meglio le loro esigenze e aspettative, senza prima aver impostato un rapporto adulto, che crea quella maturità e rafforza il loro diritto a scegliere autonomamente il proprio futuro. Una decisione che genera benefici per la qualità della vita di tutti. Genitori e figli.

Si tratta di un contesto culturale che sta cambiando, stimolato dalle tante realtà educative presenti in Italia e dagli ‘avamposti dell’esperienza’, appunto le famiglie che giocano un ruolo centrale nell’abbattimento di quei muri: paura, insicurezza, vergogna che fino a poco fa sembravano insormontabili. E’ necessario sostituire, nei processi educativi dei ragazzi disabili rispettando i loro tempi, modi infatizzanti con modi adultizzanti, in una prospettiva dove anche i genitori, facciano i genitori e basta, cioè si limitino alla sfera familiare lasciando interagire i figli in modo personale nelle realtà in cui sono inseriti, che sia l’educatore, il datore di lavoro, gli amici, la scuola , lo sport, ecc. Chiaramente non è così semplice come si dice, ma è una dimensione educativa concreta che promuove responsabilità da cui nasce autonomia e consapevolezza di sentirsi adulti.

 

In questo quadro di accompagnamento all’età adulta il lavoro chiaramente gioca un ruolo fondamentale e promuove, ancora una volta, un senso di civiltà diverso. L’occupazione vista come ambito di autodeterminazione di se che non è limitata solo alla parte retributiva, chiaramente indispensabile per chiunque sogna di fare un progetto di vita indipendente, ma si estende anche ad altre dimensioni, troppo spesso taciute e scontate. La socializzazione con gli altri, la gestione del tempo, il senso di utilità per la comunità, la moltiplicazione delle capacità personali, lo sviluppo di un ruolo identitario nel mestiere che si svolge.

Sollecitazioni essenziali per lo sviluppo dell’autonomia di una persona disabile, che coincidono esattamente con le stesse sollecitazioni che dovrebbero stimolare la crescita di un contesto sociale e civile più accogliente. Forse anch’esso in attesa di crescere ad una fase più adulta.

 

 

Emiliano Violante

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