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ecco perché non si usa

Coronavirus. Regione E-R su plasma terapia: "Troppo presto, dati ancora scarsi"

In foto: repertorio
di Lucia Renati   
Tempo di lettura lettura: 2 minuti
lun 4 mag 2020 17:16 ~ ultimo agg. 19:44
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Coronavirus. Plasma terapia, la Regione Emilia-Romagna: “Presto per trarre conclusioni definitive, dati ancora scarsi”. Pertanto, al momento in Emilia-Romagna non viene utilizzata.

La Regione Emilia-Romagna interviene sulla plasma terapia attraverso le valutazioni del professor Pierluigi Viale, componente dell’Unità di crisi regionale Covid-19 e direttore dell’unità operativa di Malattie Infettive del Policlinico Sant’Orsola di Bologna. “Una risorsa terapeutica importante, ma i dati ancora scarsi non consentono di trarre conclusioni definitive”.

“Dati di letteratura riferiti solo a una ventina di pazienti, tutti in fase di malattia avanzata e curati anche con altri farmaci. Prima di considerarla terapia di riferimento, è necessario verificarne l’efficacia in fase più precoce, in assenza di altre cure e con un più lungo follow-up. Parliamo di una risorsa terapeutica nota il cui utilizzo risale ad oltre cinquant’anni anni orsono, che si basa sul principio della trasmissione passiva degli anticorpi come strumento terapeutico nei confronti di malattie da infezione- spiega Viale-. Era già stata sperimentata durante le due precedenti epidemie da Coronavirus (Sars e Mers), per cui alcuni gruppi di lavoro l’hanno messa in atto anche nei confronti di Covid-19. Tuttavia i dati di letteratura sono al momento molto scarsi. Anche per questa terapia sarebbe necessario mettere in atto uno studio prospettico randomizzato e soprattutto verificarne l’efficacia in fase più precoce di malattia ed in assenza di co-trattamenti”.

A queste considerazioni, il professor Viale aggiunge ulteriori valutazioni scientifiche che spingono la Regione ad adottare una linea prudenziale, quindi a scegliere di non utilizzare al momento questa terapia sui pazienti affetti da nuovo Coronavirus ricoverati nelle strutture del sistema sanitario emiliano-romagnolo.

“Vi sono alcune perplessità di fondo rispetto a tale terapia- sottolinea Viale-. Innanzitutto il fatto che non si sappia se gli anticorpi presenti nel siero dei pazienti guariti siano protettivi e per quanto perdurino. Secondariamente, appare azzardato somministrare passivamente anticorpi ad un paziente – specie in una fase di malattia in cui sia possibile utilizzare risorse alternative – fino a quando non sarà chiarito il rischio che Covid-19 possa sfruttare il meccanismo attraverso cui gli anticorpi fungono da vettore di infezione da altro sierotipo virale piuttosto che da fattore protettivo; parliamo di ciò che scientificamente viene denominato antibody-dependent enhancement. Un’ulteriore perplessità giunge dall’ipotesi che la somministrazione di plasma contenete anticorpi di un’altra persona possa innescare patologie immuno-mediate”.

L’intervento del commissario Sergio Venturi sul tema:

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