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‘Sapersi e sentirsi amati’. Il messaggio del vescovo ai giovani per la GMG

ApprofondimentiRimini

31 marzo 2010, 16:46

in foto: "Sapersi e sentirsi amati" è il titolo dell'intervento che il vescovo di Rimini, monsignor Francesco Lambiasi, ha rivolto ai ragazzi riminesi nella Celebrazione della Giornata della Gioventù il 27 marzo.

SAPERSI E SENTIRSI AMATI

Lettera del Vescovo ai Giovani sulla felicità
Giornata Mondiale Diocesana della Gioventù
Rimini, Basilica Cattedrale – 27 marzo 2010

Cari amici,

qualche giorno fa mi è capitato di leggere un’intervista ad uno scienziato. Faremo la stessa fine dei dinosauri? domanda il giornalista. Forse sì, ma possiamo stare sereni: se succederà, non sarà prima di cento milioni di anni. E nel frattempo? Niente panico. Bastano due misure precauzionali per aumentare le possibilità di una vita lunga e sana: smettere di fumare e allacciare le cinture di sicurezza.

Ma una vita lunga e sana non ci basta. Io, tu, tutti vogliamo una vita felice. Quel giovane ricco di cui parla il vangelo e che al Signore chiedeva la formuletta per guadagnarsi nientemeno che “la vita eterna”, una felicità intatta e sconfinata, alla fine se ne andò via triste. Tristezza: è ciò che fa più orrore a voi giovani, tanto che per evitarla siete disposti a qualsiasi acrobazia. E allora come si fa a non fare la fine del giovane ricco e infelice?

La felicità è un’illusione?

Il tempo scorre, tutto cambia. Tranne una cosa: costi quel che costi, da quando è comparso sulla faccia della terra, l’homo sapiens è abitato da un sogno che non si spegne più. E’ il sogno della felicità, e anche quando crediamo che non sia né verosimile né realizzabile, vogliamo però con tutte le forze che lo sia. Nell’antichità, la felicità consisteva nella conoscenza di sé, nel dominio degli istinti, nel fatto di non sentire bisogno di nulla. Alcuni, come molti di noi anche oggi, la identificavano nel benessere psico-fisico. Ma sono talmente tante le difficoltà per raggiungere la felicità, che viene da chiedersi se non sia un’illusione o uno stato d’animo così effimero e fragile da consumarsi inesorabilmente in un attimo, lasciandoci nella malinconia e in un amaro rimpianto. L’umanità, però, non si è mai rassegnata all’idea che la vita sia una cinica, crudele presa in giro, e che il dolore rappresenti una cieca fatalità a cui sottrarsi è impossibile, e ribellarsi inutile.

Essere felici si deve

Può un desiderio diventare un diritto? La felicità sì. La costituzione americana da più di due secoli continua a proclamare tra i diritti fondamentali dell’individuo anche quello della felicità. Oggi assistiamo a un fenomeno nuovo: quel diritto è diventato un dovere. Viviamo nella società del must: essere felici si deve. Non è una opportunità: è un obbligo. La felicità è tutta nelle tue mani. E se fai flop, è colpa tua.

Ma dove abita questa felicità tanto sognata e agognata? Abita in… via del Successo. La ricetta è in questo spot: “se sei bravo, avrai successo; se avrai successo, sarai felice”. E in nome del successo si impone a ciascun individuo un obiettivo praticamente irraggiungibile: il massimo di riuscita in tutti i campi: vita professionale e familiare, affari e amore. Non è più permesso farne a meno. I deboli e i fragili, i feriti dalla vita sono solo da compiangere. La paura più grande è non essere “nessuno”, non emergere, non avere tutto sotto controllo e non poter accedere a tutte le possibilità che la vita ti offre.

Le domande qui si fanno fitte: ma è proprio vero che chi è bravo, ha successo? Quanti sono bravi e non hanno successo o hanno successo e non sono bravi?! Ma è proprio vero che chi ha successo, è felice? E se poi il miraggio del successo si trasformasse in incubo e si finisse nello “stress da felicità” o si andasse in depressione? Sulla strada del successo bisogna correre, competere, combattere: e chi resta indietro? E chi penserà a consolare i drop-out? Visto che sulla punta della piramide c’è posto per uno solo, qual è il peso sostenibile per arrivare fin lassù e per rimanerci il più a lungo possibile? I candidati al successo devono disporre di un minimo di equipaggiamento: soldi, talento, fortuna. Ma qual è il minimo indispensabile e quale il massimo necessario per riuscire? E se poi si cade e crolla tutto, senza possibilità di “ripescaggio”? Davvero conta solo il risultato?

Dimmi a che tipo di felicità pensi

Ma la domanda di fondo è un’altra. Di che cosa stiamo parlando? Che idea abbiamo di “felicità”?

