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Al Sigismondo d'Oro

"Antidoti all'odio" nel saluto di fine anno del sindaco Gnassi

In foto: il sindaco Gnassi
di Maurizio Ceccarini   
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sab 21 dic 2019 19:42 ~ ultimo agg. 22:13
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Come da tradizione la cerimonia di consegna del Sigismondo d’Oro è stata aperta dal saluto di fine anno del sindaco Gnassi. Un discorso nel segno di Fellini. Nel fare il punto su quanto si è fatto per la città, il sindaco ha anche ricordato più volte la necessità di rispondere all’odio.


Il saluto del sindaco Gnassi:

“Amarcord….è una bella parola…. Foneticamente particolare, di senso aperto e contraddittorio…amare/amaro. E’ una parola piena, che si affaccia al mare, evoca orizzonti e musica. Sa di fado e nebbia. E’ parola di leggerezza, svelando il fanciullino nel dentro di noi. E’ parola di lessico famigliare, per dirla con Natalia Ginzburg.

E’ una parola intima e protettiva: “sono sicura che sono stati quei delinquenti dei suoi compagni” dice la mamma per difendere Titta, che l’aveva fatta grossa. La traduzione in italiano, “mi ricordo”, non ha un pezzetto di quella forza e di quella emozione, di quell’amore.

In senso stretto, nessuna parola è uguale a un’altra. Il dizionario dei sinonimi dovrebbe contenere solo pagine bianche. Ogni parola è un mondo a sé, come una persona, o una città.

La parola è un’impronta digitale; il linguaggio crea relazioni e modifica contesti.

Barack Obama un giorno ha detto: “Non ditemi che le parole non contano…E’ vero che i discorsi non risolvono tutti i problemi, ma è vero anche che se non riusciamo a ispirare il nostro Paese, a convincerlo a credere in qualcosa, non importa quante riforme e policy abbiamo in testa. Non ditemi che le parole non contano”.

Buonasera a tutti voi e benvenuti alla cerimonia del Sigismondo d’Oro.

Benvenuti a Paolo Fabbri e a Marco Missiroli. Due storie e due vite riminesi differenti. Per età e percorsi professionali, due vite incrociate saldamente dalla curiosità e dalla centralità della parola. Le parole, le loro, come necessità, come espressione, visione profonda, come esistenza stessa. La parola sia nella sua interpretazione, sia nella sua ‘manipolazione’ letteraria, poetica, semantica.

In occasioni come queste si possono fare consuntivi. Analisi. In questo saluto di fine anno vorrei proporvi di riflettere di parole.

Di lettere e di parole che finiscono su pagine bianche, su supporti tecnologici, e sociali, e poi in qualche modo ci cambiano e cambiano tutto intorno a noi.

Vorrei riflettere di linguaggi che, come le specie animali e vegetali, si adoperano e si estinguono, perché si consumano.

Riflettere di monaci che mille anni fa proteggevano e trascrivevano libri, lavorando a lume di candela donando all’umanità un Icloud di pergamena per il suo futuro. Vorrei riflettere di persone come Fabbri e Missiroli che con le loro opere, oggi, senza chiudersi in un convento, fanno la stessa, identica cosa dei monaci antichi. Perché le parole contano.

Il Censis segnala che il vocabolo italiano del 2019 è ‘incertezza’. Nel 2018 fu ‘cattiveria’. Nel 2017 ‘rancore’. Non è un semplice esercizio di statistica dizionaria. I tre termini formano un triangolo che è la rappresentazione geometrica dello stato delle cose nel Paese. Secondo il Censis ‘…non stupisce che il 75% dei cittadini non si fidi degli altri, diventati improvvisamente un potenziale nemico…. oggi il 48% degli italiani si dice favorevole all’uomo forte al potere…’.Dopo tre anni in cui le parole dominanti sono state e sono “rancore”, “cattiveria” e “incertezza”, siamo sicuri che odio non sia quella che ci aspetta come dominante? Ci sono parole antidoto sociale dell’odio?

Se siamo arrivati qui la colpa è delle cose, quelle fatte e soprattutto quelle non fatte. Ma anche delle parole, di quelle dette. Sì, perché la responsabilità è anche di parole dette, sentenziate, armate. Anzi, mai come ora la sensazione diffusa è che siano le parole spesso a dare forma alla realtà e ai comportamenti. E non a rappresentarla per come è.

L’algoritmo che sui social media riversa il maggior numero di parole alla velocità maggiore e a più persone contemporaneamente, determina che un Paese intero cominci ad avere paura, ad alzare muri, a diffondere alle comunità pregiudizi, stereotipi umilianti.

