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Con i terremotati in attesa di un domani

storieNazionale

3 marzo 2017, 07:33

Qualcuno teme che non potrà tornarci neppure da morto nel proprio paese, perché non esiste più neanche il cimitero. Alcune famiglie si stanno organizzando per ritornare e hanno comprato a loro spese la casetta di legno.

Altri, anche se hanno avuto l’agibilità dallo Stato per tornare, non lo fanno: non vogliono vivere in un paese fantasma

Sono più di 6000 gli sfollati a causa del terremoto nelle Marche, quando arrivo come volontaria della Caritas di Rimini a Civitanova. La Caritas Emilia-Romagna fa parte delle delegazioni gemellate con le Marche per questa situazione di emergenza e collabora con la Caritas di Fermo, diocesi tra le più colpite dal sisma nelle zone interne, che ha accolto il maggior numero di sfollati sulla costa.

 

foto terremotoMa chi sono gli sfollati?

Persone con i loro affetti e le loro famiglie e comunità, le loro abitudini, la loro situazione di salute, economica, con la loro quotidianità, improvvisamente costrette a trasferirsi altrove. Quelli che incontriamo nei camping o negli alberghi dove sono ospitati – alcuni da settembre, la maggioranza da novembre – sono persone come noi che improvvisamente si sono trovate ad affrontare una realtà drammatica. I ragazzi e i bambini sono costretti a recarsi presso scuole ora diverse da prima, partendo alle 7 del mattino dai camping dove passa la navetta per prenderli. Le persone che già avevano un lavoro lontano dai paesi distrutti, lo hanno conservato, ma chi ha perso il posto perché esercitava un’attività d’impresa o professionale nel paese ora evacuato, non può far altro che rimanere in hotel o nel camping in compagnia delle altre persone che vivono la medesima situazione.

Gli anziani che nelle loro piccole comunità avevano certezze, casa, amici, momenti di aggregazione in parrocchia o in qualche circolo ricreativo, sono le persone che ora hanno più difficoltà ad iniziare nuovi rapporti, o per mentalità o per temperamento o perché i loro amici o familiari non sono tutti nella stessa struttura.

 

In attesa…

Quello che accomuna tutte queste persone è che non hanno più la loro casa. O è distrutta o è inagibile, in attesa di una verifica. Quindi ora è tutto una attesa, perché molti hanno la speranza di ricominciare. Tutti hanno il desiderio di non essere dimenticati, alcuni hanno voglia di battersi per far sentire la propria voce, altri sono sfiduciati e, purtroppo, arresi alla realtà.

 

Caritas in prima linea

Noi volontari della Caritas giriamo nelle strutture, andiamo a fare visita agli anziani nei loro bungalow, ceniamo alla mensa dei camping assieme agli ospiti, giochiamo a tombola, organizziamo dei tornei di carte negli spazi comuni, facciamo giochi con i bambini nello spazio che le strutture ci affidano.

Incontriamo tante realtà diverse.

Il nostro compito? Esserci. Essere vicini, capire chi ha bisogno di compagnia, chi solo di un sorriso o di farti partecipe della fatica quotidiana con cui convive.

Nei dieci giorni passati con loro ho instaurato dei rapporti veri, sia durante le visite che nei momenti intorno alla stufa o al bar delle strutture. Sono entrata con discrezione in quelle che ora sono le loro case. Il vedere gli anziani sulle sedie, perché non c’è posto per un divano o una poltrona un po’ rattrista, ma sono in un ambiente caldo e curato e mi accolgono volentieri.

 

Incontri e racconti

Irma, Emma, Anna si sono aperte subito ad un racconto che è partito da lontano: la guerra, il lavoro, il matrimonio, i figli… La casa, i sacrifici per allevare gli animali, il pericolo dei cinghiali che possono distruggere l’orto… Spiegano con dettagli, raccontano aneddoti, il mio interesse è vero e il tempo passato insieme prezioso.

Poi si arriva al racconto del terremoto, che all’improvviso ha cambiato tutto.

Qualcuno non è più entrato dentro casa dalla prima scossa. Marcella era rientrata da dieci giorni a casa, ma le nuove scosse del 18 gennaio l’hanno costretta a scappare di nuovo.

Terremoto e neve insieme sono troppo. Raccontano ora, giorno, cosa hanno fatto e dove erano in maniera precisa, ringraziano di essere vivi e di avere un tetto, ma c’è molta incertezza verso il futuro, quello più prossimo, quando inizierà la stagione estiva e i camping torneranno ad ospitare i soliti clienti. Si parla di 10-15 anni per ricostruire tutto.

 

Timori e speranze

Qualcuno ha il pensiero che non potrà tornarci neppure da morto nel proprio paese, perché non esiste più neanche il cimitero. Elena e altre famiglie si stanno organizzando per ritornare il prima possibile nel paese, qualcuno ha comprato a sue spese la casetta di legno. Qualcun’altro, anche se ha avuto l’agibilità dallo Stato per tornare, non lo fa perché non vuole vivere in un paese fantasma. Venanzio, quasi novantenne, si occupa di sua moglie, che dal giorno del terremoto deve prendere medicine per l’ansia.

Mi hanno colpito alcuni bambini che un pomeriggio, di loro iniziativa, si sono messi a giocare alle “interviste ai terremotati”. Simulavano i giornalisti e ripetevano le risposte che sentivano dai loro genitori.

E dopo tanto sentire parlare di questi posti, una domenica ci siamo recati a Visso, uno dei comuni più segnati dal terremoto. Abbiamo visto con i nostri occhi le conseguenze, degli 800 abitanti ne sono rimasti solo 50, sono quelli che hanno gli animali da accudire e che non possono lasciare. Con loro è rimasto il parroco don Gilberto, è presente la Protezione Civile, la Croce Rossa, l’Esercito. Anche qui, come in altri posti, gli abitanti si sono salvati dalla forte scossa delle 21 del 26 ottobre, perché dopo la prima delle 19 erano già tutti in strada, chi addirittura si stava già recando verso la costa. La visita della zona del centro ora distrutto, le chiacchiere con gli abitanti rimasti, la Messa e poi il pranzo nelle tensostrutture… Il freddo, la neve, la paura delle scosse… È stata una giornata intensa.

È chiaro a tutti che l’emergenza non è finita. La vita scorre, giorno dopo giorno. Si è più lontani da casa, si hanno più problemi, più incertezza e più paura. Ma c’è anche tanta solidarietà e condivisione. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo cercato di portare un po’ di compagnia, un po’ di serenità e fiducia nel futuro. Abbiamo chiacchierato e giocato, cenato insieme a loro e condiviso più tempo possibile. Abbiamo pregato per loro e con loro, affidandoci a Dio, come ci ha ricordato il Papa all’udienza del 25 gennaio, accettando che la Sua salvezza e il Suo aiuto giungano a noi in modo diverso dalle nostre aspettative. Questa è la Fede, che spero non venga mai meno a loro nè tanto meno in chi fa loro compagnia.

 

EmanuelaPalumbo

InformaCaritas

Redazione RiminiSocial 2.0

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