mercoledì 12 dicembre 2018
In foto: Nel PD riminese, Fabbri e Gnassi prendono direzioni diverse. Il botta e risposta tra l'ex presidente della Provincia e il segretario provinciale hanno pubblicato, ieri sul sito del PD.
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ven 17 lug 2009 09:21 ~ ultimo agg. 00:00
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L’intervento di Ferdinando Fabbri:

Pesa su di noi, sinistra riminese, il compito di giocarsi la sfida dell’egemonia culturale sull’idea di modernità.

E’ stata utile la direzione provinciale del PD dello scorso 13 luglio. Forse troppo schiacciata dalla comunicazione sul percorso congressuale, comunque interessante per gli interventi ascoltati sul risultato elettorale e sul quadro politico che esso ci consegna.

Tuttavia si registra una strana aria dalla nostre parti. C’è una difficoltà evidente di riprendere con fecondità il filo del confronto e del ragionamento collettivo. Mi sembra, vorrei sbagliarmi, che ci sia una convergenza fra due diversi sentimenti, ambedue poco produttivi.

Da una parte, il gruppo dirigente ostenta una soddisfazione eccessiva per il risultato ottenuto vincendo in Provincia e in 15 comuni su 19: si parla del “progetto del PD riminese” che prosegue, della tenuta rispetto al voto politico di un anno fa, dei segnali positivi registrati nel ballottaggio, tralasciando, ahimè!, come quelli che nascondono la polvere sotto il tappeto, che negli ultimi 10 anni c’è stata una progressiva erosione del nostro elettorato, con il deficit di rappresentanza che si evidenzia nei quartieri costieri (da Bellaria a Cattolica) e che il centrodestra per la prima volta contende con noi a livello provinciale la leadership dei consensi.

Dall’altra, molti compagni e amici che non sanno più orientarsi, frastornati dalla via crucis nazionale del partito: perdono passione, sono sfiduciati, aspettano di capire meglio e preferiscono il paravento del silenzio che la pugnace voglia del confronto. Su tutto ciò, poi, l’incertezza di un Congresso che rischia di trasformarsi, strada facendo, nella ridotta mobilitazione dei soliti con l’esercito a casa o, peggio, sconsolato spettatore.

Bisogna uscire da questa tenaglia di ottimismo fuori luogo e di chiusura nella privata sfiducia/sofferenza. E bisogna farlo subito per tante buone ragioni. Ne evidenzio due in particolare.

Prima ragione. Dobbiamo stare dentro la realtà, coglierne le tensioni sociali e proporre soluzioni, programmi, opzioni. Capire cosa si muove anche a casa nostra è indispensabile, evitando di andare a spanne o per sentito dire. L’esperienza non basta più. Il colpo d’occhio è insufficiente. Ci sono processi sociali potenti che non assomigliano per nulla al passato.

Subito l’attenzione cade, infatti, sull’incremento poderoso della popolazione residente e con essa degli stranieri, arrivati ad essere ormai il 9% del totale. Parallelamente alla forte mobilità migratoria troviamo una progressiva mobilità e precarizzazione del lavoro dipendente e autonomo con l’aumento della partite iva, la nascita e mortalità frenetica di imprese, l’accentuarsi della destrutturazione del secondario spinta dalla crisi globale, la riorganizzazione del terziario che marginalizza, senza speranza, le tradizionali figure commerciali per affermare nuove gerarchie attorno alla grande distribuzione e a nuove relazioni di consumo e di servizio.

Quadro non solo nostro, si dirà. Figlio dell’economia che cambia in un mondo straordinariamente mutevole e complesso. Giusto. Però vi è una variante riminese che anticipa e fa lievitare determinati processi economici più che in altri territori, anche della regione, per la collocazione di frontiera che ha ed ha sempre avuto la nostra terra. Con conseguenze sociali che vanno colte.

