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Blog/Commenti Rimini

Ma sempre "mes que un club"

di Gianluca Angelini   
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sab 16 lug 2016 19:38 ~ ultimo agg. 20:14
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Quando i ‘fedeli’, officiato il rito – quasi sempre con una vittoria – sciamano fuori dalla ‘cattedrale’, sugli spalti vuoti del Camp Nou compare la scritta, dipinta sui seggiolini, ‘mes que un club’. Più che una squadra. Una famiglia. Anzi, oltre: una Nazionale – blaugrana – in una nazione, la Catalogna, dentro una nazione. Facile da amare e da vivere sottopelle, con tutti quei campioni da copertina. L’infinita ‘argenteria’ da lucidare, tra coppe e titoli vari. A Rimini, quando, i tifosi escono dallo stadio, sugli spalti, restano i gradoni verniciati da loro di biancorosso e la scritta ‘mes que un club’ non c’è. Ma è come se ci fosse. Già perché quest’anno il Rimini Calcio, più ancora che per il risultato sportivo – una salvezza in Lega Pro, sofferta e strappata con orgoglio – era finito, sulle pagine della stampa nazionale, per i suoi tifosi. Il loro amore per i colori biancorossi.

Con quella ‘colletta’ salita agli onori della cronaca – e che ha permesso ai giocatori, più o meno, di pensare solo al campo – in una stagione speciale, quella di un decennale speciale. Di dolci ricordi. Quel giorno, a Rimini, c’era il mondo. L’universo del pallone – e non solo un’intera città – aveva gli occhi fissi sul prato del piccolo ‘Romeo Neri’. Il vecchio stadio, a due passi dall’Arco d’Augusto, diventava – per qualche ora – l’epicentro del calcio nazionale: la Juventus, frustata da Calciopoli faceva il sue debutto sul, poco glorioso, palcoscenico della B. Un’onta per la Vecchia Signora. Un sogno, per la cittadina di Romagna – lembo di regione da sempre feudo juventino – invasa dalle parabole delle televisioni italiane e straniere e dai cronisti di razza delle principali testate scesi in riva all’Adriatico a raccontare lo strano effetto che fa la Juve nella seconda serie. Era il 9 settembre del 2006. A quasi dieci anni da quel pomeriggio quando impose l’1 a 1 ai campioni torinesi con una rete del fantasista argentino Ricchiuti – idolo incontrastato della torcida di casa poi visto in A con il Catania – e facendo, a suo modo, la storia il Rimini, la storia, ha rischiato di rifarla con i suoi giocatori a incrociare le braccia e minacciare lo sciopero, come tanti lavoratori ‘appiedati’ in giro per il mondo e non come ‘eroi della domenica’. Convinti a non dare corso alla mobilitazione dall’intervento dei tifosi, pronti a pagare di tasca loro, per far scendere in campo i propri beniamini.

Sì perché nell’anniversario di quel Rimini-Juventus, dopo avere toccato vette inconsuete, persino la testa della classifica della B proprio in quella stagione d’oro 2006-2007 – con Leo Acori in panchina e il patron Vincenzo Bellavista dietro la scrivania – la Rimini pallonara rotolata in Lega Pro dopo essere scivolata pure in serie D, è ritornata sulle scene e sulle cronache, non solo locali. E non per il calcio giocato. In un mercoledì di marzo, infatti, i giocatori romagnoli e l’Aic, l’Associazione Italiana Calciatori, hanno spedito alla società, guidata da Fabrizio De Meis una lettera in cui veniva annunciata, come in una vertenza sindacale tradizionale, l’intenzione di non scendere in campo, Teramo, se non fossero stati pagati gli stipendi arretrati. Quanto basta per ritagliarsi uno spazietto sulla ribalta nazionale. Ma anche per proiettare, su quello spazietto, il cuore della gente riminese. Sul prato, i biancorossi romagnoli poi ci sono andati. Un po’ per le rassicurazioni della Lega Pro parte della Lega Pro sul il pagamento degli emolumenti. Tanto, tantissimo, per lo slancio e l’affetto dei tifosi che, raccolto il denaro con una colletta, hanno deciso di sostenere i costi della trasferta abruzzese, di saldare parte degli arretrati del residence di alcuni giocatori e di acquistare materiale per lo spogliatoio.

Un epilogo – nello stesso tempo triste e commovente – per una società ultracentenaria che, in passato ha visto sedere sulla sua panchina il ‘Mago’ Herrera, un giovane e rampante Arrigo Sacchi e, solo una manciata di anni fa, tentare la scalata alla A con in campo giovani di belle speranze come Handanovic e Matri, Floccari e Jeda, o Basha, con i conti in ordine e una città ribollente di passione che sognava uno stadio nuovo di zecca. Da grande. Oggi la realtà non è più quella. E si è parlato di sciopero, poi sventato. Cosa più da quotidiano economico che da cronache sportive: altro che Dea Eupalla. Eppure, di fronte alle difficoltà, il Rimini ha tenuto botta. In campo, mantenendo la categoria. E soprattutto fuori dal rettangolo di gioco grazie a una pagina da libro ‘Cuore’ – bellissima – scritta dagli appassionati. Ché la Catalogna sarà ben lontana ma anche in riva all’Adriatico si può ben dire ‘mes que un club’ .

Dal blog Pendolarità

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