13 novembre 2018

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Messa per la scuola. Il vescovo: un ponte da manutenere con cura

in foto: la messa in Basilica Cattedrale

E’ stata celebrata nel pomeriggio di ieri in Basilica Cattedrale dal vescovo Lambiasi la messa di inizio anno scolastico, promossa dalla consulta diocesana per la pastorale scolastica. Ai Dirigenti, Insegnanti e personale presenti alla celebrazione il vescovo ha augurato “Buona Strada“. “Il tempo dell’educazione – ha detto con forza – non è finito. E che informare non basta; occorre formare. Occorre generare senso. Il che sarà concretamente possibile se noi adulti saremo veramente tali”.  Citando Alessandro D’Avenia monsignor Lambiasi ha rivolto un invito agli adulti: “Proprio perché ragazzi, adolescenti e giovani non sanno ancora farsi carico della vita, è a te, adulto, che chiedono di provarci, per poter scoprire che crescere e maturare è un’avventura, e non una colpa da espiare“. E da ultimo il richiamo al crollo del ponte Morandi, lo sgomento, le domande e la tragica consapevolezza che qualcuno doveva pensarci prima: “Anche la scuola è un ponte che, ogni giorno, trasporta quasi 9 milioni di vite da un destino a una destinazione. Proprio tu, sorella, fratello, amico, sei chiamato alla manutenzione ordinaria e straordinaria del ponte.

Permettetemi infine – ha detto il vescovo – una parola di incoraggiamento. Non temete. Abbiate fiducia. L’io del ragazzo viene alla luce solo se l’io dell’adulto lo concepisce e lo genera. Ma non per questo l’adulto si perde, anzi si rigenera, come accade ai tessuti di una madre in dolce attesa. Non aveva detto rabbi Jeshù che chi perde la propria vita la ritrova? Fatemi depositare nel vostro cuore il ‘succo’ di chi, come il sottoscritto, ha insegnato per tanti anni. Insegnare è una delle migliori cure contro la tristezza. E anche contro l’invecchiamento. Ora datemi la gioia di augurarvi con il saluto Scout: “Buona strada!”

Di seguito l’omelia sul vangelo di Luca 12,49-50.54-57

Carissimi tutti,

permettetemi una breve premessa. Il brano di vangelo che ci è stato appena proclamato è il prodotto di una operazione ‘taglia-incolla’, che ho pensato di eseguire perché il messaggio che la Parola di Dio indirizza a questa assemblea risultasse pienamente accessibile a tutti noi qui radunati. Si tratta del testo del vangelo di oggi, ma scorciato e integrato con una parte del vangelo di domani. Così ritagliato e ricucito, il brano che il diacono poco fa ci ha annunciato fa spiovere due potenti fasci di luce sulla missione della scuola e nella scuola.

1. Il primo fascio di luce illumina Gesù come maestro. Gesù non è semplicemente una ‘testa di serie’ nella lista dei grandi maestri dell’umanità. Ma è davvero un maestro ‘fuori-serie’, un vero ‘maestro di fuoco’, perché venuto in mezzo a noi a portare il fuoco del Cielo sulla terra. Gesù di Nazaret non è come Prometeo, il leggendario eroe della mitologia greca che avrebbe dato la scalata all’Olimpo, e dopo aver rubato il fuoco agli dei e averlo portato sulla terra, avrebbe così acceso la catena dell’eterno progresso. Perciò Marx lo aveva ‘canonizzato’ come il primo beato nel calendario dei santi atei. La differenza tra Prometeo e Gesù non è solo quella che corre tra un personaggio mitologico (Prometeo) e uno storico (Gesù). La differenza sta nel fatto che Gesù ci ha realmente portato il fuoco dell’amore di Dio – lo Spirito Santo – e così ha infiammato il mondo, a cominciare dai suoi discepoli e dalla sua e nostra Chiesa. Pertanto comprendiamo perché nel vangelo apocrifo, detto di Tommaso, si legge una sentenza attribuita a Gesù: “Chi si avvicina a me, si avvicina al fuoco”.

