martedì 11 dicembre 2018
In foto: Si è tenuta oggi presso la sede regionale della Cisl una conferenza stampa su "Ici e tariffe pubbliche in Emilia-Romagna": la tariffa che incide di più sui bilanci delle famiglie è quella del gas metano. Per il consumo medio di una famiglia, circa 2 mila metri cubi, la spesa supera i due milioni l’anno, ma restano differenze: 2,3 milioni a Ravenna (Area) e 2,2 milioni a Ferrara (Agea).
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mar 4 dic 2001 19:14 ~ ultimo agg. 00:00
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Dal 1 luglio 2001 cambia il metodo di calcolo: da una tariffa differenziata per utente (famiglia, commercio, industria) e prezzo al metro cubo identico per consumo a una tariffazione per scaglioni, indipendentemente dal tipo di utilizzo (riscaldamento famigliare, industriale). Se in regione tutte le aziende introducono gli scaglioni (obbligatori), questi sono differenti e con tariffe iniziali più alte che decrescono all’aumento dei consumi. L’Autorità nazionale (unico controllo) varia per tutti la tariffa in base all’andamento del petrolio, ma non esamina le differenze esistenti. I costi per i rifiuti solidi, dove è già applicata la tariffa, scendono per single e famiglie con due componenti, ma crescono anche oltre il 40% per famiglie di 3/4 persone. La lievitazione del costo del petrolio (ora in riduzione, ma le tariffe registrano la variazione con 6 mesi di ritardo), ma anche cause strutturali ed organizzative (mancata aggregazione sinergica di aziende limitrofe, privatizzazione incompiuta di altre) delle Aziende erogatrici determinano per i cittadini emiliano-romagnoli differenti esborsi di denaro per il medesimo servizio, a seconda del Comune di residenza.
L’annuale monitoraggio della Cisl dell’Emilia-Romagna, svolto dall’Osservatorio Isfel (Istituto di studi della Cisl) sulle tariffe nei servizi di pubblica utilità di tutte le province della regione, evidenzia costi, qualità dei servizi, carenze, atteggiamento più o meno ‘virtuosi’ da parte delle Aziende.

Le tariffe del gas metano nei Comuni:
Confrontando la tariffa di settembre 2001 (nuovo sistema di tariffazione) con il settembre precedente, della spesa, in parte dovuto alla crescita del petrolio, ma in parte al fatto che quando il petrolio aumenta la tariffa cresce in modo proporzionale più di quanto avvenga quando cala. Esistono inoltre rilevanti differenze per i cittadini della regione, in quanto le aziende godono ancora di un relativo monopolio locale.

Da qui la necessità, secondo la Cisl di: introdurre meccanismi di incentivazione per le aziende che contengono le tariffe e si avvicinano a quelle più basse, considerando anche la diversa rete di erogazione e/o i servizi aggiuntivi erogati; operare affinché alcune scelte strategiche come introdurre o meno una tariffa minore nello scaglione più basso di consumo (quello che una volta si chiamava sociale) sia frutto di una concertazione con le forze sociali e non solo una scelta unilaterale delle imprese; istituire un Osservatorio Regionale delle tariffe e dell’andamento della privatizzazione, così che questa diventi strumento a favore di consumatori e lavoratori e non (come all’inizio in Gran Bretagna) modo per aumentare le tariffe, ridurre il personale, aumentare i profitti e gli stipendi dei dirigenti. Pertanto, nell’ipotesi di un consumo annuo medio di una famiglia di 2 mila metri cubi di gas metano, l’incremento dal 2001 al 2000 è del 9,5%, nonostante l’inflazione media sia del 2,6% circa. Tra le società erogatrici del servizio del gas la Società Gas di Ravenna ha aumentato maggiormente le tariffe: + 11,4% nel 2001 rispetto al ’00. Conseguentemente, per un consumo di 2000 metri cubi il costo è passato da 2.100.981 a 2.340.262, pari a 239.281 mila lire in più per una famiglia media. Segue Cesena, dove l’aumento dell’11,1% ha comportato 220 mila lire per una famiglia media. L’incremento minore è stato a Reggio Emilia: + 4,4%, pari a 95.873 mila lire per una famiglia media. A Ferrara è la tariffa più bassa: 2.233.461 lire.


