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domenica 11 aprile 2021
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Pensieri sparsi e disordinati sul politicamente corretto e l'ironia

di Stefano Rossini   
Tempo di lettura lettura: 7 minuti
mar 12 gen 2021 19:46 ~ ultimo agg. 17 mar 17:06
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L’altro giorno sono incappato in un post di Bruno Bozzetto che lamentava come oggi, pervasi dal politically correct, sarebbe difficile fare l’ironia che si faceva un tempo.

Di primo acchito ho pensato che avesse ragione, e anche in un secondo momento, dopo averci ragionato, ho continuato a ritenere che avesse ragione. Il politically correct ha messo le ganasce all’ironia con un bigottismo che non ammette ragioni.

Eppure il politically correct parte da presupposti difficilmente contestabili, ovvero che certe espressioni, pensieri, modi di dire e battute siano offensive per determinate fasce della popolazione (spesso le fasce più deboli, ma non sempre).

Le premesse direi che sono buone: perché offendere le persone così, in modo gratuito? Perché usare parole che ormai hanno un’accezione puramente negativa come negro, o handicappato, quando posso usare altre espressioni per rivolgermi a queste persone che non le categorizzino in modo così ostile e sfavorevole?

E’ giusto prendere coscienza che certe abitudini nel parlare che davamo per scontate si basano su punti di vista discutibili, prevaricatori, arroganti quando non apertamente offensivi e razzisti, e quindi è un bene esserne consapevoli.

Eppure qualcosa non torna. Negro è una forma antica per nero. Poi è rimasto in uso solo per identificare persone dalla pelle scura e il suo significato ha acquisito una precisa connotazione negativa. Ma oggi anche nero viene poco utilizzato proprio per lo stesso pensiero e anche di colore. Quindi è successo che la parola un tempo neutra, nero, nata per sostituire quella carica di disprezzo, negro, sia diventata essa stessa infetta. Come mai?

Lo stesso è successo con handicappato, diventato disabile e poi diversamente abile. Anche se qui c’è uno specifico intento di migliorare il punto di vista. Non c’è niente di sbagliato nel termine handicappato, che viene dall’inglese handicap, svantaggio, perché effettivamente chi vive la sua vita su una sedia a rotelle uno svantaggio rispetto a chi ha la fortuna di poter camminare sicuramente ce l’ha (considerando la possibilità di camminare la norma).

Col tempo però il termine ha assunto una valenza spregiativa. Inoltre se mi riferisco ad una persona pensandola handicappata, finisco per considerarla a tutto tondo a partire da questo svantaggio, da questa disabilità, che c’è, ma non è giusto che sia il primo e l’unico elemento di considerazione. Con diversamente abile, invece, osservo la sua diversità in un’ottica più integrativa. E magari imparo anche a considerare la diversità un elemento capace di arricchire e non un punto su cui creare una separazione.

Eppure tutte queste parole col tempo sono diventate portatrici di significati negativi mostrando il limite del politicamente corretto, ovvero di diventare un atteggiamento che delega tutto alla forma, senza mai considerare il contenuto.

Le parole sono importanti, lo ripeto a stufo, e ci credo, ma nascondono sempre il pensiero che sta dietro di loro. Per cui – e qui sta il punto – se invece di dire handicappato, dico diversamente abile, ma nella mia mente penso sempre povero disabile, allora non cambia nulla e anzi finisco in una trappola che stigmatizza il linguaggio ma che lascia inalterate le categorie del pensiero. Allo stesso modo se dico di colore, ma penso sporco negro, o vedo una persona che vuole rubarmi il lavoro, o che ha il ritmo nel sangue sempre e comunque, non faccio alcun miglioramento.

Ricordo una volta un dottore, di colore, che rideva nel rammentare come una paziente, che voleva parlare con lui cercasse di identificarlo insieme ad una infermiera, ma senza voler usare l’aggettivo nero o di colore, come se l’idea stessa di dire che una persone fosse di colore fosse un problema. 

Vorrei parlare con quel bravo dottore che è passato questa mattina.

Chi, signora?

Quello col camice bianco.

Signora qui tutti hanno il camice bianco.

Quello con lo stetoscopio

Anche lo stetoscopio ce l’hanno tutti.

E’ alto… circa nella media, con capelli ricci,

…ancora no, signora, non ho capito chi è

Porta gli occhiali

Come la maggior parte dei dottori

Quello dalla pelle scura.

Ah! Ho capito! Il dottor ***

Questo ovviamente capitava in un periodo (minimo un decennio fa), in cui le persone di colore erano ancora poche nella nostra società e spesso, quando c’erano, erano relegate ai ruoli più bassi. Già oggi la situazione è diversa.

E’ normale che il colore della pelle sia un tratto che salta all’occhio. Così come ci ricordiamo delle persone alte, o ricce, o di qualche particolare fisionomia, non c’è nulla di male a ricordare una persona per il colore della pelle. Il problema nasce se per me quel colore già rappresenta qualcosa di negativo, e quindi che io dica negro, nero, di colore, dalla pelle scure, non importa perché identifico qualcosa che trovo spiacevole, che non vorrei aver vicino, con cui non vorrei avere a che fare.

Se dobbiamo usare nero ma pensare a negro, tanto vale usare negro almeno per sbatterci in faccia che qualsiasi parola usiamo alla fine pensiamo a negro e al valore dispregiativo di quella parola.

Forse dovremmo smettere di polarizzare le cose bianche e nere. Già se ci ricordassimo che noi bianchi abbiamo la pelle rosa, e non bianca, cominceremmo ad erodere questa polarità che fa sentire molti di noi meglio (perché il bianco è un colore che richiama la purezza, il giusto, la bellezza), e altri ce li fa vedere meno degni (il nero è sporco, legato spesso ad un pensiero negativo).

