Intervista al presidente dell'AIC, Umberto Calcagno, dalla Nazionale al Rimini
Vista da dentro, non c’erano i segnali del disastro alla vigilia di Bosnia-Italia. Umberto Calcagno è il presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, vive a Rimini dove ha anche giocato ed è uno di quelli che ora partecipano al processo di ripartenza di un sistema in gravissima difficoltà.
“Ho visto e ascoltato persone consapevoli della posta in palio, ma non corrose dalla tensione - dice Calcagno -. Rino Gattuso ha fatto un lavoro straordinario per cucire un ambiente che nella sua gestione da questo punto di vista ha fatto un grande salto di qualità. C’erano tutti i ragazzi infortunati, sono segnali chiari per chi conosce il calcio e vive certi ambiti. Poi il campo ha emesso il verdetto, è la legge dello sport. Fa male, ma bisogna voltare pagina, imparare e migliorare”.
Adesso siete nel frullatore. Avete preso atto delle dimissioni del Presidente Gravina, stritolato da polemiche e anche per quella frase su professionismo e dilettantismo.
“Il calcio ha un peso grande nella società, ma l’accanimento m’è parso esagerato, anche dal mondo che ci circonda. Su quella frase non ci torno, è stato interpretato un senso che non era quello della risposta, ma è acqua passata e non voglio rinfocolare polemiche”.
Vista da qui, si fa fatica a sostenere la gestione Gravina.
“Preferisco uscire dalla contingenza, pur grave, della terza mancanza dai Mondiali. Gravina nel suo mandato ha gestito la pandemia forse meglio di tutte le altre federazioni europee. Siamo ripartiti prima e meglio. In Francia stopparono i campionati, ancora oggi sono lontani dal recuperare del tutto il livello dei diritti tv. Ha vinto un Europeo che non è un’eccezione, ha riorganizzato il Club Italia che presiede. Poi ha fatto tante proposte per risollevare il sistema, ma qui serve chiarezza: la FIGC non ha il potere di sbloccare i tappi che bloccano l’evoluzione del calcio”.
Per esempio?
“Si parla di favorire la presenza degli italiani nelle squadre, di favorire i giovani. Ci sono leggi che lo impediscono. Si ripete che servono infrastrutture, ma la FIGC non ha potere per incidere in questo ambito. Ha fatto proposte chiare, poi spetta alla politica decidere”.
Altrove come si comportano?
“Il modello a mio parere è la Spagna. Il 60% dei giocatori della Liga è spagnolo, il 22% dei giocatori delle squadre proviene dai loro settori giovanili. Non c’è una legge ad imporlo. Noi siamo rispettivamente a meno del 30% e al 6%. Allora forse servono incentivi a muoversi in quel senso. Da dove? Direi dai diritti TV, non con le briciole attuali, oppure dal mondo delle scommesse sportive visto che il loro business usa le partite. Ma anche lo Stato e tutte le amministrazioni ci dovrebbero mettere del loro. Le nostre nazionali giovanili stanno andando bene, siamo tra i top in Europa, poi i giovani non arrivano perché c’è un blocco in alto. Bisogna rimuoverlo, ma non a parole”.
Defiscalizzare investimenti sulle infrastrutture, alleggerire la contribuzione dei salari degli under… è questa la strada?
“Gravina ha fatto queste proposte cinque anni fa. Vivai e strutture sono gli asset, ma abbiamo bisogno della politica. Non focalizziamoci solo su grandi stadi, pur con l’Europeo 2032 alle porte che chiede di accelerare. Abbiamo ancor più bisogno delle strutture di base e non solo il calcio ne ha bisogno. Serve cambiare il paradigma, ma servono i soldi”.
Ci aggiungiamo la competenza degli istruttori e la relativa retribuzione?
“Certo. Oggi i tecnici giovanili allenano l’aspetto agonistico. Invece fino a 11-12 anni devono quasi solo divertirsi. C’è pronto un progetto federale sul tavolo e riguarda come insegnare calcio da 5 a 12 anni. Vi hanno contribuito fior di ex campioni azzurri. Torno a bomba: tutti sappiamo cosa fare, ora serve un presidente che sappia fare sintesi e decida insieme al suo staff come farlo”.
Aiutare il calcio, li sente già i rumori di fondo?
“Non sono uomo polemico, ma ragioniamo. Si aiutano tanti ambiti e faccio l’esempio del cinema solo per citarne uno. Certo, attività culturalmente importantissima. Anche il calcio lo è. Se crediamo che lo sport abbia un valore educativo e inclusivo, allora non bisogna aspettare un minuto”.
Proviamo ad andare in verticale fino a Rimini.
“Vale lo stesso discorso. Ne ho parlato al Sindaco: inutile cercare chi promette una categoria in pochi anni. Bisogna partire da quel che è possibile fare, con le risorse che si hanno. È necessario ricucire il tessuto sociale legato al calcio, serve riorganizzare la Gaiofana, migliorare e realizzare altri campi di calcio per far sì che ragazzini di 11 o 12 anni non vadano a giocare a calcio altrove da Rimini. Bisogna riguadagnare fiducia e autorevolezza. I campioni, se ci sono, salteranno fuori. Prima bisogna ricostruire le fondamenta”.
Posso provocarla? Sono ragionamenti che immaginano più corretto e solido ripartire dalla Terza Categoria.
“L’ha detto lei. Bisogna fare delle valutazioni, ma senza farsi abbagliare dal risultato sportivo, prima serve altro e va cercato prima di tutto il resto”.
Lo sport riminese sta vivendo una stagione nuova legata alla pallacanestro, cosa le ispira?
“Sono due mondi diversi. Il calcio di alta C costa tre volte la serie A di basket. Ammiro il progetto RBR, stanno facendo una cosa eccezionale, ma calcio e basket sono due mondi non sovrapponibili”.
Cesare Trevisani