La principale è il cambiamento del panorama antropologico del Paese a cui non sfugge la nostra comunità. A Rimini più che altrove per gli aspetti che ricordavo, sono cambiati negli ultimi anni molti dei tratti che caratterizzano le relazioni interpersonali, il modo di pensare la propria vita in rapporto a quello che sta fuori. Si è rafforzata un’idea di modernità basata sull’individualismo come unico punto cardinale, come difesa del proprio recinto dai troppi cambiamenti esterni.

Non voglio farla lunga con la società liquida, con le tante bussole che, l’una diversa dall’altra, lasciano il viaggiatore solo, con le sue paure. Semplifichiamo: Il punto è che vince un po’ ovunque la cultura della furbizia, della scorciatoia, del condono perenne, della rabbia verso la politica, dell’uovo oggi, della riposta populista ai problemi sociali. E vince questa cultura perché sembra non esserci altro sul mercato delle idee.

La destra ci va a nozze. Prima di noi dà della risposte che convincono, che colgono le domande immediate su sicurezza, immigrazione, localismo, difesa di quello che ho oggi anche se domani sarà obsoleto. Te la do io la globalizzazione! Ci ricordano ogni giorno Tremonti e Bossi. E noi lì a fare appello al liberalismo democratico e al primato del consumatore (sic!), come se la società avesse perso i suoi connotati di classe. Ma la coesione sociale non può essere affidata al mercato!

Emerge così e si struttura una egemonia culturale della destra che, proprio per la mancanza di alternative di un centrosinistra confuso, diventa un rullo compressore. Non c’è egemonia politica senza egemonia culturale.

In questa regione e nel nostro territorio siamo riusciti a difenderci. Ma per quanto tempo ancora? Nella speranza che il congresso del PD ci aiuti a mettere in campo un partito a identità certa, pesa su di noi, sinistra riminese, il compito di giocarsi la sfida dell’egemonia culturale sull’idea di modernità, ovvero: cosa deve essere oggi, dentro un crisi economica sempre più dura, Rimini e la sua provincia se vogliono avere futuro?

Il discorso porta alla seconda ragione che spinge a muoverci con solerzia abbandonando, come dicevo, l’inutile ottimismo o, all’opposto, la sfiducia passiva.

Il voto del 6 giugno ha messo in campo una nuova leva di amministratori. Abbiamo fatto buone scelte sia nei sindaci che nel presidente della Provincia e con essi ottimi gruppi consiliari. Ora bisogna fare squadra senza indugi per capire, insieme, cosa si muove sotto il pelo dell’acqua di questo fiume in piena che spazza via, a partire dalla nostra terra, vecchie certezze e vecchie rendite. Stare dentro all’acqua che scorre veloce, fino al collo, con coraggio, su temi cruciali come: mobilità, sicurezza, cultura del limite, perequazione territoriale, visione strategica (Rimini porta regionale), sostegno alla piccola impresa e alle diverse forme di lavoro dipendente e autonomo, infrastrutture moderne a partire dall’università, qualità dell’offerta turistica.

Non abbiamo alternative se vogliamo continuare ad essere punto di riferimento della comunità locale. E abbiamo poco tempo, il 2011 è vicino.

Proprio per queste riflessioni, con alcuni amici e compagni riteniamo che si possa costituire uno spazio culturale che rappresenti, partendo dai temi programmatici, lo sforzo sincero di dare un contributo e che non vincoli chi intende parteciparvi: l’unico vincolo e portare le proprie idee e confortarle con gli altri per crescere insieme.

L’abbiamo chiamato “rete dei generosi” dove campeggia un utile ammonimento: “no correnti, no leader di riferimento, no patti, no party, no lobby, ma solo donne e uomini generosi che cercano di dare una mano attivando una rete che faccia leva sulle idee prima che sulle persone”.