Nella rivoluzione industriale più potente della storia, quella tecnologica digitale, il potere, il clima sociale dentro le nazioni e tra nazioni stesse è dato non solo da testate nucleari, ma dal dominio della tecnologia abbinata all’uso e all’abuso di parole.

Il campo di battaglia è qui, sul terreno delle parole. Che lo si voglia o no. E’ poco utile rovistare nello scantinato della nostalgia. Saranno le parole che diremo e che modificheranno ciò che sta intorno ad ognuno di noi a essere metro e giudizio del nostro passaggio in Terra. Dalle parole dipenderanno i fatti di dazi, muri, conflitti oppure ambiente, umanità, solidarietà. Con le parole si scavano confini dell’angoscia o si costruiscono i ponti della speranza. Il movimento dei ragazzi di Fridays For Future, quando nelle piazze di tutto il mondo grida le proprie parole e proposte contro il Global Warming, esattamente come l’Enciclica di Papa Francesco “Laudato sii”, esse, le parole del movimento e dell’Enciclica, portano avanti la salvezza dei ghiacciai del Polo e dell’Amazzonia, ma anche di Venezia o di Rimini con gli interventi di risanamento ambientale del Sistema Idrico e Fognario. Certo, si può essere diversi e pensare differentemente. Ma ha ragione Liliana Segre, che alla marcia dei sindaci a Milano pochi giorni fa, con calma ha sussurrato della sua vita e della vita di tutti noi quando ha detto: “Siamo qui per parlare di amore e non di odio. Lasciamo l’odio agli anonimi della tastiera. Stasera non c’è indifferenza, ma c’è un’atmosfera di festa, cancelliamo tutti le parole odio e indifferenza e abbracciamoci, in una catena umana che trovi empatia e amore nel profondo del nostro essere”.

Amore antidoto dell’odio.

Ho richiamato poco fa la sospesa bellezza del termine ‘Amarcord’. E’ un modo per introdurre Federico Fellini. L’anno che verrà, per Rimini, sarà il suo. I 100 anni dalla nascita, la mostra, il museo internazionale, il nostro modo di evocarne memoria e attualità attraverso la chiave della creatività, dell’immaginazione. Due dei capolavori assoluti della sua cinematografia hanno titoli che letteralmente segnano una dichiarazione d’intenti al mondo: Amarcord, appunto; e 8 ½. Termine dialettale il primo, una frazione numerica il secondo.

Ma prima di tutto, Amarcord e 8 ½ sono la dichiarazione congiunta che al centro dei film, di uno sguardo sull’esistenza, c’è la propria biografia; questo è quello che siamo, this is all we are. Fellini parte dal sé, dai propri desideri, bisogni, timori per cercare poi di scoprire se gli occhi di un altro, di altri, di milioni di persone che vedono i suoi film, guardano nella stessa direzione.

Anche Rimini ha cercato la sua direzione, il suo posto nel mondo. E per farlo ha messo il suo cuore ed è partita dalla sua biografia. La provincia, la capitale della vacanza, le due velocità, le contraddizioni. Ma anche la schiettezza, la libertà, la creatività, il lavoro. All’incrocio tra questo meridiano e quel parallelo, si situa la nostra città. Pochi giorni fa, aprendo la preview della grande mostra dedicata al centenario della nascita di Fellini, abbiamo sottolineato il valore della riconciliazione tra il genio del cinema e questa comunità. Il rapporto non è mai stato lineare, ma al di là delle apparenze scostanti, l’affetto e l’amore erano e sono profondi.

In questi anni ci siamo trovati in un crocevia della storia. Un modello di 70 anni finito, la crisi. E lì nella crisi, gli anniversari della storia che tornavano, i 600 anni di Sigismondo, i 400 della Biblioteca. I 75 anni dalle bombe, i quasi 200 dai primi bagni al mare. I 100 di Fellini. In questo incrocio della storia abbiamo trovato crisi, storia e poi cambiamento e la rivoluzione tecnologica digitale.

Li abbiamo affrontati con le parole progetto e identità.