Per tanta gente oggi la felicità porta un nome magico: emozione. Qualcuno dice che la nostra è una società… “emo-cratica”, perché fondata sulle emozioni forti, le sensazioni hard: sport rischiosi, traversate oceaniche in barche a vela, salti nel vuoto garantiti da una corda elastica, campi di sopravvivenza… Come se l’essere umano esistesse solo grazie a ciò che “sente”. Forse si dovrebbe cambiare lo slogan di Cartesio: non più “Penso, dunque sono”, ma “Sento, dunque sono”. L’assuefazione alle emozioni già provate porta a far alzare la colonnina del nostro barometro emotivo: più droga, e droga sempre più forte; drink sempre più eccitanti, spettacoli sempre più spinti… C’è un tetto alla escalation emotiva?

L’interrogativo è a monte: visto che prima o poi nella corsa della vita si va a sbattere contro la barriera della sofferenza, come la mettiamo con il “dovere della felicità”? Per quanto non si riconosca alcun diritto di cittadinanza al dolore, c’è qualche homo sapiens esonerato dal fare i conti con il peso della vita, con i dispiaceri che l’accompagnano, con i fallimenti, gli infortuni, gli imprevisti, i contrattempi, in una parola con la miseria umana?

Se la felicità fosse solo l’assenza di preoccupazioni o di dolore, allora saremmo davvero degli illusi. Se si limitasse alle vibrazioni dei nostri sensi, all’appagamento del desiderio, risulteremmo dei condannati a una frustrazione continua. Torna dunque il domandone: cosa cerchiamo davvero quando aspiriamo alla felicità? È un approdo possibile anche in mezzo – e non nonostante – le difficoltà della vita? E qual è la via da seguire perché l’albero della felicità metta stabili radici in noi?

Fatto uomo per la nostra felicità

A giudicare dalle numerose volte in cui Gesù, nei vangeli, allude alla felicità, dovremmo considerare questi libretti delle autentiche mappe per la caccia al tesoro della felicità. Dalla prima all’ultima pagina: dal “Rallègrati!” dell’angelo Gabriele alla Vergine Maria, fino alla “grande gioia” che esplode negli apostoli al vedere il Risorto. Dopo aver disegnato tutto il suo insegnamento sulle note della vera beatitudine, anche alla vigilia della prova più dura, poco prima del suo arresto, il Maestro non ha dubbi: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”. La nostra felicità sembra addirittura il motivo della sua venuta nel mondo: “…perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Al giovane ricco, in cerca della felicità eterna, Gesù indica la strada da percorrere. Ma soprattutto gli chiede di farla insieme a lui: “Vieni e seguimi”. Commenta il teologo Von Balthasar: “Solo chi è sicuro di poter rendere felici, può parlare così”.

Cos’ha, dunque, da dire la fede cristiana sulla questione-felicità? Un semplicissimo annuncio, che il vescovo don Tonino Bello riassumeva così: “Noi siamo fatti per essere felici. La gioia è la nostra vocazione. È l’unico progetto, dai nettissimi contorni, che Dio ha disegnato per l’uomo”.

Esisto, dunque sono… amato

Dio è amante della vita dei suoi figli, se no non li avrebbe creati. Ogni uomo è l’amato-gratuitamente-da-Dio. Gratuitamente: non c’è alcuna dietrologia da decifrare. Non c’è nulla dietro l’amore di Dio: nessun bisogno in lui che ne determini il sorgere. Non c’è nulla davanti a Dio: nessun interesse in lui che ne provochi l’iniziativa, nessun merito nell’uomo che ne solleciti la risposta. Dio non ti ama perché ha bisogno di te; ma ha bisogno di te perché ti ama. Insomma siamo amati e basta: prima di ogni nostro presunto merito, prima di ogni nostra possibile invocazione. Amàti e basta, perché Dio è solo Amore, che ama a fondo perduto, senza alcun tornaconto: ama non per avere qualcosa da ricevere, ma per godere la possibilità di dare tutto quello che è, per provare la gioia di regalare tutto quello che ha. Basterebbe prendere coscienza fino in fondo di questo per allontanare per sempre ogni residuo di timore e angoscia.

A questo punto s’impone la domanda: se Dio ci ha amati così, noi che cosa dobbiamo fare? Verrebbe da dire: dobbiamo riamarlo! L’evangelista Giovanni invece tira un’altra conclusione: “Se Dio ci ha amati, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri”. Ma lo stesso apostolo ci ricorda che, prima ancora di questo e proprio per questo, dobbiamo “credere all’amore che Dio ha per noi”. Prima delle opere della fede, viene l’opera che è la stessa fede: “questa è l’opera di Dio: credere in colui che egli ha mandato”. Se non si crede di essere stati già amati da Dio, non è possibile riamare Dio.

