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Il mio sogno per Rimini: ricevuto pubblichiamo il testo integrale di Tadei

PoliticaRimini

11 marzo 2006, 15:21

in foto: Ricevuto, pubblichiamo 'Il mio sgono per Rimini', da Vittorio Tadei, candidato a sindaco di Rimini, letto questa mattina alle 12, sala degli Archi di Rimini.

“Buongiorno a tutti voi qui presenti, giornalisti e non giornalisti.
A tutti i nonni piace raccontare le favole ai loro nipoti e siccome anche io sono un nonno, inizio raccontando una favola: Il sogno di Benedetta.
E’ un dialogo bellissimo tra un nonno e la sua nipotina.

– Benedetta chiede a suo nonno: “Nonno che cos’è un sogno?”
– Il nonno risponde: “Cara Benedetta, un sogno è una fantastica avventura che desideri vedere realizzata”
– Benedetta chiede a suo nonno: “E’ una cosa che succede, oppure non succede?”
– Il nonno risponde: “Dipende da te: se il sogno lo coltivi, se ci credi, lo puoi trasformare in realtà; se non ci credi, rimane un sogno.
– Benedetta chiede ancora al nonno: “Ma come faccio?”
– Il nonno risponde: “Con la volontà e con la speranza”.
– Benedetta chiede: “Nonno la volontà che cosa è?”
– Il nonno risponde: “La volontà è l’energia, la determinazione finalizzata ad uno scopo, ma è anche passione, impegno, responsabilità, solidarietà e condivisione.”
– Benedetta chiede: “Nonno, e la speranza, invece, che cosa è?”
– Il nonno risponde: “La speranza è coltivare il senso della possibilità; sapere che quel che oggi non è, domani può diventare. La speranza è la forza che mette in moto sia la volontà che l’intelligenza.”
– Benedetta chiede: “E come si fa se un uomo non ce la fa a trovare la volontà e la speranza?”
– il nonno: “Devi concentrarti e pensare con tutta la tua forza che il tuo desiderio, il tuo sogno sono possibili”.
– Benedetta: “Nonno si può sempre fare questa cosa?”
– il nonno: “Cosa intendi dire Benedetta; chiedi se si può sognare? Certo che si può sempre sognare con la volontà, la creatività. Con l’amore e con la vita puoi fare quello che vuoi.
Con i sogni e la volontà puoi fare succedere anche le cose più fantastiche.
– il nonno conclude: “Possano i tuoi sogni realizzarsi”

Qualcuno dirà “ma che cosa c’entra tutto questo con la politica?”
Ve lo spiego subito.

Secondo il pensiero corrente, il Comune deve servire la comunità cittadina, garantire un ambiente vivibile e assicurare servizi pubblici efficienti ed accessibili a tutti.
La comunità cittadina si potrebbe paragonare ad una grande famiglia allargata. La famiglia sta bene solo se tutti i suoi membri stanno bene.
Tutti dicono che, di fronte ai bisogni comuni, l’interesse privato passa in secondo ordine e deve essere messo al servizio del bene comune.

Se io dicessi le stesse cose non vi direi niente di nuovo o niente che non sia stato detto da tante altre amministrazioni.

QUINDI, DOVE STA LA NOVITÀ DEL “SOGNO”?

È molto semplice: la novità consiste nell’amministrare Rimini METTENDO AL CENTRO LA PERSONA affinché si possa RAGGIUNGERE IL VERO BENE COMUNE.

METTERE AL CENTRO LA PERSONA

1.Quello che abbiano ricevuto non è per l’egoismo ed il privilegio personale, ma per il bene e la gioia di tutti. Il territorio, ad esempio, è patrimonio di tutti, non può essere usato solo per interessi di parte!

2.Il dono più grande è la vita, che va accolta, amata e rispettata sempre, dal concepimento al passaggio naturale all’altro mondo. Ogni persona ha dei bisogni e quindi dei diritti, ma anche delle potenzialità e quindi dei doveri.

3.L’ambito di vita normale per ciascuno è la famiglia, perché è nella famiglia che si impara ad amare e ad essere amati. Tutti devono poter vivere in una famiglia, anche sostitutiva di quella naturale se questa non ce la fa o non c’è più. Il Comune deve lavorare per dare a tutti questa possibilità!

