Indietro
menu
Aspettando il Ddl Zan

Insulti omofobi al vicino. Padre e figlia rinviati a giudizio

In foto: Il presidente dell'Arcigay Rimini Marco Tonti e l'avvocato Christian Guidi
di Serena Saporito   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
mer 7 lug 2021 15:54 ~ ultimo agg. 8 lug 11:02
Facebook Whatsapp Telegram Twitter
Print Friendly, PDF & Email
Tempo di lettura 2 min
Facebook Twitter
Print Friendly, PDF & Email

Omofobia e stalking. E’ l’accusa con cui al Tribunale di Rimini sono stati rinviati a giudizio due riminesi, T.A. e la figlia, accusati di aver preso di mira il vicino di casa, un riminese trentenne, sistematicamente ricoperto di infamie e offese, secondo le accuse, per un anno e mezzo. L’uomo veniva apostrofato con insulti omofobi dalla finestra da padre e figlia – rispettivamente di 70 e 50 anni – quando usciva per andare al lavoro o anche solo per gettare la spazzatura. Ora i due rischiano una condanna a oltre un anno.

Un caso in cui Arcigay Rimini si è costituita parte civile “a tutela della comunità LGBT” si legge in una nota dell’associazione. La Procura contesta ai due accusati l’aggravante dell’istigazione all’odio per le frasi pronunciate nei confronti del vicino di casa, riprendendo un’interpretazione di qualche anno fa del gip di Trieste, che aveva fatto rientrare l’omofobia nell’ambito delle disposizioni dell’articolo 604 del codice penale. Di fatto la Procura riminese si allinea così a sentenze europee e internazionali sul tema, mentre a livello di legge attualmente in Italia l’omofobia non è riconosciuta come manifestazione di razzismo.

Un caso specifico, quello trattato dal tribunale riminese, che riporta ai temi al centro del dibattito nazionale sul DDL Zan contro l’omotransfobia.

L’avvocato Christian Guidi del foro di Rimini, per le parti civili e per la persona offesa, ha quindi sollevato la questione della composizione della corte, al momento monocratica ma che diventerà collegiale proprio perchè è stata dalla Procura riconosciuta la gravità dei reati contestati: di natura discriminatoria e razziale.

Anche l’ANPI Provinciale, con la presidente Giusi Delvecchio, avrebbe voluto costituirsi parte civile, ma non è stata ammessa come tale dalla corte perchè nello statuto nazionale dell’Anpi l’omofobia non è citata.

Insomma, mentre il disegno di legge Zan ora rischia di non vedere la luce, (il testo della legge andrà in aula al Senato il 13 luglio, ma senza un accordo tra le parti politiche al tavolo di maggioranza ndr) la giurisprudenza si confronta nelle aule di tribunale con casi di discriminazione.“È urgente che lo Stato prenda posizione chiaramente, attraverso il Parlamento o attraverso l’innovazione della giurisprudenza che tante volte ha avuto la forza e il coraggio di fare ciò che la politica non è riuscita a fare” scrive Arcigay.
E ancora: “La domanda fondamentale che bisogna porsi per comprendere il fenomeno omofobico infatti – si legge nella nota – è per quale ragione il T.A. si sia sentito in diritto e nella libertà di infamare e umiliare con tanta metodica regolarità una persona innocente, che nient’altro voleva se non vivere liberamente e serenamente la propria vita e i propri affetti. L’assenza di un reato di omofobia è ciò che ha dato questa falsa idea al T.A., come a molti altri che esercitano discriminazioni, infamie e violenze ai danni di giovani innocenti”.
Notizie correlate