Ma noi ci crediamo veramente – senza alcuna riserva mentale – che Dio ci ha già amati e ci ama ancora e ci amerà sempre? Se lo credessimo davvero! E’ più facile credere in un Dio lontano, da temere e da tenere a “rispettosa” distanza, anche per poter poi dire: “Ti ho servito a dovere”. Ma davanti all’Amore, chi può dire: “Ti ho amato abbastanza”? E’ più facile sforzarsi, o illudersi, di amare che credere di essere amati e lasciarsi amare da Dio. Eppure il segreto della felicità è proprio qui. Tutto il resto viene dopo.

La verità rende liberi. E felici

Nel vangelo troviamo la gioia perché troviamo la libertà. La libertà dalla paura, dalla disperazione, dall’egoismo. La libertà di farsi dono. L’illusione egoistica è inesorabile: per essere felici più degli altri, devo arrivare prima degli altri, ma per arrivare prima, devo lottare contro gli altri. In realtà più pensiamo a noi stessi, più siamo tristi; più abbiamo e più vogliamo; più facciamo per noi, più abbiamo sete di qualcosa di più. Ma non si è felici con qualcosa, ma con qualcuno. La felicità non è avere, ma amare e sentirsi amati. Non è una cosa, è una relazione. Non possiamo dimenticare la testimonianza di Madre Teresa di Calcutta: “La gioia è amore, la gioia è preghiera, la gioia è forza. Dio ama chi dona con gioia; se tu dai con gioia, dai sempre di più. Un cuore allegro è il risultato di un cuore ardente d’amore, le opere d’amore sono sempre opere di gioia. Non abbiamo bisogno di cercare la felicità: se possediamo l’amore per gli altri, ci verrà data. È il dono di Dio”.

Resta però la minaccia più potente contro la gioia: il dolore. Come può il cristianesimo accreditarsi come la religione della gioia quando al suo centro è piantata una croce? In verità è proprio la croce la prova del nove che il nostro Dio è “amante della vita” e “non turba mai la gioia dei suoi figli se non per prepararne una più certa e più grande”. La croce infatti sta a dire fino a che punto il Padre di Gesù si è compromesso con il nostro dolore: fino al punto da darci il suo bene più caro, la vita di suo Figlio. E questo Figlio è venuto in mezzo a noi non per tenerci un corso di filosofia sulla sofferenza, ma per fare della sofferenza il percorso dell’amore. Cristo in croce ci dice che Dio non sempre ci libera dal male, ma ci libera sempre nel male. E quando non può esaudire i nostri desideri, non manca mai di realizzare le sue promesse.

Essere felici si può

Una splendida testimonianza di come ciò sia possibile è quella offerta da Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese che morì ad Auschwitz nel 1943. In mezzo alla crescente tragedia, non manca di annotare nel Diario: “Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra”. E ancora: “Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”.

Siamo lontanissimi dal credere ai paradisi terrestri propagandati e costruiti su misura per l’homo tecnologicus del terzo millennio. Eppure, anche senza dimenticare la smisurata differenza qualitativa tra la vita presente e quella futura, siamo convinti che la gioia, per il cristiano, non si colloca solo oltre il dolore, oltre questa “valle di lacrime”, ma è possibile già quaggiù, quando tutto, compresa la sofferenza, viene vissuto nella fede e nell’abbandono all’amore invincibile di Dio e nella condivisione del dolore di quanti soffrono più di noi.

La speranza cristiana è molto più che desiderare una immensa felicità, collocata in un “oltre” indefinito. Sperare è attendere con illimitata fiducia qualcosa che non comprendiamo appieno, ma che ci viene partecipata da parte di Colui del quale abbiamo conosciuto l’amore. Noi cristiani crediamo che soltanto l’oceano divino sia abbastanza grande da colmare la nostra sete d’amore e da saziarla ben al di là delle nostre attese e dei nostri sogni.

Il cielo è già iniziato. Se Dio è con noi, la felicità di Dio è già in mezzo a noi.

E la Pasqua?

Perché prima della Pasqua c’è il venerdì santo? Solo quando vedremo davvero che cosa è l’amore di Dio, capiremo che esiste una “felicità che integra la sofferenza”, una felicità che porta in seno la sofferenza per trasformarla in vita, attraverso l’amore.

Del resto, cosa avremmo detto noi se Cristo fosse sceso sano e salvo dalla croce? Avremmo detto: Ecco sembrava come noi, ma aveva una uscita di sicurezza. Come potremmo fidarci di un Dio fatto così? Ma se non fosse risorto, avremmo detto: Ecco, neanche lui è riuscito a superare la barriera della morte: Come può sconfiggere la nostra morte, se non è riuscito a sconfiggere la sua? Come può allora farci felici per sempre?

Questo è il regalo di Pasqua: è l’amore ricevuto e donato. E’ l’amore condiviso con quanti ne soffrono la mancanza più di noi.

Ed è una Pasqua così che vi auguro di cuore

+Francesco Lambiasi

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