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Biagi e il "bruto" di Rimini

Eccessivi, burberi e malinconici. Un'antropologia dei romagnoli di 60 anni fa

In foto: Enzo Biagi
di Maurizio Ceccarini   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
mer 7 ott 2020 14:14 ~ ultimo agg. 14:43
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“Chiunque conosca bene i romagnoli non fa un dramma del “bruto” di Rimini”. Così il quotidiano La Stampa titolava a pagina tre, il 5 ottobre del 1960, un articolo di Enzo Biagi, “inviato speciale”, su quello che era stato il caso dell’estate in Riviera. Un caso internazionale, per di più: quello di una turista inglese che denunciò di essere stata violentata da un robusto riminese. Lui, a sua volta, si difese parlando solo di qualche innocente pizzicotto: un fraintendimento causato dall’incontro/scontro tra la sua espansività e il ben più misurato carattere della signora inglese.

Biagi, che si rivolge nel suo articolo direttamente alla signora britannica, spiega di non volersi sostituire alla giustizia. Per quanto l’inchiesta della Polizia avesse già ridimensionato i fatti, Biagi premette che il riminese “Forse è colpevole, ma senza cattive intenzioni”. L’intento è invece quello di spiegare anche a uso dei residenti oltremanica quella che definisce come la “Corruttrice suggestione dell’ambiente” della Romagna.

“Secondo attendibili testimoni, più che di un “mostro” si tratterebbe di un “pataca”. Parola che, da queste parti, vuole indicare il semplicione presuntuoso, sgargiante, eccessivo, ma con un fondo di innocenza”. “Signora, il “bruto” non aveva sogni malvagi ma casomai sperava, come è diffuso costume locale, di sbalordire. Questa è un po’ la patria dell’iperbole, vi prospetano personaggi che, per una banale scommessa, sono capaci di digerire qualche metro di salciccia alla griglia o di andare a prendere, in bicicletta, il caffé a Firenze”.

Arditi e disinvolti con le donne di fuori, sono piuttosto timidi con le loro“. I romagnoli non vanno a spasso offrendo il braccio alla loro signora, spiega Biagi, perché sarebbe un segno di debolezza oggetto di scherno dagli amici. Ma “in realtà è la donna che in casa comanda, senza farsi notare, con discrezione, con prudenza”. Riportando il termine specifico del dialetto romagnolo: “Arzdora”, la “reggitora”, ruolo “che compete a colei che governa la vita della famiglia”.

Il ritratto di Biagi prosegue: “Gli uomini romagnoli sono anche suscettibili e permalosi. Si offendono se pensano di essere trattati con distacco o con freddezza”. Per poi citare alcuni aneddoti, tra realtà e leggenda, come quello del riminese che urtò nel letto la moglie con un  piede e lei rispose “fatti più in là”. “Lui non rispose, la mattina dopo uscì e dal Venezuela mandò una cartolina. “Mi sono fatto più in là”. E’ tornato dopo vent’anni”.

Prosegue Biagi: “Non sopportano l’ironia e non apprezzano neppure troppo l’umorismo, e figuratevi il sarcasmo”. Ma “il loro silenzio, la loro scontrosità, che può sembrare anche superbia, nasce invece dalla timidezza, dalla solitudine, da un’inconfessabile malinconia”. “Quando sono lontani dai loro campanili, la nostalgia li distrugge”.

Non sono capaci di adulare né di servire, ma possiedono da secoli il segreto della vera ospitalità“. Con un quadro di cosa si intendeva, all’epoca, per ospitalità: “un piatto di cappelletti, una gita in barca, un pesce cotto sulla brace, un bicchiere di Albana non si nega a nessuno“.

Per poi finire ritornando all’episodio di cronaca con un finale che oggi, con una sensibilità ben diversa sul rispetto per la donna anche per qualche “pizzicotto”, sarebbe difficilmente accettabile. Ma che nel 1960 Biagi poteva permettersi di scrivere in punta di penna. “Qui i giovanotti quando vogliono conquistare una ragazza le cantano una canzone che dice “Dammi uno schiaffo che io ti dò un bacio”. Chiaro? Tanto rumore per un pizzicotto, per qualche pizzicotto, è una faccenda che in Romagna non può capire nessuno”.

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