4.Le risorse del Comune vanno impiegate per dare risposte, eque e non speculative, ai bisogni reali delle persone: una casa, un lavoro, la salute, la formazione… I poveri devono avere come atto di giustizia e non come elemosina ciò che spetta loro per diritto. Bisogna, cioè, fare in modo che tutti abbiano ciò di cui hanno bisogno per vivere bene. Non si deve puntare all’assistenzialismo, che sempre umilia, ma fornire, attraverso il pubblico e il privato, gli strumenti necessari affinché tutti ottengano ciò di cui hanno bisogno, nel rispetto della loro dignità. Non bisogna dare il pesce, ma la canna con cui pescarlo!

5.Avere delle proprietà vuol dire avere delle responsabilità. Più crescono le proprietà, e non c’è un limite a questo, più crescono anche le responsabilità. Un uomo non si deve sentire padrone dei suoi beni, ma amministratore degli stessi.

6.Le capacità personali, i propri talenti, non sono fonte di diritti e di privilegi, ma costituiscono “titolo di servizio”. Chi ha avuto di più in salute, intelligenza, educazione e cultura, è giusto che dia di più. Chi ha e può è dunque corresponsabile di chi non ha e non può.

7.Il compito dell’Amministrazione è quello di sostenere tutte le opere utili alla società civile, di qualsiasi colore esse siano, incoraggiandone la crescita. Il Comune non si deve mai sostituire ai cittadini, ma ha il dovere di favorire l’esistenza delle loro opere, assicurandosi che producano utilità per tutti. Anche questo vuol dire “mettere al centro la persona”.

8.Un altro importantissimo compito del Comune è quello di operare per far crescere ulteriormente il capitale sociale, in quanto condizione essenziale per lo sviluppo. Di qui, l’essenziale compito di attivare politiche e condizioni che favoriscano la fioritura di tutti quei soggetti, profit e non profit, da cui dipende uno sviluppo sostenibile ed armonico.

Mettere al centro la persona, innanzitutto, significa perseguire il bene comune, al di là degli interessi privati delle fazioni politiche o delle lobby economiche.

Il bene comune non dipende da un giudizio soggettivo. Chi mi dice che cosa è bene e cosa non lo è? Chi mi dice che cosa è giusto e che cosa è sbagliato? Chi mi dice quale è la persona da mettere al centro dell’azione? Chi mi dice quale è il bene comune?

In un tempo in cui tutto viene relativizzato e nel quale ci dicono che è vero tutto ed il contrario di tutto, io credo che solo una giustizia che sia prima di tutto amore alla singola persona, così come è la giustizia di Dio, possa essere il termine di confronto sul quale valutare cosa sia il bene comune.

Ognuno dica quale è la sua speranza, quale è il bene che vuole condividere perché diventi bene comune.
Da parte mia, io posso dire che al centro della mia vita e del mio agire c’è Dio. E questo non può che portare del bene ai credenti e ai non credenti, perché abbiamo tutti le stesse esigenze e gli stessi desideri di felicità, bellezza, verità e giustizia.

Mi dicono che questo non è “politicamente corretto”. Rispondo che non ci sarà mai dialogo civile e autentico rispetto per le posizioni altrui fin tanto che non si ha il coraggio di dichiarare e difendere, nella sfera pubblica, le proprie posizioni e i propri riferimenti ideali. Il fatto è che la giustizia e la solidarietà non sono né di destra, né di centro, né di sinistra, ma di coloro che le praticano, non di coloro che le declamano solamente.

Dobbiamo rifare l’unità di tutti “gli uomini di buona volontà”. Dobbiamo soprattutto riscoprire che alla base di ogni sviluppo completo di un popolo sta la crescita del senso di Dio per i credenti, e del bene comune per i non credenti, che in fondo sono la stessa cosa.

Quindi non ho paura di affermare la mia identità e propongo a tutti i riminesi di ripartire da queste basi:

Il fine dell’Amministrazione Comunale deve essere la piena risposta ai bisogni dei cittadini, a partire dagli ultimi e più vulnerabili.

Le risorse vanno impegnate in modo economicamente utile ed efficace affinché si spenda il denaro necessario evitando sprechi ed abusi.

Tutte le risorse pubbliche e private, umane ed economiche, non devono essere finalizzate all’interesse di pochi, ma devono essere utilizzate per la crescita di tutti.

Ho deciso di candidarmi perché ho un sogno:

Il sogno di un Comune che rappresenti un popolo vero, e un popolo si costruisce solo se si lavora per il bene comune.

Il sogno di un Comune che abbia a cuore prima di tutto le fasce più deboli e vulnerabili della società cittadina, come in una famiglia.

Il sogno di un Comune che incoraggi continuamente la crescita e accompagni lo sviluppo dei cittadini e delle loro attività.

