lunedì 14 ottobre 2019
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In foto: Un censimento avviato dal Servizio diocesano per la cultura PUÒ OSPITARE in media 100 persone, è utilizzata in prevalenza per scopi parrocchiali e senza un progetto deÞnito, anche se non mancano le iniziative originali e meritevoli. L’identikit delle sale di comunità come emerge dal sommario censimento avviato dal Servizio diocesano per la cultura, mostra una realtà diffusa capillarmente in diocesi e in qualche caso ricca di storia.
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sab 19 mag 2001 11:00 ~ ultimo agg. 00:00
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È il caso delle sale cinematograÞche, il Moderno di Savignano, il Tiberio a Rimini e l’Africa a Riccione, tre sale che – grazie al traino del grande schermo – hanno costruito negli anni proposte articolate, dando spazio a teatro (in particolare, il Moderno), corsi e incontri. Se la Chiesa deve diffondere il proprio messaggio con i linguaggi odierni della comunicazione e cercare nuove forme di dialogo con la società civile, la sala della comunità è supporto prezioso per sviluppare questi molteplici percorsi. Perché la sala della comunità non è solo uno spazio fisico ma soprattutto un’attitudine della comunità cristiana a diffondere il vangelo. Un obiettivo da raggiungere sulla scorta di quanto ha detto Giovanni Paolo II.
“Auspico che la sala della comunità diventi per tutte le parrocchie il complemento del tempio – sono le parole del Papa – il luogo e lo spazio per il primo approccio degli uomini al mistero della Chiesa e, per la riflessione dei fedeli già maturi, una sorta di catechesi che parta dalle vicende umane e si incarni nelle gioie e nelle speranze, nelle pene e nelle angosce degli uomini di oggi” concludeva il ponteÞce citando la Gaudium et Spes.

In principio erano i cinema con le se die di legno e i titoli “giusti”, oggi le sale di comunità dovrebbero aprirsi all’incontro e al dialogo, diventando spazi di cultura e di impegno per un’azione sapiente di recupero culturale e di evangelizzazione. “Prima ancora di un luogo Þsico, la sala è una mentalità”. Don Gigi Di Libero, parroco salesiano di S. Maria Ausiliatrice già al lavoro con l’UfÞcio Comunicazioni Sociali della Cei, ne è convinto: “la sala deve superare una concezione puramente strumentale, che pure è stata valida: dove vanno i giovani alla domenica? portiamoli davanti al grande schermo. Il suo compito è ben più importante”. Nuova nel nome e negli intenti, la sala della comunità è al centro dell’attenzione del Servizio culturale. Che ha già incontrato due volte i responsabili delle sale, avviato il monitoraggio sul territorio e soprattutto incoraggia a guardare al futuro. Per esempio, aprendo le sale (anche piccole) al dialogo non solo tra i praticanti. Oppure aprire alla musica, laddove è possibile, ben sapendo che i costi nella direzione delle sette note sono alti. Più facile, forse, è sostenere la vocazione teatrale coltivata da tante parrocchie. “Magari, ospitando le compagnie con spettacoli validi nei teatri sparsi per la Diocesi” è l’auspicio del vicario generale, don Aldo Amati. Il censimento delle compagnie parrocchiali e delle esperienze teatrali di area cattolica (per info. 0541/780666, e-mail:
redazione@ilponte.com
) è il punto di partenza per avviare un vero e proprio circuito. Una rampa di lancio per guardare al futuro della sala con rinnovato coraggio.

Paolo Guiducci

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