Abbandono dello sport: per combatterlo, sportiva tutta la famiglia

20 settembre 2016, 08:00

in foto: L'abbandono dello sport intrapreso riguarda molti bambini riminesi

Serve una famiglia sportiva per combattere il “drop out“. Studi effettuati dalla Facoltà di Scienze Motorie di Rimini hanno evidenziato che i bambini riminesi abbandonano lo sport a soli 11 anni-11 anni e mezzo. Nel modenese e nel reggiano il “drop out” (l’abbandono delle attività) è posticipato di tre anni rispetto alla Riviera, assestandosi tra i 14 anni e i 14 anni e mezzo. Un dato che fa riflettere sul diverso modo di vivere lo sport degli adolescenti riminesi rispetto ai pari età emiliani.

Fra i principali motivi di abbandono, a livello nazionale, vengono indicati l’eccessivo impegno richiesto dallo studio (56,5%) e la “noia” nello svolgimento dell’attività sportiva e nel rapporto con allenatori e compagni (65,4%). Ma anche la disillusione derivante dalla presa di coscienza di non essere destinato a diventare un campione.

Come combattere il “drop out”?

“Occorre un lavoro sociale importante in aiuto alle associazioni sportive per penetrare maggiormente nel tessuto sociale, interessando i bambini ad attività diverse e facendoli gioire di un risultato – attacca Nicola Guastamacchia, direttore di Garden Sporting Center e Steven Sporting Club -. I bambini fanno sport perché vogliono vincere, avere gratificazioni. Una volta in tutti i parchi della città vedevi i bambini che facevano attività sportiva. Adesso questo succede molto meno, i bambini sono tutti social. Qui a Rimini hanno poi stimoli e interessi differenti per gestire il tempo libero. Dobbiamo pensare a questi bambini che hanno un’esperienza motoria differente rispetto a quella dei bambini di tanti anni fa. Altrimenti poi è inutile lamentarsi se hanno problematiche fisiche e sociali (non imparano, per esempio, a combattere il più forte e a comprendere il più debole)”.

Alle società sportive viene da sempre affidata anche una funzione educativa. Nel mondo moderno questa tendenza è ancora più accentuata. “I genitori sono molto presi dal lavoro e affidano i bambini alle società sportive – continua Guastamacchia -. In questo c’è un aspetto sociale importante. Finché un bambino pratica attività sportiva non si avvicina a droghe e alcol, difficilmente cadrà in questi meccanismi”.

Ma il modello di riferimento per i più giovani rimangono i loro genitori.

“Non c’è esempio migliore di quello dei genitori – è sempre Guastamacchia a parlare – perché i figli vedono nel padre e nella madre la rotta. Se sei un genitore sportivo difficilmente tuo figlio non sarà a sua volta uno sportivo. Ci vogliono meno parole e più fatti. Bisogna portare il bambino a fare una passeggiata nel parco, a giocare a beach tennis o a nuotare insieme. I genitori devono investire un po’ della propria vita nel praticare attività sportiva con i figli. Posso garantire che sarà questo il migliore “investimento”, perché lo sport ti forma alla vita e quando si presenteranno delle difficoltà sarà più facile per il giovane affrontarle se ha già dovuto gestire problematiche nello sport”.

I dati Istat sullo Sport in Italia del 2015 (i più recenti a disposizione) lo confermano. Quattro figli (tra 3 e 24 anni) su cinque praticano sport se entrambi i genitori sono sportivi (83%). Se solo uno dei genitori pratica sport la percentuale scende al 68%. Se invece nessuno dei due genitori è sportivo la percentuale di giovani che praticano sport si riduce al 44%.

Importante anche la scelta dello sport, seguendo non solo i desideri e i gusti del bambino ma anche le sue attitudini naturali.
“Il bambino va capito, bisogna che provi piacere nel fare un’attività sportiva. Deve godere della fatica e del risultato. E questo deve avvenire anche se non è un campione”.

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