Il sogno di un Comune che amministri bene le proprie risorse per costruire una città a misura d’uomo, calata nel verde, dove i bambini possano trovare spazi per giocare e gli anziani possano avere luoghi di aggregazione all’aperto. Dove non ci sia una cementificazione scellerata e la costruzione di palazzi laddove dovrebbero sorgere parchi pubblici.

Il sogno di un Comune che rappresenti una città che crede nel lavoro come il più grande atto di solidarietà che una generazione fa nei confronti di quella successiva.

Il sogno di un Comune nel quale tutti gli impiegati, dal sindaco in giù, siano coraggiosi, responsabili, competenti, e proiettati verso il futuro. Non meri esecutori di un incarico, ma protagonisti della vita cittadina e consapevoli che il bene comune passa attraverso il loro lavoro.

I PROTAGONISTI DELLA RINASCITA

Voglio approfondire questo ultimo argomento perché la rinascita, il rinnovo del sistema-paese, passa attraverso il lavoro di tutti, in particolar modo dei dipendenti pubblici.

La prima domanda che viene spontaneo porsi parlando delle amministrazioni pubbliche è: “Qual è il motivo per cui il dipendente pubblico, in genere, non «sente» e non vive il suo rapporto di lavoro con un forte senso di appartenenza, di orgoglio, di motivazione come invece si può più facilmente ritrovare nell’ambito del settore privato?”

A questa domanda sono state date tante risposte, spesso ovvie e scontate, ma difficilmente si prova ad operare per sviluppare le enormi potenzialità ed energie che queste persone possono offrire alla loro città.
Sarebbe triste e riduttivo limitarsi a pensare che il “posto fisso” o la “mancanza della logica di mercato” demotiva e deresponsabilizza le persone.
Il cambiamento culturale, affinché il dipendente pubblico diventi “imprenditore di sé stesso” e protagonista della vita della sua città, può e deve essere tentato.
In un articolo di Gianfranco Vanzini vi è una definizione che scopre un mondo di valori: “L’uomo deve lavorare per riguardo a sé stesso, alla sua famiglia e anche alla società (anche pubblica) alla quale appartiene, alla nazione della quale è figlio o figlia, all’intera famiglia umana di cui è membro essendo erede del lavoro delle generazioni passate e coartefice del futuro di coloro che verranno”.
Questa definizione è vera per il dipendente privato così come per il dipendente pubblico.
L’azienda privata investe sulle proprie persone perché sono fondamentali per fare la differenza sul mercato. I mezzi tecnici e le informazioni, oggi più che mai, sono di facile reperimento per tutti ma solo le persone, gli uomini e le donne, fanno la differenza. Il valore intangibile di un’azienda è data dalle persone con la loro passione, intelligenza, volontà, responsabilità. Il valore intangibile di una società (intesa come insieme di persone e relazioni sociali) non si vede, non si misura, ma si “sente”. Questo valore è generato anche e soprattutto dalle persone che operano nel settore pubblico e di questo devono prendere coscienza.
Il loro ruolo è importante, anzi fondamentale per la comunità e la comunità deve poter essere orgogliosa della propria amministrazione pubblica, degli uomini e donne che la mandano avanti tutti i santi giorni, con le difficoltà e le gioie che il lavoro da sempre porta con sé.
L’azienda pubblica non ha un mercato col quale confrontarsi, non deve “fare la differenza” per sopravvivere, ma le sue persone hanno una missione sociale più alta ed importante: servire la comunità con l’orgoglio di fare responsabilmente bene il proprio lavoro.

Insieme bisogna identificare gli obiettivi ed individuare il percorso per esaltare la propria professionalità e scatenare il proprio entusiasmo. Si deve arrivare all’obiettivo di tornare a casa dal lavoro con la soddisfazione di aver fatto pienamente il proprio dovere ed aver lavorato per la città e per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.
Il concetto del lavoro deve trasformarsi, spostando l’attenzione dalla “mansione” (vecchia, triste e riduttiva visione del proprio ruolo) al “processo”, dove ognuno è protagonista della catena del valore, lavorare per processi esalta la dignità delle persone perché le rende consapevoli e protagoniste, parti attive e propositive della vita aziendale e comunale.
La “mappatura” dei processi di lavoro e la loro ottimizzazione corregge le inefficienze ed esalta la professionalità e la responsabilità del singolo, permettendo di raggiungere il massimo risultato con il minor costo e liberando, quindi, energie e risorse da impiegare dove i bisogni sono più forti e le priorità più importanti.

Chi ha la fortuna di aver raggiunto un posto fisso ed una sicurezza per la propria famiglia deve far fruttare questo dono, questa grande fortuna con una moneta molto semplice: la responsabilità ed il coraggio.

