16 novembre 2018

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Povertà in Regione tra luci e ombre. I dati delle Caritas

Il vescovo Lambiasi serve il pranzo in Caritas

in foto: il vescovo in Caritas

Si stimano complessivamente 65.797 persone incontrate da tutte le Caritas presenti in regione nel 2015. Se si considera che Istat calcola al 1/1/2016 il 4,8% delle famiglie in Emilia Romagna in stato di povertà relativa, risulta che le Caritas della regione hanno incontrato 1 famiglia su 3, tra quelle in stato di povertà contate da Istat.

Oggi Sauro Bandi (delegato della Caritas Regionale) ha reso pubblici i dati appena raccolti all’interno del Rapporto regionale Caritas intitolato “Tra luci ed ombre” e disponibile su HYPERLINK e su tutti i siti delle Caritas diocesane regionali.

Perché tra luci e ombre?

La scelta di questo titolo nasce perché nel 2015 in ben 9 Caritas diocesane su 14 che hanno aderito alla raccolta dati, si è registrata una diminuzione di persone incontrate che potrebbe quindi far pensare ad una luce ma questo andamento nel primo semestre del 2016 è già mutato passando da una media del -6,1% al +3,5% ributtandoci nell’ombra.
Nel 2015 i Centri di Ascolto delle Caritas diocesane della Regione Emilia Romagna hanno incontrato 17.992 persone, pari al 6,1% in meno delle persone incontrate nel 2014. La diminuzione delle persone incontrate non è scaturita purtroppo da una decrescita di situazioni di povertà, quanto piuttosto da dei cambiamenti:

– in tutte le diocesi sono aumentate le Caritas parrocchiali, per cui molte persone si sono rivolte alla Caritas del proprio territorio di residenza, invece che alla Caritas diocesana. Questa capillarità ha permesso che le persone/famiglie siano seguite in modo più attento e mirato, ricevendo maggiori attenzioni e aiuti, ma sono in parte “sfuggite” dalla raccolta dati, perché non tutte le Caritas parrocchiali svolgono questa mansione;
– molti stranieri si sono spostati: alcuni sono tornati in patria, mentre altri hanno optato per altri paesi dell’Unione Europea;
– c’è poi il fattore positivo dei territori, quali Carpi e Mirandola, che nel 2012 avevano subito il terremoto e nel 2015 hanno visto le ultime famiglie che vivevano nei prefabbricati passare alle abitazioni definitive.
Chi sono le persone incontrate?