In generale questi anni post crisi economica sono stati duri, difficili, sofferti per l’Italia, per Rimini. Abbiamo provato in quel crocevia a prendere la strada di un progetto. Di un’idea di città. Non di un elenco di cose da fare. Per noi riminesi questi (anni) seppur con limiti si sono tramutati nel recupero, anzi nella pacificazione, con la nostra storia collettiva e millenaria. Il Teatro, il Fulgor, il Castello, il Museo Fellini, la città Romana, adesso il sopra del Parco del Mare dopo il sotto delle fogne. E’ vero, a Rimini non siamo imbrigliabili e spesso ci mostriamo disincantati, irridenti, dissacranti, pieni di quel “ci vorrebbe ben altro” che non ha portato spesso a molto. Questo è il momento nel quale, invece e finalmente, vogliamo sentirci e dirci riminesi, perché abbiamo deciso di abbracciare il passato per ridarci fiducia e lavoro. E’ il momento di non essere né cinici né irridenti verso noi stessi, perché stiamo recuperando il senso vero di chi siamo stati e chi siamo, lasciandoci alle spalle lo scetticismo.

C’è una differenza rispetto ad ogni sospetto di arrogante orgoglio e di micro sovranismo in salsa locale: vogliamo usare la nostra autobiografia per andare nel mondo, non bearci e fermarci ai confini amministrativi, tra Marano, Ausa, Marecchia e Uso. Come sono andati nel mondo Amarcord o La Dolce Vita, che sono parole conosciute a Torre Pedrera e a Tokio, a New York e Berlino.

Siamo chi siamo non per chiuderci a riccio qui tra noi ma per aprirci. Nella Dolce Vita, l’intellettuale Steiner, prima del suicidio, confida a Marcello ‘Penso a cosa vedranno i miei figli domani, ‘il mondo sarà meraviglioso’ dicono; a da che punto di vista se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto. Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti, bisognerebbe vivere nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato’. Ma è nel finale di 8 ½ che il protagonista, Guido, ribalta ogni prospettiva nichilista, uscendo dalla crisi creativa e personale, comprendendo che il primo passo per la consapevolezza è il rifiutare l’idea stessa di perfezione. “Tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io…io come sono, non come vorrei essere e non mi fa più paura”.

Rimini non è perfetta, ma è libera e in cammino. Rimini è com’è. Non c’è rimpianto di cose che si dovevano fare prima. Perchè è vero che non siamo arrivati, ma abbiamo una direzione. Rimini non brandisce miraggi, insulti e slogan. Una volta per tutte è consapevole che il proprio passato non rappresenti una zavorra per vivere al meglio la modernità. Io credo che ogni città d’Italia- quelle città, quei Comuni italiani che stanno salvando quotidianamente e nel silenzio la natura stessa del nostro essere Nazione- debba avere il proprio perimetro di azione e dunque di visione nell’ambito delle 6 parole delle lezioni americane di Italo Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e concretezza, a cui ne aggiungerei una: visione. Queste parole non sono solo pilastri per la scrittura di un testo letterario ma valgono per un governo di qualsiasi tipo e livello istituzionale.

Parole di antidoto contro l’odio.

Con leggerezza, quindi, con concretezza e esattezza ci accostiamo a un anno, il 2020, nel quale apriremo due nuovi Musei e i primi tratti del sopra – dopo le fogne del sotto – del Parco del Mare. Il PSBO, cioé il Piano del Sistema idrico fognario, vedrà avviarsi alla conclusione nel 2020. Partendo dal 2014, alla fine del prossimo anno saranno circa 10 i chilometri di arenile con scarichi chiusi e depurazione, che saranno liberati dal divieto di balneazione. Sulla SS16 e Via Emilia SS9, noi, Comune, abbiamo fatto tutto: espropri, risorse, progetti esecutivi. Se lo Stato centrale e i suoi enti non ci tradiranno, nei prossimi mesi prenderanno il via i lavori per la realizzazione delle due rotonde SS16/SS San Marino e SS16/ Montescudo oltre a tutti i sottopassi e ai collegamenti ciclabili Covignano,Grotta Rossa, Padulli a cui si aggiungerà l’avvio dei primi lavori per la circonvallazione di S. Giustina.

E’ una gigantesca opera di rigenerazione integrata della città di Rimini ormai in fase avanzatissima di realizzazione, che apre una nuova stagione di sviluppo all’insegna della qualità e di un riacquisito standing internazionale.

E voglio ringraziare il Consiglio Comunale intero per il lavoro svolto e il contributo dato anche da punti di vista diversi. Le aree produttive con la manifestazione di interesse, il nuovo RUE (regolamento Unico dell’Edilizia), sono opportunità oggettive volute nel segno della rendita di impresa e della riconversione ambientale anche nell’ edilizia.

Non tocca certo a noi giudicare il lavoro fatto ma proprio all’inizio di questa settimana la prestigiosa rivista, ormai l’ennesima, la statunitense ‘Forbes’ ha titolato ‘ Il Rinascimento di Rimini’.

