Indietro
menu
lettera aperta alle istituzioni

Medici di base in rivolta: "Troppa burocrazia, a rimetterci sono i pazienti"

In foto: i medici di base davanti all'Infermi
di Lamberto Abbati   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
mer 2 feb 2022 17:39 ~ ultimo agg. 3 feb 16:39
Facebook Whatsapp Telegram Twitter
Print Friendly, PDF & Email
Tempo di lettura 2 min
Facebook Twitter
Print Friendly, PDF & Email

“In questo momento abbiamo un carico burocratico di tale portata, di tale complicazione e di tale inutilità che, oltre a sovraccaricare la nostra possibilità di rispondere a tutte le richieste, ci impedisce di svolgere in maniera seria e sicura il nostro lavoro a discapito in primis dei nostri assistiti ma anche nostro”. Sono stanchi e arrabbiati i medici di base della provincia di Rimini che, insieme pediatri di libera scelta, ai medici di continuità assistenziale e ai medici in formazione per la medicina generale, lanciano un appello alle istituzioni politiche e sanitarie: “Basta burocrazia, fateci tornare ad occuparci dei pazienti”.

Dopo due anni di pandemia, i medici di famiglia del Riminese hanno deciso di denunciare un sistema che “così com’è non funziona”, che ritengono inefficace nel prevedere nuove ondate pandemiche e che li costringe a svestire i panni di medico per indossare quelli del burocrate: “Vogliono che mi metta a fare i green pass o a visitare?”, chiede provocatoriamente il dottor Corrado Paolizzi. “Ogni giorno veniamo subissati da centinaia di telefonate e messaggi legati agli aspetti burocratici della pandemia. Impossibile, però, rispondere a tutti e al contempo visitare, fare diagnosi, proporre terapie”.

L’appello è nato proprio dalla provincia di Rimini, dove dall’inizio della pandemia, stando ai dati dell’Istituto Superiore di Sanità, si è registrata la più alta densità di contagi, addirittura 29.619 casi ogni 100mila abitanti (conteggiando anche le reinfezioni), complice – affermano i medici – una consolidata comunità di persone non vaccinate. Emblematico, in tal senso, quanto accaduto al medico di base Melchiside Bartolomei, che ha perso dei pazienti per il solo fatto di aver consigliato loro di vaccinarsi. 

I medici di famiglia nella lettera aperta indirizzata alle istituzioni denunciano di essere sottoposti quotidianamente a mansioni inutili, come il dover redigere i certificati di malattia per Covid quando c’è un provvedimento di isolamento o quarantena emanato dal Dipartimento di Sanità pubblica che definisce inizio e fine del periodo di assenza dal lavoro. “Perché non vengono inviati direttamente all’Inps o all’Inail e considerati validi come certificato di malattia?”, si domandano. Tra le richieste avanzate poi c’è anche la possibilità di certificare la malattia in contumacia: “La legge – dicono – prevede che un medico certifichi lo stato di malattia in presenza del lavoratore, ma in caso di Covid il Dipartimento di Sanità Pubblica obbliga il paziente a non lasciare il proprio domicilio, e la pandemia impone in ogni caso che il soggetto sintomatico non possa frequentare luoghi aperti al pubblico come farmacie e studi medici”. Infine, “tutto ciò che riguarda le certificazioni Covid e l’eventuale esenzione o differimento dalla vaccinazione Covid che venga gestito dalle apposite commissioni o dalla Sanità Pubblica“.

Sul tavolo sono state messe anche delle proposte per migliorare una situazione diventata ormai insostenibile: “Servirebbe un potenziamento sia del Dipartimento di Sanità Pubblica, che ha la più alta competenza in materia di malattie infettive diffusive e relativo tracciamento, sia della continuità assistenziale, che nei turni notturni festivi e prefestivi si trova a gestire un carico enorme di richieste, spesso legate alla gestione di casi Covid o di contatti con positivi”. Per questo, afferma la dottoressa Giulia Grossi, medico di base a Coriano, “potrebbe essere utile istituire un tavolo di lavoro e confronto permanente con i rappresentanti di categoria dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta”.