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sulle chiusure domenicali

Conflavoro fuori dal coro: i centri commerciali creano incontro e movimento

In foto: repertorio
repertorio
di Redazione   
Tempo di lettura 5 min
Sab 10 Gen 2026 11:34 ~ ultimo agg. 11:47
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Nel dibattito sulla proposta di chiudere la domenica i centri commerciali interviene Corrado Della Vista di Conflavoro Rimini: non serve chiudere i centri commerciali, che anzi sono occasione di socializzazione e attrattività turistica - spiega - ma organizzare meglio l'offerta commerciale e garantire un lavoro di diritti e qualità. I centri commerciali fanno ormai parte delle abitudini: chiudendoli si tornerebbe ai tempi in cui molti andavano la domenica oltre confine per trovare centri commerciali aperti.

L'intervento di Corrado Della Vista:

Non condivido l’idea che chiudere i centri commerciali la domenica possa essere una soluzione per tutelare il lavoro o rivitalizzare i centri cittadini. Ritengo, al contrario, che sia una visione che guarda indietro, mentre oggi servono scelte capaci di interpretare il presente e costruire il futuro.
Nel dibattito riemerso in questi giorni sull’ipotesi di limitare o bloccare le aperture domenicali, sento quindi il dovere di esprimere una posizione chiara e concreta, basata sull’esperienza diretta di chi fa impresa, crea lavoro e vive quotidianamente il territorio.
Viviamo in un mondo che va avanti. Nelle grandi città italiane e, ancor di più, nei Paesi più avanzati, locali e centri commerciali sono aperti anche H24. Tornare oggi a parlare di chiusure appare fuori dal tempo e poco coerente con le reali abitudini delle persone, delle famiglie e dei turisti.

Ricordo bene quando a Rimini non esisteva ancora un centro commerciale di riferimento. In quegli anni i flussi di persone si spostavano verso Savignano sul Rubicone e altri territori limitrofi. Addirittura, prima delle liberalizzazioni introdotte dalla legge Bersani, quando in Italia i centri commerciali erano chiusi la domenica, molte famiglie si spostavano oltre confine, nei Paesi confinanti con l’Italia, proprio per poter fare acquisti e trascorrere una giornata diversa.
Questo dimostra un fatto semplice e inconfutabile, la domanda non si elimina chiudendo, si sposta.
E quando si sposta, il territorio perde valore, flussi economici e opportunità.
Il centro commerciale oggi non è solo consumo. È shopping, ma anche divertimento, e sempre più spesso cultura. È un luogo dove le persone si incontrano, socializzano, trascorrono tempo insieme. Per molte famiglie, giovani e anziani rappresenta uno spazio di aggregazione moderno, sicuro e accessibile, dove stare al riparo nelle giornate piovose o trovare refrigerio d’estate. È parte integrante del tempo libero contemporaneo e delle nuove abitudini sociali.

Non a caso, come azienda, inseriamo questi luoghi anche all’interno di escursioni settimanali, percorsi di stage e attività con le scuole, dedicando spesso mezza giornata a esperienze organizzate, soprattutto quando il meteo non aiuta.
Non condivido l’idea che i centri commerciali desertifichino i centri cittadini. Al contrario, spesso generano movimento. Chi frequenta questi luoghi poi si sposta, scopre il territorio, va a mangiare sul lungomare, fa una passeggiata, visita un parco tematico. È indotto, non concorrenza. Per chi viene da fuori, è spesso il primo passo per entrare davvero nella città.

Esistono numerosi esempi che dimostrano come la concentrazione di attività simili non impoverisca, ma rafforzi l’attrattività. Zone con più ristoranti, più locali serali o più attività della stessa merceologia diventano poli di frequentazione più forti, non luoghi svuotati. Il commercio oggi funziona per integrazione, non per sottrazione.
Se vogliamo davvero evitare una perdita di identità dei centri cittadini, la riflessione dovrebbe concentrarsi sulla qualità e sull’equilibrio dell’offerta commerciale, non sulla chiusura dei grandi poli. È legittimo interrogarsi sull’eccessiva concentrazione di negozi tutti uguali, spesso a basso valore aggiunto, che non contribuiscono né all’attrattività né alla vitalità urbana. Le città hanno bisogno di un mix commerciale equilibrato, fatto di attività qualificate, brand riconoscibili e proposte in grado di generare flussi.

C’è poi un tema che non può essere ignorato, il lavoro. In questa discussione ci sono in ballo posti di lavoro reali, famiglie, stipendi. Conosco lavoratori che scelgono consapevolmente di lavorare nei fine settimana e nei giorni festivi per incrementare il proprio reddito. Quelle maggiorazioni fanno la differenza. Chiudere significa ridurre ore lavorabili, opportunità occupazionali e libertà di scelta.

Chi lavora nei centri commerciali fa comunque 40 ore settimanali, con riposi garantiti. La vera tutela non è chiudere, ma organizzare bene, turnazioni corrette, contratti chiari, diritti rispettati.
Se davvero vogliamo rafforzare i centri cittadini, il tema non è abbassare le serrande altrove, ma rendere le città più accessibili. Parcheggi gratuiti o agevolati, soprattutto nei fine settimana, politiche di mobilità intelligente, servizi che permettano di muoversi senza stress. Una delle grandi convenienze dei centri commerciali è proprio la certezza del parcheggio gratuito. È su questi aspetti che bisogna intervenire.
In conclusione, non esiste un modello valido per tutti. Le chiusure domenicali possono funzionare in Paesi con stipendi elevati, welfare solido e sistemi urbani già strutturati, ma non sono automaticamente replicabili nel contesto italiano, e ancor meno in territori a forte vocazione turistica e di servizi dove commercio, tempo libero e socialità sono profondamente intrecciati. Per questo la strada non è quella dei divieti, ma dell’integrazione. I centri commerciali e i centri cittadini non sono nemici, possono e devono convivere. Il futuro delle città si costruisce migliorando l’accessibilità, la qualità dell’offerta, la mobilità e i servizi.
Chiudere è una rinuncia, organizzare è una scelta di visione.

Corrado Della Vista



Il futuro non si governa con i divieti ma con visione, organizzazione e integrazione dei servizi.

Chiudere non porta persone in centro, metterle nelle condizioni di arrivarci sì.

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