giovedì 20 febbraio 2020
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Pellegrinaggio diocesano

Museo dell'olocausto e Muro del Pianto, una profonda emozione

In foto: il Vescovo al muro del pianto
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
ven 3 gen 2020 10:37
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Sesto giorno per il pellegrinaggio diocesano in Terra Santa. Giovanni racconta il profondo impatto emotivo e spirituale nella visita al Museo dell’olocausto e al Muro del Pianto

Un qualcosa che non ha senso. Un senso che non si trova in alcuna cosa. Nessuna cosa che ne può cancellare la memoria.
Foto, video, ricostruzioni, e specialmente luci nel buio. Ho scoperto cosa significhi il male, ho scoperto il dolore in quegli occhi pieni di paura, mancanza, terrore. C’era un volto di un bambino povero, racchiuso in un cappotto straccio, con un cappello bucato. Aveva un volto magro, una bocca asciutta, una guancia ferita, e due occhi che parlavano da soli, raccontavano la sua storia senza che io la sapessi. Un dolore disumano in quei occhi che non avevano mai visto una piccola gioia.
Ho capito cosa significhi essere uomini. L’ho capito negli occhi di quel bambino. Non son stati i suoi vestiti a farmi paura, non è stata la sua povertà, ma semplicemente quel sorriso che nonostante tutto ancora plasmava il suo volto. Un sorriso semplice come semplice è il bisogno umano di sorridere. Sono stati attimi immensi quelli che ho vissuto oggi pomeriggio al museo dell’olocausto di Gerusalemme, dove mi sono perso nella memoria di un passato nero che macchierà per sempre la nostra umanità.
Un museo che mi ha colpito nel cuore: volti di bambini, donne, uomini, nonni, nonne, volti semplicemente di persone che per la sola colpa di essere nati hanno vissuto ciò che nessuno dovrebbe vivere.
Loro erano ebrei, come ebreo era Gesù e i suoi discepoli.
Entrare dentro quelle quattro mura dove Gesù ha celebrato l’ultima cena con i suoi discepoli, la stessa dove lo Spirito Santo è sceso sulle loro teste, è stato un dono che mi porterò sempre nel cuore. Una stanza senza alcuna icona e alcuna immagine, solo quattro mura che non han fatto altro che aumentare l’immagine e il desiderio di pregare per Dio e comprendere che lì in quel luogo Lui ci ha donato il suo corpo e il suo sangue. Un silenzio intenso mi ha invaso, mi ha lasciato un pieno dentro, un’anima animata da un turbamento intimo mosso da mille domande che la Terra Santa mi ha suscitato. Una spiritualità che vivi grazie ai luoghi, al silenzio della contemplazione e alla preghiera della vita.
Una spiritualità che ho toccato con mano davanti a un semplice muro, dove tanti ebrei pregano lasciando messaggi a Dio e dove anche io ho avuto possibilità di dirGli una preghiera.
Gerusalemme è caotica, disordinata e incasinata, ma in ogni angolo di strada, in ogni monumento, in qualsiasi traccia del passato c’è un massimo comune denominatore che mi è entrato dentro il cuore cioè quel senso di spiritualità che permea in ogni mura, in ogni ambiente e specialmente in ogni volto che incontri.
Una spiritualità che ha trovato casa anche dentro il mio cuore e che spero di continuare a vivere.

Giovanni

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