domenica 25 agosto 2019
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In foto: Daniele Nardi
di Gianluca Angelini   
Tempo di lettura lettura: 3 minuti
gio 14 mar 2019 19:36 ~ ultimo agg. 19:40
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‘Quando nel 2004, in Iraq, vennero rapite Simona Pari e Simona Torretta – le due giovani in forza alla ong ‘Un ponte per’ a Baghdad – lavoravo a New York. Anche dall’altra parte dell’Atlantico la notizia ebbe forte risalto e i media dedicarono alla vicenda molto spazio. Guardando le foto delle due ragazze mi accorsi che Simona Pari, riminese, era un volto familiare: aveva frequentato il mio stesso liceo. Pensai, ‘accidenti che coraggio. Andare in una terra così difficile, pericolosa, ad aiutare i bambini”.

La Rete veicolava commenti ma non era ancora la Cloaca Maxima scoperchiata dai Social Network. Certo dopo la liberazione delle due ragazze non erano mancate le polemiche: sul pagamento di un riscatto da parte dell’allora Governo Berlusconi; sull’ammontare della somma; sulle parole delle due giovani che avevano espresso il desiderio di poter ritornare dove erano state rapite e sul pensiero rivolto ai loro carcerieri più che alle autorità di governo e della Croce Rossa che ne avevano favorito la liberazione. Polemiche anche aspre. Talvolta livorose. Dirette. Ma – tutto sommato – infinitamente meno velenose rispetto a quelle che infestano il Web di questi tempi. In cui sprofondati sul divano di casa, dietro a una tastiera, sembra obbligatorio rovesciare – gratuitamente – fiele e cattiveria su chiunque intraprenda percorsi diversi dai propri. Senza pietà alcuna.

Lo scorso 20 novembre, ad essere rapita, in Kenya, è stata una 23enne milanese, Silvia Romano, sulla cui vicenda sembra sceso l’oblio. Alla sua seconda missione come volontaria dell’associazione ‘Africa Milele Onlus’, per lei – complice, forse, il riserbo chiesto sulla vicenda – non sono state organizzate manifestazioni plateali per chiederne la liberazione come accaduto in passato per casi simili. Su Internet, però, le manifestazioni, dialettiche, non sono mancate. E il marchio è stato quello della rabbia, dell’odio. Dell’hate-speech. Già, perché sui Social, invece di parole di speranza sono comparse quelle dello stigma, dell’offesa. Spigolando qua e là nelle ore successive al rapimento – ma se si vuole pure in queste chè la Rete non cancella nulla – il tono usato per i commenti, da Twitter a Facebook, è da brividi. C’è chi ha definito la giovane milanese “un’oca giuliva che poteva stare a casa ad aiutare gli italiani” e “far volontariato alla mensa della Caritas”. Chi si è chiesto “quanto ci costerà farla tornare a casa sua per sempre, con l’obbligo di dimora e firma però” e chi ha sentenziato “se l’è cercata” e chi “lasciamola lì, dove è voluta andare”. Chi ha suggerito di “bloccare i pagamenti dei riscatti: far morire un buonista per educarne cento”. Una galleria disdicevole tralasciando, poi, i tanti graffi e le allusioni a sfondo sessuale. Che non mancano mai, quando la protagonista dei fatti è una donna. Ciarpame.

A rotolare malignamente dallo schermo e lasciato da chi si sente in diritto anzi in dovere – investito da chissà quale autorità – di attaccare a testa bassa, meglio se in maniera impietosa e sprezzante. Da chi – spesso studente alla brillante Università della Vita – non si fa problemi a sfregiare, con le parole, chiunque faccia scelte diverse dalle proprie da una pagina o un account in cui abbondano, di solito, foto di teneri gattini e dolci cagnetti, di bacetti al moroso o alla morosa, dei nipotini sorridenti. Ignari, probabilmente, che sotto la loro foto compaiono frasi taglienti. Offensive. Becere. Ma quando è, esattamente, che ci siamo risvegliati così? Quando abbiamo deciso di abbandonarci al dileggio feroce? Gratuito. Quando? E perché? Perché ci sembra normale infierire, affondare parole come lame nella carne viva di chi non la pensa al nostro stesso modo? Umiliare, quasi sempre senza un vero motivo? Di fronte alla scelta di una 23enne di spendere la propria vita per genti lontane come Silvia Romano, o di chi come l’alpinista Daniele Nardi ha perso la vita sul Nanga Parabat e sulla cui scelta si è aperta da ore, sui Social Network, una disputa senza esclusione di colpi. Quando abbiamo deciso di diventare cattivi? Cattivissimi. Senza rimorso alcuno. E pure con compiacimento. Davvero, quando?’

Dal blog Pendolarità

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