Ho l’impressione – magari sbaglio – che se non ci fossero pensieri ed elementi razzisti e sessisti nella nostra società diremmo tranquillamente pelle chiara, pelle scura, bianco, nero, così come diciamo alto, basso, magro e grasso (elementi su cui si può in effetti fare altrettanto razzismo), senza attribuire a questi “accidenti” il peso culturale che gli diamo, ma solo come elementi estetici, allo stesso modo ingenuo e innocente con cui guardiamo le razze e i colori dei cani e dei gatti. Così come potremmo ammettere che uomini e donne sono diversi capendo che la diversità è una ricchezza e non un elemento di discrimine

Spostandoci su un aspetto più politico del politically correct (scusate il gioco di parole), un altro elemento che viene stigmatizzato e che oggi è sconsigliato utilizzare è quello nazionale. 

Io ho sempre amato le battute e le gag sugli europei che si prendono in giro. Sfotterci sui cliché che esistono su ogni stato europeo (ma anche oltre i nostri stretti confini), mi ha sempre fatto molto ridere, perché mi dà l’impressione di conoscerci bene e saperci guardare con disincantato distacco e anche una punta di disillusione. I cliché si poggiano su verità sfumate, ed è bello saper ridere di se stessi e degli altri, dei propri difetti, delle proprie stranezze e idiosincrasie.

Mi piace ironizzare sullo sciovinismo dei francesi, sulla pomposità coloniale degli inglesi, sulla precisione meticolosa dei tedeschi, ma anche e soprattutto sul lassismo e l’anarchismo italiani.

Certo se pensassi che tutti quei mangiarane dei francesi sono davvero sciovinisti e spocchiosi, che quei boriosi sudditi di sua maestà sono bravi solo a sfasciare stadi e stare in fila per l’autobus, che quei crucchi maledetti non sanno fare altro che mettere in piedi organizzatissimi stati dall’impronta nazista, allora avrei qualche problema umano, culturale e relazionale, e in fondo non potrei più lamentarmi di tutti quelli che sono convinti che gli italiani siano tutti mafiosi (che un po’ sia vero?).

Invece, paradossalmente, queste cose vanno di pari passo: più sottolineo e generalizzo i difetti degli altri e più sono intransigente su chi nota i miei, e livoroso verso chi mi critica.

E’ difficile convincere la nostra mente a considerare le persone che incontriamo come esseri a sé stanti e non come appartenenti sempre ad un gruppo che sia il colore della pelle, la nazionalità, la religione, il genere, etc., ma un’entità singola come lo sono io. Siamo persone o formiche?

Dove sono arrivato? Non lo so. Mi rendo conto di muovermi su un percorso spinoso, ondeggiando tra opposte valutazioni. Oggi non ha più senso dire negro, ma allo stesso modo è ridicolo considerare il colore della pelle come un elemento discriminante. Eppure lo facciamo. 

E’ difficile orientarsi, perché da un lato certe correzioni al linguaggio oggi sono necessarie (penso anche all’introduzione di più sostantivi di genere femminile), ma dall’altra delegare tutto alla forma mentre sotto continua a strisciare un insidioso senso di superiorità e razzismo rende tutto il resto inutile.

Mi trovo poi in pieno disaccordo con la visione censoria e castigatoria del politcally correct che diventa incapace di cogliere le sfumature dell’ironia, la voglia di giocare, e quella anche di saper esorcizzare i nostri timori ancestrali, primi tra tutti la paura dell’altro e del diverso.

Il rischio, continuando su questa strada, è quello di diventare ciechi fustigatori di ogni parola che possa appena sfiorare i paletti del consentito, e di finire come quel senatore americano che conclude i propri discorsi con Amen e Awomen, perché è giusto non discriminare le donne alla fine della preghiera.

Vagli a spiegare che gli ebrei del I secolo dopo Cristo non parlavano l’americano e amen significa “così sia” e non “un uomo” (anzi, per la precisione “un uomini”).

Ma in fondo chi sono io per dire come si devono concludere le preghiere? Magari nel futuro, visto che Papa Francesco sta aprendo sempre di più alle donne, il vaticano deciderà di concludere tutte le preghiere con Amen e Awomen.

E il canto di apertura delle messe sarà: When Amen loves Awoman.

Alla fine di questo sproloquio, i miei due centesimi sono che non si debba perdere mai l’occasione di fare ironia, di sfotterci sui massimi sistemi e sulle nostre convinzioni e difetti, ma che debba essere fatto senza trasferire questi pensieri sulle singole persone. 

Una cosa che mi hanno insegnato i grandi comici e standupper che amo è che l’ironia si fa sulla morte, non sui morti, sui paesi e i governi, non sulle persone, e soprattutto su noi stessi e sul nostro pensiero comune e le sue fallacie.

L’ironia segue un pensiero tortuoso che violenta la logica, ma proprio per questo quando si arriva a cogliere il senso l’impatto è più forte.

E poi l’ironia dice tutto quello che ho provato a dire io in modo migliore, più veloce e divertente.

Perché alla fine contano i pensieri e le intenzioni. Non sempre è facile identificarle dal contesto e il rischio di scivolare in un pensiero comune c’è ed è normale che ci sia. 

La nostra mente riduce la realtà e lo fa per interpretare un universo altrimenti troppo complesso. Ma proprio per questo dobbiamo imparare a fare ironia e autoironia anche scardinando il credo del politicamente corretto: per guardare in faccia la nostra meschinità che si rifugia nelle categorie immutabili che cambiano nome ma rimangono valide nel profondo del nostro credo.

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