domenica 15 settembre 2019
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di Andrea Turchini   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
gio 29 ago 2019 10:36
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Quando ti danno del “democristiano” – oggi – non vogliono farti un complimento. Di solito – con questo appellativo – si vuole indicare un modo di fare che tende al compromesso, che cerca di tenere insieme aspetti che appaiono o sono opposti.

In questi giorni di dibattiti televisivi infiniti riguardanti la crisi di governo, ho sentito un giornalista che proponeva un’articolata analisi della situazione politica italiana, attribuendo la volontà di comporre un nuovo governo alla componente più “democristiana” del Partito democratico (Renzi e Franceschini), guidata da colui che deve essere considerato il capofila dei “democristiani“: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Lasciando da parte sia un giudizio su questa analisi politica, sia le valutazioni circa l’opportunità della composizione di un governo – argomento che non è oggetto di questa riflessione-, mi ha molto colpito l’utilizzo dell’appellativo “democristiano” per persone che cercavano di comporre una soluzione nello scenario che tutti ben conosciamo: questo era l’oggetto dell’analisi.
Mi sono chiesto: questo approccio, questo modo di stare nella realtà, è “democristiano” – nel senso che oggi si attribuisce a questo appellativo – oppure è semplicemente cristiano?

Se a molti sembra saggio e inevitabile vivere nella realtà secondo una logica esclusiva, riassumibile nella formula “aut-aut“, tipico del cristianesimo, invece, è la composizione paradossale di dimensioni che, apparentemente, sarebbero opposte.
La nostra fede ci insegna ad accogliere la Rivelazione secondo cui Dio è Uno e Trino; Gesù, che noi riconosciamo come il Figlio di Dio incarnato, è vero Dio e vero uomo; così come la Chiesa è realtà umana e divina, santa, ma bisognosa di purificazione; il discepolo di Gesù è chiamato a vivere nel mondo, pur non appartenendo al mondo… Realtà e dimensioni apparentemente inconciliabili sono unite in modo inseparabile, non risolvendo affatto la tensione che ne emerge, ma piuttosto esaltandola come esperienza portatrice di una novità in cui Dio si rivela.
Nella storia della Chiesa – è bene ricordarlo -, ogni forma di pensiero che ha tentato di ridurre e semplificare questa tensione tra elementi apparentemente inconciliabili, è stata riconosciuta come un’eresia ed è stata condannata!

Potremmo allora dire che tentare di comporre realtà opposte, individuando una sintesi possibile e inedita, non è una caratteristica dei “democristiani“, ma semplicemente il modo di stare nel mondo dei cristiani che, invece dell’ “aut-aut“, prediligono la modalità dell’ “et-et“.
Certamente questa prospettiva non è priva di pericoli, perché la logica del compromesso, a volte è politicamente inevitabile per cercare un bene possibile; altre volte, invece, risulta inaccettabile, quando il tentativo di composizione di realtà molto diverse pregiudica la ricerca e la difesa del bene, della giustizia e della pace. E’ una situazione molto delicata che richiede un attento discernimento, possibilmente svolto in modo comunitario.

Mi ritorna in mente un aneddoto della mia vita.
Alla fine degli anni ’70, io, pur essendo molto giovane (14 anni), ero un fiero sostenitore dell’opportunità di una scelta unilaterale della Chiesa a favore dell’obiezione di coscienza al servizio militare, opzione che giudicavo più corrispondente alla scelta cristiana e all’esigenza di essere coerenti con il Vangelo.
Con altri giovani più grandi di me, organizzammo un’assemblea in parrocchia per confrontarci su questo tema. A questa assemblea invitammo anche gli adulti della parrocchia; tra di essi partecipò mio padre, sottufficiale dell’Aeronautica Militare e cristiano molto impegnato fin da giovanissimo.
Fu proprio un intervento di mio padre, che in quell’assemblea portò la sua testimonianza di adulto cristiano impegnato a testimoniare la fede anche all’interno delle Forze Armate, che mi convinse dell’opportunità di mantenere un impegno di presenza in ognuno degli ambiti, senza alcuna scelta unilaterale. Io sono rimasto un sostenitore dell’obiezione di coscienza, ma ho sempre avuto molto rispetto e stima per tutti quei cristiani adulti (e ne ho conosciuti molti) che portavano la loro testimonianza di fede nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine.
Quell’assemblea fu molto importante per me: mi insegnò a vedere le cose in modo più ampio. Penso che in quell’occasione non imparai ad essere “democristiano”, ma, semplicemente, un po’ più cristiano.

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