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Le sale del museo Corte intitolate alle donne dei Malatesta

Coriano

17 marzo 2010, 17:12

in foto: La Giunta Comunale di Coriano ha approvato le intitolazioni delle sale del teatro Corte. La scelta è caduta sulle donne della famiglia Malatesta:

Sala Centrale: Sala Francesca da Rimini
Sala riunioni: Sala Isotta
Sala ad uso multiplo: Sala Violante
Saletta riunioni: Sala Elisabetta
Sala mostre lato monte: Sala Rengarda
Sala grande: Sala Concordia
Sala lato mare: Sala Parisina

La nota storica:

Coriano dalla metà del 1300 (contratto del 1356 tra Malatesta di Pandolfo Malatesti e la Chiesa ravennate) al 1503 (quando Rimini e i territori circostanti passarono sotto il controllo dei Veneziani) fece parte delle proprietà della famiglia Malatesta. Fu Roberto, figlio di
Sigismondo, che dal 1473 al 1479, ristrutturò completamente il castello corianese.

Nel corso dei secoli i Malatesta usarono i matrimoni per rafforzare il proprio potere. Numerose sono le donne della famiglia che contribuirono, in diverso modo, alla “fama” della stessa.

La storia delle principali donne malatestiane non può che iniziare con la prima moglie di Malatesta il “Centenario” (1212-1312), Concordia, figlia di
un funzionario dell’impero di Federico II di Svevia. E’ lei la madre di Gianciotto e Paolo il Bello. Ma Malatesta da Verucchio sposa in seconde
nozze anche la nipote del potente cardinale Simone Paltronieri, Margherita, da cui avrà Pandolfo, Simona e Maddalena.
I grandi stravolgimenti malatestiani iniziano con Francesca, Costanza, Parisina e le altre donne che infrangono le regole e i relativi codici etici
del tempo pagando ineluttabilmente alti prezzi, ma suscitando l’interesse di sommi poeti come Dante, Byron, D’Annunzio.
La Francesca del V canto dell’Inferno è una Malatesta: moglie di Gianciotto, figlio del “Centenario”. Non ci sono elementi certi che documentino la celebre storia narrata da Dante, che la vede protagonista adultera con il
cognato Paolo il Bello, con cui condividerà una tragica fine dopo essersi lasciata sedurre dai modelli di passione proposti dalla poesia e dalla
letteratura francese, tanto diversi dagli schemi di matrimonio, inteso come strumento politico, in cui lei stessa era inserita.
Del Trecento sono le donne che si fanno mecenati, sostenendo gli artisti riminesi del tempo: spicca tra queste Rengarda che fa di Faenza un centro
focale della pittura riminese.
Altra donna malatestiana che ispira la penna di un celebre poeta è Parisina, amante del bel figlio legittimato di Niccolò III d’Este, suo marito, e con il quale viene decapitata, una volta scoperta la relazione. La vicenda di
Parisina è stata rievocata in un poema di George Byron.
Nel XV secolo si impongono all’interno della famiglia due importanti concubine: Isotta degli Atti, dapprima concubina, ma in un secondo momento
moglie di Sigismondo Pandolfo, ed Elisabetta Aldobrandini, concubina di Roberto il Magnifico.
Isotta è ragazza di umili origini, ma ancora dodicenne fa innamorare di lei Sigismondo Pandolfo che le regala presto una cappella e un sepolcro monumentale nel Tempio Malatestiano di Rimini, mentre è ancora in vita la sua precedente moglie, Polissena, figlia di Francesco Sforza.
Sigismondo ha già sposato in prime nozze Ginevra d’Este, figlia di Niccolò III d’Este nel 1434, probabilmente la donna splendidamente immortalata nel ritratto di Pisanello conservato al Louvre. Il signore di Rimini nel 1456 sposa come terza moglie Isotta, rinunciando ad un matrimonio di stato, da sempre elemento strategico della politica malatestiana.
Il potere dei Malatesta si spegne ad inizio ‘500: l’ultima grande dama di corte è Violante Bentivoglio. E’ lei, moglie di Pandolfo Malatesta, che paga il disfacimento della famiglia riminese e degli Sforza, finendo in povertà.

(nella foto, Francesca da Rimini)

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