Gestivano tre noti locali poi sequestrati, cinque condanne per reati fiscali
Era l'ottobre del 2020 quando la guardia di finanza di Rimini appose i sigilli al bar ristorante "Bigno" di Rimini, al bar "Otto e mezzo" in piazzale Cesare Battisti e all’"Autobar" a Santarcangelo in via Braschi. A finire al centro dell'operazione “Paper Moon” furono tre imprenditori santarcangiolesi della stessa famiglia - il padre di 66 anni, figlio di 32 e figlia di 36 - operanti nei settori della ristorazione, gestione di slot machine, tabaccherie e locazione turistica di immobili. Delle nove persone indagate all'epoca, sette sono finite a processo per reati fiscali, cinque delle quali condannate oggi (mercoledì) in primo grado dal tribunale collegiale di Rimini: due anni di reclusione per il 66enne, due anni e due mesi per il figlio, un anno per la figlia, un anno e due mesi per il compagno della 36enne e un anno e due mesi per uno dei presunti prestanome. Per tutti la pena è sospesa. Intervenuta la prescrizione, invece, per gli altri due imputati, tra cui la moglie del 66enne. Disposta, infine, la confisca di circa 470mila euro, contro l'iniziale sequestro di beni per equivalente di un milione e 300mila.
Lo schema truffaldino, secondo la ricostruzione delle fiamme gialle, prevedeva che alcune società preposte alla gestione dei rami aziendali maggiormente produttivi e strategici, dopo aver accumulato ingenti debiti fiscali, venissero svuotate di ogni asset aziendale a favore di altre società sempre riconducibili tramite interposta persona ai medesimi attori della frode. Le società poi sarebbero state cedute a persone nullatenenti in modo da rendere inefficaci le eventuali procedure di riscossione coattiva da parte dell’Erario. Nel corso del processo, però, non è stata riconosciuta la sussistenza del reato principale, ovvero la sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte, mentre sono stati confermati a vario titolo reati fiscali minori, come l'omessa dichiarazione e l'emissione di fatture false. Nell’ambito delle indagini furono individuati anche numerosi lavoratori irregolari. Il ristorante e i bar oggetto del decreto di sequestro furono poi affidati, su ordine dell’autorità giudiziaria, ad un amministratore giudiziario appositamente nominato dal giudice.
I difensori della famiglia di imprenditori santarcangiolesi, gli avvocati Massimiliano Orrù e Simona Conti, nonostante abbiano visto ridimensionarsi l'impianto accusatorio, hanno preannunciato ricorso in Appello contro le condanne di primo grado.