Le tariffe dell’acqua nelle aziende dell’Emilia-Romagna:

Per un consumo medio di 140 m.cubi all’anno le famiglie spendono dalle 150 mila lit. di Piacenza alle 350 di Forlì. La differenza è dovuta a diversi fattori:

diversa rete e problematiche del prelievo;

diversa efficienza aziendale;

diverse politiche di bilancio.

Anche in questo caso occorre arrivare a modalità di evoluzione delle tariffe virtuose che facciano si che l’acqua sia: pagata per il giusto valore che ha (nei prossimi anni tutte le aziende dovranno far pagare l’intero costo e oggi così non è per tutte); tuteli con una fascia sociale e con incentivi chi consuma meno.

La tassa sui rifiuti solidi urbani nei principali Comuni:

La situazione è alquanto differenziata e di difficile confronto, in quanto solo alcune aziende hanno applicato i criteri e i principi del decreto 22/97 (cosiddetto Ronchi), che prevede l’abbandono della tassa rifiuti e la sostituzione con la tariffa. Il nuovo corrispettivo, che dovranno pagare le famiglie (basato sull’art.49 del D. Lgs. n 22/1997 e sul D.P.R n°158/1999), fa riferimento alla superficie dei locali/aree ed al numero dei componenti il nucleo famigliare e consiste in una quota fissa ed una variabile da moltiplicarsi per i rispettivi coefficienti. Cesena, Reggio Emilia e Piacenza hanno applicato la nuova tariffa. Pertanto si va dal minimo di Imola al massimo di Bologna, mentre il differenziale è di oltre il doppio: fatto uguale a 100 la tariffa di Imola, quella di Bologna è uguale a 215. In ordine decrescente le tariffe più elevate sono a Bologna, Ferrara, Modena e Parma. Nel 2000 solo Modena e Reggio E. hanno effettuato un aumento, rispettivamente dell’8,4% e del 3,6%. Con l’adozione della tariffa i single pagano meno: a Parma –32,7%, passando da 279.450 nel ’99 a 188.041 lire; a Reggio-Emilia –26%, da 205.551 lire a 146.605; a Cesena –16%, da 225.941 a 132.654 lire. Crescono, invece, le tariffe per le famiglie con 3 e 4 componenti: Parma +36%, passando da 279.450 lire del ’99 a 380.795 nel 2000; Reggio-Emilia +49%, da 205.551 a 307446; Cesena +35,8%, da 225.941 a 306.910 lire.
Gli altri Comuni hanno mantenuto ferme le tariffe. Resta lontana la capacità di far pagare in base ai reali rifiuti che si depositano nel cassonetto, come avviene nelle regioni europee più evolute.

ICI:

In regione la tassazione sulla casa ha ormai raggiunto livelli elevati. Dal ’99 non sono intervenute modifiche di aliquote Ici per l’abitazione principale, però nelle casse comunali sono cresciute le entrate. Questo per: aggiornamento catasto, applicazione aliquota sino al 9% per le abitazioni non locate, crescita in alcuni Comuni delle aliquote per gli altri immobili, recupero evasione.
In regione, Bologna è il capoluogo di provincia dove il costo Ici per famiglia (abitazione principale) è più alto (279 mila lire), Piacenza dove è più basso (109 mila lire). Dopo Bologna i costi maggiori sono nell’ordine a Ferrara, Cesena, Faenza, Ravenna, quelli minori a Carpi (Mo), Parma, Modena, Forlì, Reggio Emilia, Rimini. Per l’abitazione principale alcuni Comuni hanno aumentato la detrazione di 200 mila lire per legge: Reggio Emilia a 250 mila lire per tutti, mentre 11 Comuni sui 13 considerati (oltre 50 mila abitanti) hanno introdotto ulteriori detrazioni (secondo parametri definiti dai regolamenti comunali), che sommate alle 200 mila lire possono arrivare a 500 mila lire come a Ferrara. Per la Cisl, questa ulteriore detrazione, poiché tarata su parametri, potrebbe essere trasformata in ISEE (Indicatore situazione economica equivalente) del nucleo famigliare che occupa l’alloggio. Unificando in questo modo i criteri su scala regionale e nazionale. La tassazione ICI insieme all’Irpef comunale contribuisce ad oltre il 35% delle entrate dei Comuni.

