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Mercoledì delle Ceneri. Il messaggio del vescovo per la Quaresima

ProvinciaVita della Chiesa

17 febbraio 2010, 16:58

in foto: Pubblichiamo il messaggio del Vescovo di Rimini, mons. Francesco Lambiasi, redatto in occasione dell’inizio del tempo Quaresimale, che sarà distribuito ai fedeli nella S. Messa delle Ceneri questa sera alle 20.30 in Basilica Cattedrale.

Quaranta giorni di comunione
Per allenarci a fare la “comunione pasquale”

Scatta puntuale ed elettrizzante come la suoneria di una sveglia l’energico richiamo di Gesù nel vangelo delle Ceneri, un grido d’allarme che la liturgia gira a noi discepoli del terzo millennio, cogliendoci di soprassalto nel dormiveglia del tran tran quotidiano: “State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro”. Elemosina, preghiera, digiuno sono le tre opere classiche della pietà giudaica. Gesù non le censura, ma passandole in rassegna al filtro del suo sguardo acuto e penetrante, ci mette in guardia dalle tossine dell’ipocrisia, che potrebbero infettare la sanità di quelle pratiche ascetiche e appannarne la trasparenza.

1. Svegliatevi! – sembra dire Gesù – State in guardia dall’ipocrisia! Vi è una maniera di fare l’elemosina, che non è un dare per amore, ma un dare per avere, per ottenere l’autogratificazione di se stessi: come fanno gli ipocriti… Vi è una preghiera che non è sbilanciata verso Dio, ma è centrata sull’autoesaltazione del vecchio io: come fanno gli ipocriti… Vi è un digiuno che non esprime la rinuncia alle voglie egoistiche, ma punta all’autoaffermazione del soggetto che sfoggia l’astinenza dal cibo, con tanto di aria triste e di faccia disfatta: come fanno gli ipocriti…
Gesù non è venuto ad abolire la Legge, ma a portarla “a pieno compimento”, e poiché, come afferma Paolo, “pieno compimento della Legge è la carità” (Rm 13,10), solo la perfetta carità può raschiare la ruggine dell’ipocrisia, quando ne risultano intaccati riti e pratiche di culto. Ma una carità è perfetta quando non è finta. Per questo l’Apostolo raccomanda testualmente: “La carità non sia ipocrita” (Rm 12,9). Il termine originale usato da s. Paolo e che viene tradotto “senza ipocrisia” è anhypòkritos, senza finzioni. Questo vocabolo è una specie di cartina al tornasole; è, infatti, un termine raro che troviamo impiegato nel NT quasi esclusivamente per definire l’amore cristiano, tradotto pure con l’espressione “amore sincero” (cfr 2Cor 6,6 e 1Pt 1,22). Se la parola “ipocrita” allude all’attore che nasconde il suo vero volto sotto la maschera, il termine “sincero”, secondo una etimologia popolare, deriverebbe da sine cera, potremmo tradurre “senza trucco”, cioè autentico, genuino.
In questo anno dedicato nella nostra Diocesi alla comunione all’interno della Chiesa, vorrei invitare, all’inizio di questa Quaresima 2010, ad una attenta riflessione e ad una verifica spassionata per misurare la qualità e la temperatura della nostra comunione fraterna, ricordando il passo paolino: “Operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (Gal 6,10). Il termometro per questa verifica è quello della verità nella carità (cfr Ef 4,15). Ora, la carità si ammala di ipocrisia in due casi: quando si dice bene dell’altro e nello stesso tempo si pensa male di lui, oppure quando si fa della beneficenza al prossimo, ma poi con la bocca si fa della maldicenza alle sue spalle.
Ecco allora i due falò che bisogna accendere nel nostro cuore in questo tempo forte di Quaresima: il falò dei pensieri cattivi, e il falò delle cattive parole. L’immagine del falò richiama una pia pratica degli antichi quaresimali. Durante la Quaresima si svolgevano le missioni popolari, e uno dei momenti più coinvolgenti l’intera popolazione parrocchiale era quando i missionari incitavano la gente a portare via da casa riviste scandalose o libri contro la fede cattolica, e a gettarli alle fiamme nel fuoco acceso davanti alla chiesa del paese. Il grande falò voleva esprimere la volontà di distruggere quelle pubblicazioni contro la fede e la morale, e nello stesso tempo il fermo proposito di non procurarsene più.

