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Il virus dalla testa dura

In foto: porto affollato nonostante nel primo giorno di applicazione del dpcm
di Giovanni Tonelli   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
mer 11 mar 2020 18:28
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Il prefetto dev’essersi chiesto: dove sono finito?

Perché lei forse non lo sa, ma noi sì: i riminesi han la testa dura, eterni adolescenti. Se ci dicono di fare una cosa, certamente faremo l’opposto. Sappiamo banalizzare ogni situazione, con quell’atteggiamento di chi la sa lunga e non cade nei trabocchetti che la vita a volte tende. E se per noi il maestro Fellini era poco più che “pataca”, anche con il Coronavirus abbiamo pensato lo stesso.

E così la gran parte di quelli che, per cautela, dovevano starsene per due settimane a casa o perché colpiti, senza sintomi, dal virus, o per aver frequentato chi l’ha contratto, è frullato in testa che “tanto si stava esagerando” e hanno, in serena pace, disobbedito e se ne sono andati a zonzo come nulla fosse.

Ma il Covid-19 ha la testa più dura della nostra e così oggi, non certo solo per colpa loro, ma per questo atteggiamento comune, ci siamo trovati in zona chiusa, prima ancora dello stop a tutta la Penisola.

E la irrazionalità, che pur non manca neppure da noi, è tornata a farla da padrona. Così domenica mattina non erano ancora le 8 che una piccola folla di clienti era già in fila, prima dell’apertura, davanti al mini-supermarket, dove a volte vado anch’io a far spesa.

Sperando poi di non assistere anche a quell’ egoismo crescente che caratterizza tante volte i momenti di crisi, dove i furbi, con cinismo inquietante, fanno affari e i deboli soccombono. Ma se le epidemie mettono in mostra le nostre fragilità umane, potrebbero anche spingerci ad una maggiore solidarietà.

E noi riminesi siamo tanto stupidi quanto capaci di essere generosi. In fondo questa è anche la terra di Alberto Marvelli come di don Oreste Benzi, di Marilena Pesaresi e di tanti, laici e cattolici, capaci di spendere la vita per il prossimo. Andiamo incontro ad un tempo non facile.

Non sappiamo quanto durerà, ma certamente ne usciremo se non ci chiuderemo in uno sterile, angoscioso e egoistico individualismo. La cura è sgonfiare il proprio ego e trovare, nella prova, un’occasione per crescere nella solidarietà che ci fa fratelli.

Ci sono persone che conosciamo colpite dal virus, perché non fare una telefonata e scambiare due sciocchezze? Ci sono anziani, forse anche fra i nostri familiari, obbligati dalla paura e dai consigli degli esperti a non uscire di casa, perché, con le necessarie precauzioni, non andarli a trovare? Ci sono vecchi soli ai quali chiedere se serve qualcosa di spesa o una medicina in farmacia…

E questo mese di parziale “clausura” certamente offrirà mille occasioni per essere solidali. E le prime saranno proprio quelle di cercare di seguire le indicazioni che governo e scienziati ci danno, anche se a volte ci lasciano perplessi. Perché questa disponibilità è il primo modo per voler e volerci bene

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