Un modo libero e vitale per una sinistra riformista riminese che abbia futuro.
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L’intervento di Andrea Gnassi:

Una camera di idee dietro la cui porta lasciare il fardello del personalismo

è con piacere che il sito del PD ospita la tua analitica riflessione sulla quale- come ho potuto spiegare lunedì sera durante la Direzione del Partito – mi trovo in sintonia.

Che il risultato elettorale porti con sé luci e ombre anche per il centrosinistra riminese è la constatazione sulla quale ho costruito l’intero mio intervento. Le difficoltà a tutti i livelli del Partito Democratico hanno eroso con ogni evidenza una parte del nostro consenso e, in alcune situazioni anche sul territorio riminese, ciò è avvenuto in dimensioni persino superiori a quanto temuto o immaginabile. Hai ragione quando dici che non si tratta solo di un riverbero nazionale. No, ci sono questioni che chiamano a una risposta forte dell’ambito locale, partendo da un’esatta e sincera valutazione dei cambiamenti sociali e delle aspettative dei cittadini e delle imprese, avvenute non tanto negli ultimi dieci ma più precisamente dal 1994, anno della nuova legge elettorale con l’elezione diretta dei sindaci. Su questo tu, io, il nostro partito dovremo tutti misurarci con consapevolezza quasi scientifica e persino statistica. Su un preciso quadro conoscitivo del territorio dovremo essere capaci di concretizzare politiche e azioni. In un panorama di luci e ombre siamo comunque riusciti a non farci sopraffare dalla marea. E ciò, credo che converrai, non era né scontato né dovuto. Anzi vi erano tutte le condizioni per un tracollo come ha dimostrato il dato nazionale che ci ha fatto perdere 32 provincie su 60 e moltissimi comuni. Lo abbiamo fatto perché abbiamo messo in campo elementi che il centrodestra non ha: la credibilità dei nostri candidati, i progetti di governo, le alleanze cercate e volute in mesi di lavoro duro sul programma e aggiungo il coraggio per trovare nuove convergenze programmatiche nel ballottaggio. Questo è stato il “progetto del PD” promosso dal gruppo dirigente che però io non amo chiamare così, ma semmai ‘gruppo in rappresentanza di…’. Un ‘gruppo in rappresentanza di’ che ha sostenuto alleanze programmi e candidati che oggi sono una squadra competente e rinnovata fatta da Presidente di Provincia, sindaci, consiglieri,assessori e a cui è affidata la la responsabilità del nuovo ciclo di buon governo dei prossimi 10 anni.

Proprio perché tu sei stato e sei un pezzo importante di questo gruppo ‘in rappresentanza di’, accolgo con entusiasmo il tuo contributo di lavoro, così come bene accette sono iniziative che si sostanziano in luoghi dove si può parlare di idee, identità e cultura di partito piuttosto che spazi, correnti, gruppi, reti (in passato, come sai, è avvenuto) attraverso le quali far prevalere logiche ‘agonistiche’ e anche ‘antagonistiche’ nei confronti del compagno o dell’alleato o delle Istituzioni. Credo di interpretare bene il tuo contributo tanto che, come detto in direzione, potremmo addirittura pensare di istituire NEL partito questo spazio con un Forum, vero e proprio spazio culturale di formazione politica e elaborazione programmatica. Luoghi come questi se ci si crede, se si è generosi come giustamente dici, funzionano e sono vitali per il partito (come hanno dimostrato alcuni fondamentali per la costruzione di programma e alleanze). Se c’è una cosa che davvero non sopportano più i nostri elettori- chiamati da noi troppo spesso a mettersi una mano sul cuore piuttosto che dare ascolto alla ragione- è ricadere nelle spire del ‘correntismo’ e del ‘riposizionamento utile e utilitaristico’.

Magari in chiave congressuale o peggio locale. Il contributo di idee che tu offri con disponibilità e generosità arricchisce tutti noi ed è per questo che già idealmente mi iscrivo a questo luogo che promette essere una camera di idee dietro la cui porta si possa lasciare il fardello un po’ deprimente del personalismo. Grazie davvero, Nando.

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