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la protesta

Contro esternalizzazione. Il presidio degli educatori dei servizi in appalto

In foto: la protesta di Adl Cobas
di Redazione   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
dom 14 giu 2020 10:28 ~ ultimo agg. 10:30
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Sabato educatori ed educatrici, operatori e operatrici sociali dei servizi pubblici in appalto aderenti da Adl Cobas hanno protestato in Piazza Cavour a Rimini. Il 20 giugno è previsto invece il corteo regionale a Bologna.

Al centro della protesta, a tre mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria che ha visto gli operatori sociali tra i lavoratori più colpiti in termini di condizioni di lavoro, di reddito e di diritti, c’è il “no” ai processi di privatizzazione ed esternalizzazione della sanità, della scuola e dei servizi sociali che “hanno alimentato – spiega il sindacato – un sistema di appalti inadeguato a reggere l’impatto dell’emergenza e miope verso l’interesse collettivo, la qualità dei servizi e la dignità del lavoro“. “Solo un sistema pubblico, attento alla tutela e al sostegno delle persone più fragili di questa società può fare la differenza in una situazione di crisi, in particolare di crisi sanitaria, come quella che abbiamo vissuto“. Secondo Adl il lockdown poi “ha mostrato l’inadeguatezza delle cooperative e degli enti locali nella gestione del lavoro durante questa emergenza. Pensiamo alle condizioni a cui moltissimi operatori domiciliari hanno dovuto continuare a lavorare in termini di sicurezza, spesso senza essere forniti di DPI e\o dell’adeguata formazione sui protocolli d’intervento, con rimpalli continui tra ente pubblico e gestore privato e una sostanziale solitudine nel dover affrontare la situazione e nel gestire il rapporto con le famiglie. Pensiamo agli educatori scolastici che, trattati come lavoratori della scuola di serie b, hanno potuto svolgere il telelavoro con un enorme ritardo rispetto agli insegnanti e in maniera molto diversificata da Comune a Comune; vedendosi riconosciuto solo il 50% del monte ore nei migliori casi“.
Ultimo aspetto gli ammortizzatori sociali e la grande confusione nella loro gestione, fortemente diversificata, dalle stesse cooperative: ad alcuni operatori il FIS è stato anticipato dalla propria coop, altri non hanno avuto l’anticipo e si sono trovati a vivere senza reddito per mesi”.
Inoltre per il “ritorno al lavoro in presenza, per esempio nei centri estivi come anche nei centri diurni, sarà poi necessario – continua Adl Cobas – un grande sforzo per pretendere e verificare che ci siano le condizioni di salute e sicurezza per tutti gli utenti e gli operatori“.
Il sindacato parla di “condizioni strutturali di precarietà del nostro lavoro e che spingono molti a cambiare tipologia di impiego e che determinano un alto turnover nel settore. Contratti ciclici, riduzione di part-time, discontinuità di salario e impossibilità di accedere a forme di integrazione del reddito, sono alcuni degli aspetti molto problematici per migliaia di educatori ed educatrici nella nostra Regione e che esplodono ogni anno nel periodo estivo, caratterizzato da una riduzione del lavoro, come conseguenza dell’esternalizzazione dei servizi tramite gare d’appalto e delle conseguenti condizioni contrattuali a cui siamo costretti a lavorare“.
La richiesta è di far tornare “i servizi pubblici essenziali sotto il diretto controllo e gestione pubblica affinché non ci siano lavoratori e lavoratrici a diritti differenziati e senza continuità di reddito. Gli educatori e le educatrici scolastiche siano interne al MIUR o agli Enti locali, operatori e operatrici domiciliari siano dipendenti diretti di ASL e Comuni e lo stesso valga per i centri diurni, residenziali, socio-occupazionali, etc
E nel presente – conclude la nota – in cui saremo costretti ancora a lavorare sotto appalti, vogliamo che gli Enti locali facciano almeno gare d’appalto su tutti e 12 i mesi dell’anno e non su 9 o 6; appalti in cui sia garantita la continuità di servizio e di lavoro e non il lavoro a cottimo; appalti dove i servizi vengano garantiti per un congruo quantitativo di ore. Perché vada tutto bene facciamo sì che il nostro ritorno alla normalità sia l’impegno a costruire una nuova normalità. Una normalità dove la nostra voce e la nostra professionalità contino davvero e dove i servizi alla persona, la sanità e l’istruzione non si mettano sul mercato”.