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Neomaggiorenni, care leavers, ragazzi

Stefano RossiniRimini

21 ottobre 2015, 09:08

Venerdì sera, centro per le famiglie del comune di Rimini. Durante un incontro promosso dall’Associazione Agevolando – che si occupa di minori fuori famiglia e neomaggiorenni – i ragazzi invitati a parlare delle loro esperienze scherzano tra di loro, “Io ho impiegato tre mesi e mezzo ad arrivare qui, dal Bangladesh” dice Shopon, “Eh! Allora? Io ne ho impiegati due e mezzo per arrivare dall’Egitto! E l’Egitto è molto più vicino” Risponde Mustafa. Ilaria non dice nulla. Lei è di qui.

 

E’ un’ironia che stranisce, tanto siamo abituati a vedere i migranti solo come disperati che arrancano nelle stazioni dell’est Europa, o si aggrappano a relitti galleggianti di barche che attraversano il Mediterraneo. Ma in fondo sono ragazzi, come quelli nati e cresciuti qui. Chi sopravvive trasforma l’esperienza in carattere.
Ma oggi non parlano come migranti, ma come figli, come ragazzi di una famiglia che non è qui. E in questo strano iter non sono soli, hanno numerosi compagni, stranieri e italiani da generazioni. Ragazzi che per qualche motivo sono stati allontanati dalle loro famiglie e hanno vissuto la loro adolescenza in case famiglia: Ilaria, Shopon, Hamdi, Sebastian. Tutti raccontano le loro storie, diverse per provenienza, età e vicende, unite dall’aver ricevuto accoglienza in una casa famiglia.
Almeno fino al compimento dei 18 anni. Poi cambia tutto. Come per i compagni che vivono a casa con mamma e papà, per lo stato si diventa maggiorenni. Ma se per chi è in famiglia questo non ha effetti immediati – a parte la possibilità di prendere la patente e votare – dall’altra significa perdere tutti gli aiuti ricevuti fino a quel momento perché si è raggiunta l’età adulta.

 

Ho paura di arrivare a 18 anni” si sente dire da molti ragazzi in sala, mentre guardano i compagni che ora vivono e lavorano da adulti raccontare la loro esperienza. Ed è davvero un paradosso, pensando invece alla gioia e al momento di passaggio che vivono i coetanei in famiglia. Chi non ha aspettato trepidante il giorno del diciottesimo compleanno per sentirsi finalmente adulto, ma ancora in famiglia, aiutato, consigliato?

Invece per questi ragazzi il compimento dei 18 anni è un momento traumatico che può anche diventare tragico. Immaginate ad esempio – ed è una situazione più che quotidiana – di arrivare a 18 anni e di essere ancora a scuola. Difficile lavorare, dovendo frequentare le lezioni la mattina. Noi li chiamiamo bisogni primari: l’educazione, la famiglia, una casa. Ma in questo caso passano in secondo piano, perché si deve subito guadagnare e diventare indipendenti.

 

Così, da un giorno all’altro, si è adulti. Eccoli i neomaggiorenni. Nel mondo anglosassone li chiamano care leavers, quelli che abbandonano il sistema che si è preso cura di loro. Le associazioni li aiutano, li sostengono dove e quando possono, ma il grosso viene da loro. Come racconta Hamdi, ragazzo tunisino di vent’anni, che dispensa consigli agli altri ragazzi.
E’ un momento difficile – dice con un sorriso sornione – ma si passa. Bisogna avere pazienza, sapere che sarà dura e mettere gli obiettivi in fila. Uno dopo l’altro. Solo così si riesce ad arrivare in fondo”.

E noi vogliamo insegnare a questi ragazzi come devono comportarsi, come vivere, cosa fare. Loro che hanno passato l’adolescenza senza l’affetto dei genitori – ma con l’affetto di bravi educatori – che hanno visto il lavoro e le difficoltà arrivare subito a 18 anni, senza sconti, che hanno dovuto vivere come qui si viveva almeno due generazioni fa. Ecco, noi, educatori e giornalisti che abbiamo avuto percorsi diversi, certo con le nostre difficoltà, ci poniamo di fronte a loro come chi deve indicare la strada.
Ma se l’età adulta è una somma di esperienze, questi ragazzi ne sanno più di noi.

 

Abbiamo cercato di dare voce ai ragazzi e alle loro storie nel nostro dossier sui neomaggiorenni

Stefano Rossini

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