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di Lucia Renati   
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mar 29 nov 2016 10:50 ~ ultimo agg. 15:39
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Le intercettazioni sull’ex giudice di pace di Roma, Stefania Lavore, aprono interrogativi sui presunti mandanti del sequestro e del rimpatrio forzato di Alma Shalabayeva, la moglie di Muhtar Ablyazov, il dissidente kazako fortemente contrario al governo di Nazarbaev e titolare dello status di rifugiato politico nel Regno Unito. Per questi fatti avvenuti nel 2013, rischiano il processo il magistrato e sette poliziotti, tra cui l’attuale questore di Rimini Maurizio Improta (all’epoca dirigente dell’ufficio Immigrazione a Roma).

La procura di Perugia ha notificato l’avviso di conclusione indagini preliminari a: Renato Cortese, allora capo della squadra mobile di Roma e attuale capo del Servizio centrale operativo della polizia; Francesco Stampacchia, ex commissario capo della squadra mobile di Roma; Maurizio Improta, ex dirigente dell’ufficio Immigrazione e attuale questore di Rimini; gli ex assistenti della polizia in servizio all’ufficio Immigrazione Vincenzo Tramma, Stefano Leoni e Laura Scipioni; Luca Armeni, ex dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Roma; l’ex giudice di pace Stefania Lavore.

Nei loro confronti sono ipotizzati, a vario titolo e secondo le singole posizioni, i reati di sequestro di persona, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale e frode nel farsi rilasciare certificati del casellario giudiziale e uso indebito di tali certificati.

Nelle pieghe degli atti d’indagine, però, spunterebbero particolari che farebbero ipotizzare a un livello più alto, nell’organizzazione del sequestro e del rimpatrio della Shalabayeva.

L’articolo del Sole 24 ore

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