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Economia Rimini

Oltre 100 le tasse pagate dai lavoratori dipendenti residenti a Rimini

In foto: Un momento della presentazione della ricerca
di Roberto Bonfantini   
Tempo di lettura lettura: 4 minuti
lun 29 dic 2015 13:23 ~ ultimo agg. 30 dic 14:34
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Sono oltre 100, tra imposte dirette ed indirette, le tasse che devono pagare i lavoratori dipendenti residenti a Rimini. Per pagarle si lavora fino ad estate inoltrata. E’ quanto emerge dalla ricerca della Fondazione dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Rimini, presentata oggi.

Insieme al presidente dell’Ordine dei Commercialisti di Rimini, Bruno Piccioni (1° a sinistra), alcuni componenti il gruppo di lavoro: Valentina Zangheri e Gianmaria Arcangeli. A destra il coordinatore dello studio e Presidente della Fondazione Commercialisti di Rimini, Giuseppe SavioliNella classifica della “pressione fiscale ufficiale” l’Italia, con il 43,8%, è al 5° posto in Europa, dopo l’Austria. E’ prima però in quella della “pressione fiscale effettiva”, che nel rapporto tra prelievi coattivi e PIL esclude l’economia sommersa, con il 52,2%, distanziando di oltre 2 punti percentuali la Danimarca, seconda.

 

LA NOTA DELLA FONDAZIONE DEI DOTTORI COMMERCIALISTI E DEGLI ESPERTI CONTABILI DI RIMINI
Non c’è una chiara e reale percezione del reale impatto dell’imposizione fiscale sui redditi dei lavoratori, italiani e riminesi. Non è una provocazione, anche se il tema delle tasse è al centro del dibattito in Parlamento e intorno alla tavola delle famiglie italiane.

Ovunque, ogni giorno si parla di tasse..Eppure l’impatto reale che esse producono sui redditi non è quello dai più stimato, tanto da dover parlare di autentica ‘bugia sulla pressione fiscale’.

La ricerca della Fondazione dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Rimini vuol offrire un contributo di chiarezza, mettendo in campo le proprie competenze tecniche. In quest’occasione l’attenzione s’è concentrata sui redditi da lavoro dipendente, sui quali il livello di pressione fiscale raggiunge, come vedremo, livelli impressionanti, condizionandone pesantemente il livello dei consumi.

CIO’ CHE PENSIAMO E CIO’ CHE INVECE E’ LA REALTA’
Le modalità di calcolo di calcolo della ‘pressione fiscale’ (rapporto tra prelievi coattivi/PIL), mettono in evidenza la ‘bugia statistica’ che ne è alla base.

L’esigenza di stimare una misura di PIL confrontabile con quello degli altri paesi ha portato ad includere nel PIL anche l’economia sommersa.

Il valore di pressione fiscale ufficiale che ne risulta spalma quindi il prelievo tributario anche sui redditi che, in realtà, poiché occultati al fisco, non hanno pagato imposte, sottostimando conseguentemente il sacrificio sopportato dalla parte di PIL effettivamente incisa dal prelievo fiscale.

Mentre nella classifica della ‘pressione fiscale ufficiale’ l’Italia, con il 43,8%, è al quinto posto in Europa, dopo l’Austria, in quella della “pressione fiscale effettiva” è assolutamente prima con il 52,2%, distanziando di oltre 2 punti percentuali la seconda, rappresentata dalla Danimarca. 8,4 punti percentuali in più!

Si arriva a questa quota percentuale inventariando tutte le imposte e le tasse attualmente previste dal nostro ordinamento; quantificando il livello di pressione fiscale attualmente esistente sulle persone fisiche; determinando la ripartizione del peso fiscale per ente impositore (comuni, province, regioni, stato).

 

DUE PROFILI DI LAVORATORI DIPENDENTI RESIDENTI A RIMINI
Mario è un impiegato con un reddito medio mensile netto in busta paga di 1.300 euro; Giovanni è un dipendente con mansioni più qualificate ed ha un reddito medio mensile netto in busta paga di 2.500 euro.

Entrambi pagano oltre 100 tasse che incrociate con gli stili di vita e le ipotesi di consumo desunte dai dati ISTAT, fanno scaturire il vero carico fiscale, pagato inconsapevolmente.

Mario e Giovanni fanno parte di un nucleo famigliare composto di tre persone: il capofamiglia, la moglie, fiscalmente non a carico poiché percepisce redditi superiori ad Euro 2.840,25, ed un figlio che frequenta l’università; possiedono una casa di proprietà e possiedono un’autovettura di media cilindrata. La capacità di risparmio è al 10% del reddito annuo. Entrambi percepiscono 14 mensilità con un reddito netto annuo/capacità di spesa di 16.380 euro per Mario e 31.500 euro per Giovanni.

Mario possiede un deposito bancario di 50.000 euro, mentre Giovanni ce l’ha di 100.000 euro. Infine, Mario conduce una vita all’insegna della massima sobrietà, non si concede svaghi, cene al ristorante, vacanze con la famiglia; Mario invece si concede spese per servizi ricettivi e ristorazione.

“Senza voler entrare nel merito della qualità delle prestazione che un prelievo del genere vede restituita – commenta il Prof. Giuseppe Savioli, Presidente della Fondazione – è fuori di dubbio che il sostanziale blocco dei consumi percepito dalle categorie commerciali in questo periodo, ha la sua piena giustificazione in una pressione fiscale che umilia il lavoro e che di fatto rende difficilissimo destinare una porzione di stipendio a qualsivoglia acquisto che non sia di fondamentale necessità”.

MARIO LAVORA 187 GIORNI L’ANNO PER SODDISFARE IL PRELIEVO FISCALE
Come si può vedere dalla tabella sotto riportata, la pressione tributaria complessiva sopportata dal Sig. Mario supera il 51%. Ciò significa che un dipendente con un reddito spendibile di circa Euro 1.300 mensili lascia ogni anno allo stato (e agli altri enti impositori) circa 12.600,00 Euro:

 

Ossia, che devolve per prelievi fiscali ben 1.050,00 Euro al mese del proprio reddito e ben 187 giorni all’anno del proprio tempo:

GIOVANNI LAVORA FINO ALLA FINE DI LUGLIO PER PAGARE LE TASSE
La pressione fiscale gravante sul Sig. Giovanni supera invece il 55%. Ciò significa che un dipendente con un reddito spendibile di circa Euro 2.500 mensili lascia ogni anno allo stato (e agli altri enti impositori) circa 31.300,00 Euro:

Ossia, che devolve per prelievi fiscali oltre 2.600,00 Euro al mese e che lavoro per questo solo motivo ben 202 giorni all’anno:

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