Un progetto di città non è un elenco, uno snocciolare di cose fatte che per quanto lungo, avrà sempre buche in strada. Un progetto è LAVORO E SPERANZA. Altre parole che se tradotte in fatti contrastano odio e rancore. E proprio per queste ragioni quindi che non rinunciamo a costruire ‘granai pubblici’ che ci consentiranno, grazie alla conoscenza e all’educazione, di superare lo spirito del tempo, che tira dalla parte contraria alla conoscenza e alla speranza stesse. Da oggi a metà 2021 apriremo in città quattro nuove scuole; sì altre 4! Che andranno esattamente a raddoppiare i nuovi complessi scolastici realizzati dal 2012. Otto in otto anni. Fa meno notizia di un Castello, delle fogne, ma continueremo a investire un terzo del nostro bilancio nella protezione sociale: circa 6 mila sono gli anziani che non lasceremo soli ogni giorno, con azioni integrate; 7 sono i milioni di euro che investiamo a favore delle famiglie e della frequentazione scolastica con il programma ‘Futuro Rimini’(5 mila saranno le famiglie coinvolte). E non ci interessa che nessuno abbia mai fatto un titolo sui media sui 6 milioni di euro messi sullo handicap scolastico; così come l’Emporio Solidale e i 17 senza dimora che hanno trovato sistemazione grazie al progetto ‘Housing First’. Lo stiamo facendo, tutto questo, pensando a chi verrà dopo, qualunque sia la parte politica, con una città che per questo consegneremo finanziariamente in salute avendo dimezzato il debito comunale; passato dai 141 milioni di euro del 2011 ai 75 milioni di euro del 2019. Anche quest’anno, non rinunceremo a combattere e a perseguire l’evasione fiscale e tributaria, una sottrazione scandalosa di beni pubblici ormai derubricata a routine; così come non rinunceremo al futuro dei nostri figli, volendo continuare a investire sul Polo universitario riminese. Con l’Università è chiaro il rilancio con sedi e facoltà e studenti in continuo aumento. Così come non rinunceremo al progetto Romagna Salute, cioè politiche di area vasta in campo sanitario, che uniscono tutte le province. Pensiamo a una Romagna più forte dentro una Regione, forte come si dimostra, che auspichiamo più autonoma e unita. Sì, perché se il campanile di uno Stato o di una città sembra proteggerti, alla fine non ce la farà a sorreggerti. In Romagna, se oggi possiamo guardare al futuro con più fiducia sulla sanità, sull’università, sul turismo lo dobbiamo proprio al lavoro fatto sul superamento dei campanili, sostenuti in questo da un governo regionale, che ha favorito sinergie con forza e risorse. Ci sono difficoltà, certo, ma se hai bisogno del miglior neurochirurgo o cardiologo lo trovi al massimo a quaranta minuti da dove abiti. Così come la migliore università.

Cesare Pavese ha scritto che : ‘‘Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti’.

Le radici, l’identità, l’eredità. Altre parole da utilizzare non per, ma verso l’odio. In un mondo che gira vorticosamente intorno a oceani d’informazioni che ci arrivano in tasca anche in questo esatto momento, avere la bussola del ‘chi siamo, da dove veniamo’, diventa indispensabile nel tumulto dell’oggi.

Se è vero che ‘il futuro è una porta e il passato la chiave per aprirla’ , allora per girare questa chiave bisogna avere la consapevolezza di un prima di noi, bisogna non solo possedere ma sentire di avere un passato.

Per anni, decenni, abbiamo costruito e alimentato un miracolo: la resurrezione di una città distrutta all’80 per cento dalle bombe, diventata capitale della vacanza per decine di milioni di italiani e di stranieri. Siamo questi qui, noi. Dopo la guerra e il dolore, dopo la morte e il sangue, la voglia di ripartire ci ha costretti ad andare per il nuovo viaggio, mettendo poche cose nella valigia. La città era da ritirare su, via via, in fretta; e così in questo viaggio qualcosa ce lo siamo dimenticato e a qualcosa colpevolmente non abbiamo pensato. Anche nei momenti più felici e spensierati, rimaneva però in fondo al cuore un dubbio, una punta di assenza. Non ci saremmo scordati il passato per andare nel futuro? Il mare, che è lì dall’eternità. E la storia che è a Rimini da più di 2000 anni. Adesso abbiamo deciso di fare un altro viaggio! E nella valigia abbiamo messo tutto. La nostra storia, le nostre radici e una visione: il mare e il sottosuolo, teatri e piazze, Sigismondo e Fellini, Tiberio , Poletti e Verdi. Con un po’ di scuole, università, sanità, infrastrutture. Ancora da consolidare, ad esempio come il Metromare alla Fiera. Adesso siamo pronti, non solo a ripartire, ma a stare, ritrovando noi stessi, nel mondo.