2. Il primo falò che ci tocca fare è quello dei pensieri cattivi e dei giudizi temerari. “Ma tu – scrive Paolo – perché giudichi il tuo fratello? E tu, perché disprezzi il tuo fratello?… D’ora in poi non giudichiamoci più gli uni gli altri” (Rm 14,10.13).
Sono tre i motivi che la parola di Dio ci consegna per non cadere nel peccato grave di giudicare i fratelli. Il primo lo troviamo sulle labbra di Gesù “Non giudicate, per non essere giudicati… Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio” (Mt 7,1-3). Il senso di queste parole è: non giudicare tuo fratello per non essere giudicato da Dio. Il peccato del tuo fratello è una pagliuzza rispetto alla trave qual è il peccato tuo di giudicare il peccato suo. Un secondo motivo lo troviamo in san Giacomo: “Chi sei tu, che giudichi il tuo prossimo?” (Gc 4,12). L’apostolo vuol dire: alt! Come ti permetti di giudicare quello che passa nel cuore di una persona quando fa una certa cosa?! Che ne sai tu del “guazzabuglio del cuore umano” (Manzoni)? Che ne sappiamo noi di tutti i condizionamenti cui è soggetto quel fratello a causa del temperamento, dell’educazione ricevuta, dell’ambiente in cui vive? Voler giudicare i movimenti del cuore altrui è per noi operazione ad alto rischio, perché è come sparare nel mucchio, senza sapere dove si andrà a colpire. Lasciamo che a far luce nei sotterranei della coscienza altrui scenda solo il raggio imparziale, ma pur sempre misericordioso, di Dio. Il terzo motivo per non giudicare i fratelli ce lo propone s. Paolo: “Non hai alcuna scusa chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; infatti tu che giudichi, fai le medesime cose” (Rm 2,1). Questa è una verità amara di cui ci siamo resi conto da soli, a nostre spese, ogni volta che abbiamo giudicato qualcuno e poi ci è toccato di riconoscere, nel foro interno della nostra coscienza, di esserci macchiati anche noi della stessa colpa. L’ipocrisia va a braccetto con l’assoluzione indulgente di sé e con il giudizio sdegnato e impietoso nei confronti degli altri. E’ un tratto tipico della psicologia umana il giudicare e condannare negli altri ciò che ci dispiace in noi stessi. L’avaro condanna l’avarizia, il lussurioso vede dappertutto corruzione e libidine, e nessuno è più implacabile dell’orgoglioso nel riscontrare intorno a sé peccati di amor proprio e smanie di autocompiacimento. Comunque, anche quando siamo nelle condizioni di dover giudicare un errore e di poterlo fare con obiettività incontrovertibile, non dobbiamo mai confondere l’errore con l’errante e identificare il peccatore con il suo peccato.
Il secondo falò da fare è quello delle parole cattive. San Paolo dà ai cristiani questa indicazione normativa: “Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca, ma piuttosto parole buone che possano servire per una opportuna edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4,29). Questa raccomandazione, da sola, potrebbe costituire il programma spirituale di una intera Quaresima; rappresenta infatti una forma di digiuno quanto mai salutare: il digiuno dalle parole cattive. Ecco l’altro falò quaresimale che ci aspetta: esercitarci a bruciare sul nascere, nel nostro cuore, quelle parole negative, taglienti, spietate, che se arrivassero alle labbra, sarebbero altrettante frecce avvelenate, capaci di seminare infallibilmente, attorno a noi, distruzione e morte. Non è forse vero che ne uccide più la lingua che la spada? Perciò “non dite male gli uni degli altri, fratelli” (Gc 4,11).

Cari fratelli e sorelle, san Paolo ci richiama: “Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza”. La Quaresima è questo tempo forte di conversione, di inversione di rotta del veicolo della nostra vita per imboccare decisamente la svolta verso la Pasqua. Non potremo fare la comunione pasquale se non ci alleneremo a fare comunione tra di noi, impegnandoci a volerci sinceramente bene gli uni gli altri e, per questo, a pensare bene e a dire bene gli uni degli altri, a cominciare dal livello ecclesiale: tra fratelli e sorelle della stessa comunità parrocchiale, tra membri delle varie aggregazioni ecclesiali, tra vicini di casa… fino ad uno dei livelli che rischiano il surriscaldamento conflittuale: tra cattolici impegnati nei vari schieramenti politici. Ricordiamo: l’unica competizione lecita e doverosa tra di noi sia la gara nella stima reciproca, secondo la raccomandazione di s. Paolo: “La carità non sia ipocrita: amatevi gli uni gli altri con affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda” (Rm 12,9s).
La Quaresima è la strada giusta che va verso Pasqua. Altrimenti rischiamo di infilare i vicoli ciechi di qualche rotta randagia che ci fa perdere nei deserti solitari dell’egoismo senza sbocchi.

Che il Signore converta a sé i nostri cuori, anche se ribelli!

+ Francesco Lambiasi

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