– Nel 71% dei casi si tratta di persone che sono in situazione di povertà già da diverso tempo e si ritrovano costrette a tornare alla Caritas perché non hanno altri a cui chiedere aiuto.
– Sono sempre più uomini passati dal 58,1% nel 2015 al 64,2% nel primo semestre del 2016. Si rivolgono alle Caritas perché rimasti soli e senza lavoro. Rispetto allo stato civile si riscontra una differenza tra italiani e stranieri: i primi sono in prevalenza celibi, separati o divorziati, mentre gli immigrati sono per lo più coniugati, ma non sempre conviventi con la propria famiglia, in quanto alcuni familiari hanno fatto rientro in patria o altri non si sono mai ricongiunti.
Tra gli uomini è rilevante anche la presenza di profughi che, terminati i progetti di accoglienza e, ricevuto i documenti quali il Permesso di Soggiorno, si ritrovano ad attraversare l’Italia chiedendo vitto, alloggio e lavoro. (Andamento che è diventato più consistente nel primo semestre del 2016).
– In media nelle Caritas della regione Emilia Romagna la percentuale degli italiani ai Centri di Ascolto è pari al 21%, ma ci sono Caritas che toccano percentuali molto più alte: Imola (46,3%), Carpi (42%), Bologna (40,1%). Negli ultimi mesi si sta registrando un aumento degli italiani anche nelle mense e nei dormitori, segnale che le situazioni sono sempre più drammatiche, ma purtroppo non siamo in possesso di dati sufficienti per esprimere in che misura si stia rivelando questo fenomeno.
– In alcune diocesi gli stranieri nel primo semestre 2016, hanno superato il 70%: Modena (83,7%), Fidenza (77,8%), Cesena (77,2%), Reggio Emilia (76,3%), S.Marino-Montefeltro (75,3%), Faenza (73,7%). Tra gli stranieri prevalgono marocchini, rumeni e tunisini; nell’ultimo anno si registra un aumento di ghanesi e nigeriani, diminuiscono gli ucraini, mentre aumentano, di poco, gli albanesi.
Nella maggior parte dei casi si tratta di stranieri regolari, arrivati in Italia da oltre dieci anni; marocchini, tunisini e albanesi frequentemente vivono sul territorio assieme ai propri familiari, spesso con figli minori a carico. I rumeni sono generalmente giovani in cerca di lavoro, in egual misura maschi e femmine. Ghanesi e nigeriani sono invece in gran parte profughi. Mentre gli ucraini sono per di più donne sopra i 55 anni, che cercano lavoro come assistenti familiari.
– Per quel che concerne le fasce d’età, a differenza dai dati nazionali (presentati da Caritas Italiana il 17 ottobre 2016) che mostrano un aumento di giovani in stato di povertà, in Emilia Romagna la fascia più colpita è quella tra i 35 e i 44 anni ma, dal 2015 al I semestre 2016 la situazione si sta modificando. La povertà colpisce sempre più tutte le fasce d’età dai giovani (18-34) ai meno giovani (55-64). C’è poi differenza tra italiani e stranieri. Tra gli italiani si registra un avanzamento di età di coloro che sono in situazione di povertà: sono sempre più frequenti i casi di coloro che hanno perso il lavoro e non riescono più a trovarlo in quanto gli over cinquanta, così come quelli che hanno superato i 60 anni, ma non sono ancora nella condizione di percepire la pensione e non riescono a sopravvivere in quanto completamente privi di reddito.
– In media il 20% delle persone che si rivolgono alle Caritas diocesane dell’Emilia Romagna sono senza dimora. I tempi di permanenza in strada diventano sempre più lunghi, soprattutto per gli italiani (oltre 4 anni, come conferma la ricerca Istat), mentre gli immigrati tendono a
spostarsi in altri Paesi pur di non restare in strada per lunghi periodi. In Emilia Romagna la ricerca realizzata da Ista, Fio.Psd e Caritas Italiana stima 3.953 persone senza dimora nel 2014. Gli operatori segnalano situazioni sempre più drammatiche, soprattutto per quel che concerne gli italiani, caratterizzate spesso da fragilità nei rapporti familiari e amicali, solitudine, condizioni di salute precarie, che a volte portano a turbe psicologiche,
dipendenze da alcol, da sostanze. Molto spesso la causa principale della perdita della casa è dovuta alla mancanza di lavoro: nel momento in cui una persona perde o non trova più il lavoro, i rapporti familiari diventano sempre più fragili e conflittuali e l’uscita dalla propria dimora è l’esito inevitabile di queste fratture.

Quali sono le risposte messe in atto dalle Caritas diocesane?
Si è soliti pensare che le Caritas offrano un aiuto solo per quel che concerne le emergenze (cibo, docce, vestiti, alloggio): questi sono interventi che le Caritas effettuano tempestivamente e con dedizione, ma non sono gli unici aiuti.
Il primo tra tutti è l’ascolto delle persone, nel 2015 sono stati effettuati oltre 50.800 colloqui; a questi si aggiungono sempre più azioni mirate, negli ultimi anni sono nati progetti che:
– aiutano le persone nell’inserimento lavorativo, in quanto offrire un lavoro vuol dire ridonare dignità e futuro;
– sostegni alimentari attraverso gli empori solidali che permettono alle famiglie di svolgere un gesto quotidiano come quello di fare la spesa scegliendo i prodotti che più aggradano e che permettano un’alimentazione variegata a differenza dei pacchi alimentari che disponevano solo di prodotti a lunga conservazione;
– ambulatori medici o farmaceutici per permettere di essere curati anche se non si è in possesso di beni economici per poter svolgere visite specialistiche o acquistare farmaci;
– sostegni alle famiglie con figli minori attraverso la distribuzione di materiale scolastico, così come centri educativi, doposcuola;
– progetti di accoglienza per i migranti con scuole di italiano e accompagnamento nella gestione dei documenti e delle visite mediche;
– progetti di sostegno e compagnia per gli anziani.

Per quel che concerne i numeri si registrano nel 2015:
430mila pasti serviti dalle mense, 36.500 pacchi viveri, quasi 13mila indumenti, 16.600 docce, 2.118 persone accolte in dormitorio, 945 farmaci e 36.700 euro per l’acquisto di questi o per altri aiuti di tipo sanitario, 492 famiglie alle quali si è distribuito materiale scolastico, oltre 200 persone aiutate a re-inserirsi nel mondo del lavoro.

Simona Mulazzani

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