Non faremo mai proclami euforici. Dicevamo che non siamo perfetti e per questo non possiamo sederci. Ma ci fa piacere se qualcuno dice che Rimini è una delle città che stanno letteralmente tenendo a galla questo Paese. Nella pressoché totale indifferenza del sistema politico nazionale. Ci fa piacere. Perché noi Sindaci, noi Comuni italiani, siamo abituati a fare i conti con una coperta che è sempre troppo corta, con i fondi che non bastano mai, con le persone che ti si avvicinano e a cui devi dire dei ‘no’ che non dipendono da noi. Noi sindaci, purtroppo, ci siamo abituati a dire i no, perché noi le bugie non le sappiamo e non le possiamo dire. Non abbiamo altra scelta ma sappiamo bene che ognuno di questi no, di questi dinieghi per noi, è un tradimento. Ogni volta che diciamo no alla sacrosante richieste di un cittadino o di una impresa noi di fatto stiamo tradendo quel giuramento sulla Costituzione, che facciamo il giorno dell’insediamento. Di qui nasce il mio, il nostro senso di scoramento e di delusione personale, ancor peggiore quando ti rendi conto che la stessa responsabilità che tu metti non è la stessa di altri livelli istituzionali che sui Comuni scaricano propri compiti e ogni tipo di responsabilità in un coacervo di contraddizioni anche normative che ti espongono a tutto e bloccano anche la miglior volontà.

Sono i Comuni, oggi, la speranza dell’Italia, pezzi dell’Europa migliore in uno Stato affannato e quasi paralizzato dalla paura.

Il nostro ringraziamento va al Presidente Sergio Mattarella, che ce lo ha ricordato anche in quella straordinaria giornata di Agosto a Rimini sulle note del Maestro Muti, che ha voluto insignire il Comune con l’alta onorificenza della medaglia del Presidente della Repubblica per il progetto Fellini.

Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…’ è il finale de ‘La Voce della Luna’, ultimo film di Federico Fellini. Ecco allora le parole e il loro senso. Dopo quelle di amore su l’odio anche quelle del silenzio, allora. Qui accanto a me Paolo Fabbri e Marco Missiroli. Gli eredi dei monaci, che hanno tramandato conoscenza; i muratori di granai pubblici di quelle cose chiamate libri. Che vanno più lenti dei tanti smartphone. Ma che, come ricorda Fabbri parlando di Eco, se fai cadere giù dal punto più alto della città come il grattacielo, a differenza degli smartphone che si sbriciolano, beh i libri non vanno in pezzi e rimangono con tutte le parole dentro.

Lascio la parola ai nostri Sigismondo d’Oro. Ringrazio Paolo Fabbri, semiologo e intellettuale dalla curiosità senza fine, una bussola per il mondo accademico internazionale da oltre 50 anni. Ringrazio Marco Missiroli, un’altra generazione ma anche lui dentro al mondo con le sue opere che danno parola e voce alle incertezze e ai sentimenti contemporanei.

Consentitemi di aggiungere un sincero ringraziamento alla comunità riminese, a tutti voi, i cittadini, le imprese, le associazioni, le parti sociali ed economiche, le autorità civili e religiose, le forze dell’ordine per il lavoro e l’impegno, investiti nel 2019 a favore della collettività. A tutti i dipendenti del Comune. Un pensiero affettuoso va anche a chi ci ha lasciato e verso tutti coloro che, senza riflettori addosso, fanno quotidianamente cose grandi e per la comunità riminese intera.

Qualcuno dice oggi, per essere nello spirito dei tempi, bisogna parlare alla pancia. Io penso che per rispondere ai bisogni e alle paure ci vuole testa. Senza dimenticare mai che persino anatomicamente tra pancia e testa, c’é il cuore. Il cuore, allora! Che bisogna mettere nelle cose che si fanno. E’ “mettere il cuore”, in fondo, la questione. Quello ad esempio di quella Rimini solidale e sussidiaria che anche oggi, domani e nei giorni di festa, sa che per qualcuno la festa non c’è e gli tende una mano. Persino indipendentemente da quale che sia la sua provenienza.

Amarcord….. Rimini. Amarcord, che parola bella! Qui è il cuore che si è messo dentro lui stesso alla parola Amarcord. Una parola, Amarcord, di cui non puoi non amare il grembo da cui viene: Rimini. Rimini sì, Amarcord viene da Rimini. Rimini che in fondo è la nostra famiglia più grande a cui lavoriamo per dare amore e speranza.

Grazie e buone feste.

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