21 June 2018

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Curarsi coi libri: il corpo che noi siamo

C’è l’occhio e c’è lo sguardo; non sono la stessa cosa. C’è l’orecchio, e c’è l’ascolto; non sono la stessa cosa. Leggere è forse soltanto una questione di occhio? […] quando leggiamo, cerchiamo la voce viva. Questo fa il lettore, attende alla parola viva. […] Insomma, in lotta con la volontà di afferrare nella parola, quand’anche per la coda, un’esperienza che è di un altro ordine, rispetto al linguaggio; un’esperienza che è vita”. (Nadia Fusini, Hanna e le altre, Einaudi, 2014)
Dal 25 ottobre al 13 dicembre torna il ciclo di conversazioni e letture ad alta voce: “Biblioterapia. Come curarsi (o ammalarsi) coi libri”, organizzato da alcuni anni dalla Biblioteca Gambalunga, con la cura di Oriana Maroni, il patrocinio dell’Istituto per i beni artistici culturali e naturali della Regione Emilia-Romagna. Tema e titolo dell’edizione 2014 è “Il corpo che noi siamo”.
Da un’idea di lettura come interrogazione e ricerca di senso, necessario confronto con l’altro da sé, nasce la domanda che muove questo nuovo ciclo di incontri: «Dov’è che sei tu? nella testa o nel corpo?», che porta allo scoperto la visione occidentale, dualistica del mondo, in cui il corpo è visto come oggetto da parte di un soggetto conoscente. Tanto che il corpo e il suo “inesorabile essere lì”, con le sue passioni, l’eros e la sofferenza, le esperienze che lo lasciano allo scoperto − la sessualità, la malattia, l’invecchiamento e la fine della vita − da sempre sono un soggetto su cui l’arte, la letteratura, la filosofia e la religione si misurano e si sfidano.
Arrivando all’attuale paradosso di un corpo che, protagonista nei media, sparisce proprio nel momento della sua massima ostentazione, dato che l’esperienza di sé viene rapinata dalla pubblicità, dai sogni incarnati nelle merci. Perciò come dar conto del corpo, oggi, con le sue passioni, le sue ombre, le sue ferite, il suo lato impresentabile, l’orrore e il piacere che lo attraversano? Forse è necessario capovolgere il cartesiano cogito ergo sum per accogliere l’idea che «è attorno al corpo che si avvita il pensiero come un rampicante intorno all’albero che lo sostiene», come scrive il filosofo Franco Rella.

 

A inaugurare la rassegna, il 25 ottobre, é il filosofo Carlo Sini, Accademico dei Lincei e già professore di Filosofia teoretica all’Università di Milano, con la sua riflessione su I silenzi del corpo e i luoghi della parola.
Non c’è niente di più centrale del corpo perché il mondo si oggettiva a partire da esso, ma come?
Il corpo sta zitto in due modi: uno quando funziona bene e non ci fa accorgere di sé, l’altro quando frappone ostacoli opponendosi le nostre azioni con i suoi limiti e i suoi acciacchi. In questo secondo caso noi non siamo un corpo, non coincidiamo con lui al punto che non lo avveriamo neanche così come accade quando va tutto bene, ma ci rendiamo conto di avere un corpo, lo percepiamo proprio perché non ci asseconda.

 

Anche la parola dal canto suo può non dire, tacendo per assenso, ma anche stando zitta per ostilità. Ci può essere un silenzio della sapienza che non ha bisogno di dire, ma anche dell’ignoranza quando non si sa cosa dire e c’è l’enigma del silenzio: il silenzio di Dio che per l’uomo di fede è imbarazzante di fronte alle sciagure del mondo, ma che per l’ateo non può essere la prova della sua assenza. Questo paradosso vale anche per la parola del filosofo, perché se ciò che dice è vero dovrebbe coincidere con la realtà senza aver bisogno di spiegazioni e quindi della parola stessa. Se non ci fosse un filo di silenzio nella parola, la parola non avrebbe niente da dire; ci vuole un vuoto, una distanza, altrimenti nessuno parlerebbe per cercare di spiegarla. Silenzio e parola sono la stessa faccia di una medaglia: il silenzio accompagna la parola, ma non viene mai detto fino in fondo, per questo alimenta continuamente la parola. Bisognerebbe tornare alla nascita della parola dal “corpo delle cose” per conoscere profondamente l’uomo e il mondo, depurando le varie psicologie, psicoterapie, filosofie dal brusio delle parole.

 

Qual è quindi questo corpo che sta prima di ogni significato? Il fatto che lo esibiamo non risponde alla domanda: è il corpo silenzioso che siamo o in cui siamo? E’ un contenitore? O il corpo di cui parliamo?
Da un lato c’è un corpo vissuto e dall’altro un corpo saputo che stanno uno dentro l’altro ma che non coincidono. Il corpo vissuto coincide con la nostra esistenza, ci viene da lontano, dall’evoluzione dello schema corporeo degli esseri viventi. E’ un’eredità. Il corpo vissuto è il luogo delle emozioni originarie, primordiali e in movimento, che ci accompagnano tutta la vita, è il corpo che siamo.

Il corpo saputo è il corpo filtrato dalla cultura, la storia del sapere del corpo, il corpo della scienza ottocentesca, un corpo “macchina” che ha dato tanto dal punto di vista delle conoscenze, ma un corpo inerme. La storia del sapere dei nostri corpi continuerà a cambiare; la mappe che lo descrivono ora non saranno mai sufficienti.
Prima del corpo saputo, razionale, c’è il corpo vissuto. C’è un silenzio custodito dal corpo, un silenzio più grande di ogni parola e che custodisce le emozioni. Il silenzio del corpo, la sua storia inesauribile è il luogo in cui è possibile quell’apertura di senso che sta prima della decisione di ogni significato. Dal silenzio significativo del corpo si accede alla parola e alle astrazioni concettuali. Il nostro corpo vissuto è l’originario su cui tutti i saperi si costruiscono: è un sapere tacito che quando viene detto in qualche modo si perde.

 

Wiliam Zavoli

Redazione RiminiSocial 2.0

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