12 novembre 2018

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I am sorry

Sono ancora frastornato, attonito, smarrito, dalla diffusione di una intervista lo scorso 25 ottobre.

Nonostante siano passati diversi giorni, mi sento come un pugile al quale è stato assestato un montante e, finito al tappeto, cerca, barcollante, stordito, di rialzarsi.

 

Tony Blair, ex premier britannico, intervistato dalla CNN, ammette una serie di errori nella guerra in Iraq. Dai dossier sulle armi di distruzione di massa al diffondersi del terrorismo islamico. “Io e Bush abbiamo sbagliato”.

“Chiedo scusa per gli errori dello spionaggio britannico che avevano attribuito a Saddam Hussein il possesso di armi di distruzione di massa. Mi scuso anche per alcuni errori nella pianificazione dell’intervento militare, soprattutto chiedo scusa per la sottovalutazione di quelle che sarebbero potute essere le conseguenze una volta rimosso il regime”.

In un passaggio dell’intervista, trasmessa dal canale americano, Blair spiega che la guerra in Iraq potrebbe essere in parte responsabile della nascita dell’Isis, dell’ascesa dello Stato Islamico.

 

I am sorry

Quanti morti, quanta distruzione, quanta sofferenza hanno provocato quegli errori ammessi oggi, dopo ben dodici anni? Basta ammettere gli errori? Non sarebbe più giusto, davanti alla storia, individuare le responsabilità e processare chi ha causato centinaia di migliaia di morti come si fa con chi commette un omicidio o un furto?

È il gioco dei potenti? Ci siamo talmente assuefatti da diventare tolleranti verso la guerra? La guerra può addirittura arrivare a stravolgere le normali regole per cui le uccisioni non sono definite omicidi, ma perdite umane o, peggio ancora, danni collaterali? Può essere considerata una vita umana danno collaterale?

Il paradosso è che la pubblica confessione di un crimine di guerra non crea scandalo e nemmeno scalpore. Nemmeno alla luce delle conseguenze ancora più tragiche che quella guerra ha creato, favorendo, di fatto, l’insorgere e il rafforzarsi di altri criminali sotto la bandiera nera dell’IS.

 

Oggi come allora, chi ci sta mentendo e quante sono oggi le vittime dei giochi dei potenti?

In un clima del genere, come aiutare i nostri giovani a nutrirsi di speranza e fiducia per un futuro possibile per tutti?

La crescente disaffezione per la politica che si avverte in particolare tra i giovani è un sintomo e anche una causa della profonda crisi che oggi investe il mondo occidentale e che mette in pericolo lo stesso concetto di democrazia partecipativa che è alla base delle nostre società.

Crisi profonda, perché crisi di motivazioni e di fini. Della quotidiana attività politica si evidenziano con fastidio atteggiamenti strumentali o di profitto personale e si tende a rinchiudersi nel privato o, nel migliore dei casi, in forme pur lodevoli di servizio nel volontariato.

Penso alla testimonianza di Giorgio La Pira, profeta di speranza: la politica come servizio alla speranza – individuale e collettiva -, come passione civile, come fiducia nella capacità di “proporzionare le mura della città terrena – diceva La Pira – a quelle della Gerusalemme celeste”.

 

“Perché non sperare? Non sperare nella pace di questa grande famiglia umana che è la famiglia di Dio; la famiglia del comune Padre Celeste! Da Lui creata, da Lui amata, da Lui redenta, a Lui, per tutta l’eternità, destinata.

Si sa: la speranza è, in certo senso, un’avventura ed un rischio: ma forse che, pel rischio di perdere la semente, il contadino smette di seminare?

C’è una fede nel suo gesto di seminatore: la fede nel mistero di creazione e di amore che la terra serba nel suo seno.”

Eccolo Giorgio La Pira, il “sindaco santo”. Sempre in viaggio, come la spoletta di un telaio, tra il convento di San Marco il palazzo comunale; tra la vita contemplativa, che lo attrae e lo affascina, e l’impegno politico, a cui si sente chiamato. E in questo suo andirivieni tra vita e preghiera La Pira tesse, sul telaio della storia, la sua trama di pace.

Tocca a noi, uomini e donne di buona volontà, sensibili a questi valori, camminare su queste orme per raccogliere il testimone da passare ai nostri figli.

Mario Galasso

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