La differenza sta anche nel fatto che il giovane maestro di Nazaret percorreva le polverose strade della Galilea, ma non insegnava come gli scribi che si accanivano nell’appioppare noiose e fastidiose tiritere sulla legge di Mosè e sulle tradizioni umane. Alla scuola di Gesù il libro di testo era lui, lui stesso, lui in persona. Gesù non rifilava ai suoi discepoli un imparaticcio di leggi e leggine: “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…”. Gesù, inoltre, non ha mai proposto astratte e astruse teorie. Né ha mai ‘venduto fumo’ con gli abbaglianti miraggi di chimeriche utopie. Né ha mai favorito le gelide nebbie di cervellotiche ideologie. Così, alla sua scuola i discepoli imparavano a camminare dietro al Maestro e a diventare fratelli: “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli” (Mt 23,8). Questa era la disciplina che vigeva nella sua comunità: se ‘disciplina’ è parola che viene da ‘discepolo’, i Dodici alla scuola di Gesù imparavano a diventare seguaci, a diventare uomini forti e liberi. Liberi dalla sete di potere, dalla brama di possedere, dai miraggi dell’apparire. Liberi dalla paura e dall’angoscia, dal legalismo e dal formalismo religioso. Liberi per diventare figli dello stesso Padre e fratelli con Gesù e tra di loro. “Chi vuol essere il primo, chi vuole diventare grande, si metta a servizio di tutti” (Mc 10,43s).

Capiamo allora perché un autore cristiano del II secolo (Clemente Alessandrino) attribuì al Maestro di Nazaret il titolo di ‘pedagogo’: è Lui il maestro e l’educatore dell’umanità in cammino, il pastore e la guida le cui orme conducono al cielo.

2. Il secondo fascio di luce che piove dal vangelo odierno illumina tutti voi adulti, in particolare dirigenti e insegnanti, che operate nella scuola. E’ il messaggio dei cosiddetti “segni dei tempi”. Abbiamo ascoltato: “Ipocriti! Siete capaci di scrutare l’aspetto del cielo e della terra; come mai non sapete discernere quel che accade in questo tempo?”.

Il primo discernimento da operare riguarda il cambiamento in corso nel nostro tempo. Il Papa ha ripetutamente affermato che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca”. Con queste parole papa Francesco continua ad attirare l’attenzione di tutti sulle rapide. radicali trasformazioni del nostro mondo e della nostra società. Per il mondo della scuola ciò significa fare i conti con esigenze, rischi e modelli diversi da quelli cui si era abituati fino a un passato anche recente. Pensiamo alla tendenza a restringere il bene all’utile, la verità a razionalità empirica, la bellezza a godimento effimero. Pensiamo agli stereotipi ricorrenti: “A me mi pare”, con cui si riduce la verità all’opinione. “A me mi va”, con cui si limita la libertà alla voglia. “A me mi piace”, con cui si fa coincidere la felicità con il piacere fugace. Pensiamo agli slogan pubblicitari: “Se sarai bravo, avrai successo. Se avrai successo, sarai felice”.

Ma occorre anche leggere in profondità la sete che brucia nel cuore di ogni ragazzo o giovane in modo che anche questa generazione “possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura”. Perché la speranza sia sempre un passo avanti rispetto alla paura, in modo da dare peso e senso alla vita e potere così intercettare la risposta umana al nulla: “Ove tende questo vagar mio breve? E io che sono?”: domande che ci percuotono con le parole di Leopardi (GS 4).

Questo ci porta a concludere che il tempo dell’educazione non è finito. E che informare non basta; occorre formare. Occorre generare senso. Il che sarà concretamente possibile se noi adulti saremo veramente tali. Essere adulti è questo: “finita l’iniziazione alla vita, riuscire a portarne il peso, come un padre solleva suo figlio perché colga i frutti sui rami a cui neanche lui arriva” (A. D’Avenia). Proprio perché ragazzi, adolescenti e giovani non sanno ancora farsi carico della vita, è a te, adulto, che chiedono di provarci, per poter scoprire che crescere e maturare è un’avventura, e non una colpa da espiare.

Il 14 agosto scorso alle ore 11,56 crollava a Genova il ponte Morandi. E subito ai nostri cuori smarriti si affollavano i ‘perché’ con cui la mente umana cerca di strappare un senso alle catastrofi. Ben presto siamo tutti arrivati alla conclusione, piuttosto frequente nel nostro Paese: bisognava pensarci prima. Anche la scuola è un ponte che, ogni giorno, trasporta quasi 9 milioni di vite da un destino a una destinazione. Proprio tu, sorella, fratello, amico, sei chiamato alla manutenzione ordinaria e straordinaria del ponte.

Permettetemi infine una parola di incoraggiamento. Non temete. Abbiate fiducia. L’io del ragazzo viene alla luce solo se l’io dell’adulto lo concepisce e lo genera. Ma non per questo l’adulto si perde, anzi si rigenera, come accade ai tessuti di una madre in dolce attesa. Non aveva detto rabbi Jeshù che chi perde la propria vita la ritrova? Fatemi depositare nel vostro cuore il ‘succo’ di chi, come il sottoscritto, ha insegnato per tanti anni. Insegnare è una delle migliori cure contro la tristezza. E anche contro l’invecchiamento.

Ora datemi la gioia di augurarvi con il saluto Scout: “Buona strada!”

Simona Mulazzani

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