UNA CITTÀ A MISURA D’UOMO

Noi usciremo dal declino solo e solamente se riprenderemo la coscienza di essere un popolo, solo e solamente se riprenderemo il gusto di fare le cose insieme per il bene comune, ognuno nel suo ruolo!

Per quanto riguarda l’urbanistica, quello che sto per dire non è un attacco agli uomini che hanno condotto l’attuale Amministrazione, non è un attacco a coloro che hanno cementificato Rimini: è un attacco al loro operato, frutto di una cultura dominante che emargina sempre di più le persone e deturpa senza rimedio la nostra città e la impoverisce.

Le uniche materie prime di noi italiani sono la creatività e la fantasia. Queste si sono sviluppate nei secoli perché siamo cresciuti in un ambiente armonioso, bello, non degradato. Come possono continuare a crescere queste risorse in una città che ha imboccato così maldestramente la via della cementificazione?

Attenzione! Il mio obiettivo non è andare CONTRO, ma lavorare CON, e lavorare PER!
Questi errori che noi tutti commettiamo (ed anch’io ne ho commessi tanti nella mia vita) sono il frutto della cultura che ci domina. Una cultura perversa che ci ha fregati tutti, una cultura che dice che l’uomo vale per quello che possiede. Non è vero!
L’uomo vale per quello che è.

Quindi invito prima di tutto me stesso e poi tutti gli amministratori uscenti, tutti gli amministratori entranti, tutti i costruttori, tutti gli attori del settore urbanistico a mettersi insieme, ad ascoltare la gente e poi a ridisegnare tutta la città; il mio impegno sarà profondamente rivolto a ripensare una città a misura d’uomo.

Una città in cui ci siano strade sufficienti per le automobili, marciapiedi o piste ciclabili in cui i bambini e gli studenti possano andare a scuola a piedi o in bicicletta, senza pericolo.
Così risparmieremo anche nei trasporti, risparmieremo nel petrolio, non inquineremo l’aria e renderemo, soprattutto, più responsabili i nostri giovani.

Non sarà facile, perché la maggior parte del territorio è già compromesso, comunque il mio obiettivo è ridisegnare una città nella quale gli anziani possano avere “parchi di quartiere” dove poter andare, una città dove i bambini possano giocare e crescere senza pericoli.

Il territorio ci è stato affidato non solo per assecondare gli interessi, sia pur legittimi, di alcune categorie economiche, ma per il beneficio di tutti. Dunque, va usato ed amministrato per questo scopo.
Mettiamoci tutti insieme per realizzare questo sogno, saremo tutti più felici e più contenti.

Io ci sto. Facendo così, lavorando per il bene comune, noi daremo degli ideali forti ai nostri figli, ai nostri nipoti e a tutti i giovani.

Ai nostri figli non dobbiamo dare soltanto cose materiali, ma dobbiamo dare degli ideali forti se vogliamo che crescano bene, che non si perdano. Ma gli ideali si possono trasmettere solo se li viviamo, per cui noi adulti bisogna che ricominciamo a vivere, a testimoniare con la vita. È questo il compito di noi adulti, oggi più urgente che mai.
Allora non avremo vissuto invano e saremo contenti e felici anche in mezzo a mille difficoltà che la vita, nel suo disegno misterioso, riserva a ciascuno di noi.

Dobbiamo riavvicinare i giovani alla politica. La politica vera, infatti, come ha detto Paolo VI, è “la più alta forma di carità”. Oggi i giovani stanno lontani dalla politica perché la vedono come una cosa sporca, la vedono come un centro d’affari. Noi adulti dobbiamo fare politica a un livello morale più alto: dobbiamo fare politica vera ripartendo dai bisogni della gente, ascoltandola e dando delle risposte concrete, non ideologiche.

Dobbiamo abbandonare la cultura individualista, la cultura della divisione, dobbiamo riappropriarci e fare nostra la cultura del bene comune. Dobbiamo uscire dalle trappole ideologiche che ci tengono divisi e che ci impediscono di vedere il nuovo che emerge dalla nostra società civile.

Per attuare il bene comune bisogna che ognuno di noi, diventi più responsabile per il ruolo che occupa e che svolga la sua funzione nell’interesse generale.

Mi sono candidato perché credo di potere essere davvero al servizio della gente.

Non cerco un lavoro, non cerco privilegi e non mi interessa il potere per il potere.

Ma ho una certezza:

PROPRIO perché non ho niente da vincere o da perdere, SONO LIBERO:

LIBERO di dire ciò che credo giusto,

LIBERO di mettere in pratica le cose in cui credo.”

Vittorio Tadei

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