Addizionale Irpef:

Nel 2001 le aliquote Irpef nazionali sono invariate rispetto allo scorso anno e così sarà anche per il 2002, pertanto resta alle famiglie l’esborso di una quota superiore agli aumenti di reddito da stipendio o pensione. Lo conferma il monitoraggio Isfel di stipendi e pensioni per fasce di reddito. Nella fascia 0 /15 milioni, nei quattro anni 1997 2000, stipendi e pensioni sono cresciuti del 20% netto, l’Irpef del 28% (+8%). 15 / 30 ad un aumento di reddito netto del 10,5% corrisponde una Irpef del 14,83% (+4,25%). 30 / 60: aumento reddituale netto 8,5%, Irpef 12,14% (+3,6%) Oltre 60 milioni di reddito, crescita netta 8,5%, Irpef 11,19% (+2,66%).

Addizionale Irpef comunale:

In vigore dal ’99, corrisponde sino allo 0,4% del reddito. Nel ’99 in regione è stata applicata da 49 Comuni su 341. Nel 2000 da 150 Comuni e nel 2001 è stata introdotta in 196. L’aliquota media passa dallo 0,19% (pari a circa 19 mila lire per abitante) del ’99 allo 0,27% (26 mila lire) del 2001.

Franco Richeldi, segretario generale Cisl Emilia-Romagna,
su “Le tariffe nei servizi di pubblica utilità”: “E’ con attenzione e preoccupazione che la Cisl segue l’andamento delle tariffe nei servizi di pubblica utilità. Con attenzione in quanto monitoraggio e controllo vuole dire rapporto equo tra costi e tasso di inflazione. In regione, invece, per le addizionali c’è una differenziazione ingiustificata tra realtà simili, come Comuni limitrofi e si registra un tasso di inflazione disomogeneo: a Modena e Bologna il tasso di inflazione è oltre il 3%, circa un punto in più rispetto al dato nazionale”.
Ora, considerato che ormai l’80% dei bilanci locali è costituito da entrate dirette (tra queste Ici ed Irpef condizionano notevolmente i redditi delle famiglie), “la Regione deve istituire gli Osservatori di controllo/verifica sui bilanci delle Autonomie Locali e sulle tariffe. – ha incalzato Richeldi – Lo stesso ruolo sindacale di difesa dei lavoratori e dei redditi famigliari impone di avere un quadro di riferimento certo su cui operare eventuali interventi di riequilibrio”. Con preoccupazione, invece, perché “dato inflattivo e crescita incontrollata dei prezzi mettono a rischio la tenuta della politica dei redditi perseguita sino ad oggi tenacemente dal solo sindacato”.
Il segretario Cisl, pertanto, non accetta che la Regione una volta l’anno informi il sindacato circa le prospettive di bilancio e poi, al verificarsi di un errore gestionale, da parte di un’azienda a partecipazione pubblica, il danno ricada sull’intera collettività. “Bisogna contrattare con il sindacato le scelte di esternalizzazione, liberalizzazione e privatizzazione – ha ribadito – attraverso meccanismi di partecipazione dei lavoratori nelle nuove società”. Diversamente, gli appelli al sindacato a proseguire nella moderazione salariale “non sono più accettabili perché rivolti alla parte più debole della società (lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati) che ne paga tutti i prezzi”.

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