giovedì 13 dicembre 2018
In foto: Per poter sedere al tavolo dei potenti l'Italia scende in guerra. Non è più un appoggio logistico, strategico, morale o politico, ma un vero e proprio intervento, con la possibilità, non remota, che "i nostri ragazzi" vadano a combattere contro un nemico che si tarda a vincere, perché sempre più invisibile e impalpabile. Certo, ci si è trovati tutti d'accordo con il diritto degli Stati Uniti di agire in propria difesa, in risposta al brutale attacco subito. Ma riconoscere il diritto alla reazione non comporta in nessun modo l'approvazione di un uso illimitato della forza. Occorre agire efficacemente, ma in un quadro di vincoli morali e legali, valutando con attenzione le conseguenze di certe operazioni. Una "crociata" come quella messa in moto oltre che essere dubbia nell'efficacia, appare sempre più ricca di incognite. Mentre gli interventisti ricordano Cavour e la guerra di Crimea, i vecchi pensano con preoccupazione all'entrata in guerra dell'Italia nell'ultimo conflitto, quando la superpotenza tedesca pareva dover risolvere con una "blitzkrieg" i suoi interessi. Per poter far parte del gruppo vincente il nostro paese metteva a disposizione le baionette della prima guerra mondiale.
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dom 9 dic 2001 23:42 ~ ultimo agg. 00:00
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L’Italia da sempre, fra i paesi occidentali, la più vicina agli interessi arabi, invece che usare della sua diplomazia e del lavoro di intelligence, vere e naturali armi di lotta al terrorismo, si sta infognando in un conflitto, sul quale gli stessi americani iniziano a mostrarsi dubbiosi, come risulta dalle rassegne stampa straniere.

La guerra a Bin Laden e al terrorismo globale (sempre più appare certo che l’attacco al carbonchio sia affare interno agli Stati Uniti) si vince risolvendo la questione palestinese, quella irakena, ma soprattutto favorendo un nuovo ordine mondiale, maggiormente fondato sulla giustizia e l’uguaglianza. Perché se questa situazione ci insegna qualcosa è che i conflitti, da oggi in poi, non saranno più regionali, ma mondiali. Nessuno potrà più chiamarsi fuori e dire “a me non mi tocca”. E proprio perché “ci tocca” da questo numero Il Ponte pubblicherà una serie di autorevoli interventi che ci aiuteranno in una riflessione sul conflitto in atto. Per maturare un giudizio personale ed autonomo.

Giovanni Tonelli

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